martedì 10 gennaio 2012

Transformers: Dark of the Moon


L’ultima parola al gergo esaltato. Optimus Prime ottiene il ruolo, oltre a quello di salvatore che arriva all’ultimo per risolvere la situazione, anche di automa capace di inanellare una sequela imbarazzante di frasi prefatte, rubate qua e là in pellicole per altro poco interessanti.
Il capo degli Autobot sembra essere la versione non giustificata di Bumble Bee, che sintonizza la radio per articolare un discorso.
Il giudizio che si può formulare attorno a Transformers: Dark of the Moon è quindi semplice e sbrigativo: ruota tutto attorno alla figura da pistolero robot di Optimus Prime; fuori luogo, posticcio e poco distinguibile.
La pellicola convulsiva di Michael Bay, ormai specializzato nel cinema intriso di movimenti di macchina agitati e poco efficaci, cerca di operare su di un target avvezzo al casino, all’essere imboccato. Non c’è nessuna spiegazione, nessuno concetto nelle esagitate mosse di Bay, ma un dittatoriale modus operandi figlio di una commercializzazione del blockbuster.
Questa volta, non come i primi due episodi che vedevano Autobot contro Decepticon, gli Autobot affrontanto i Decepticon, ma con un piccolo tradimento di tal Sentinel, più fedele al suo pianeta a cui vuol far ritorno, che ai buoni.
C’è Shia LeBoeuf (Disturbia), con i suoi simpatici gridolini da damerino spaventato, Rosie Huntington-Whiteley, supergnoccolona pescata dalla moda per rimpiazzare l’altra supergnoccolona Megan Fox stufa del film (Jonah Hex), e anche John Turturro (O Brother, Where Art Thou?), che regala gli unici momenti di relax e di simpatico cinema grazie alle sue battute.
Non c’è altro però, se non un tentato riferimento alla crisi mondiale, un breve incipit sulla difficoltà da parte del protagonista di trovare un lavoro (dopo aver salvato la terra) e un’ennesima variazione su tema dello sbarco sulla Luna, per giustificare la presenza dei robottoni (evidentemente l’unico spunto in America per spiegare eventi extrastorici).
Più che una trasposizione cinematografica dei cartoni della Hasbro, sembra un transfer legato alle riviste di donne e motori; le donne sono l’impalata Huntington-Witheley e i motiri gli stradigitali robot che si mischiano irriconoscibili nelle movenze disturbanti di Bay.
In tutto questo roboante e fastidioso mix di esplosioni, trick e track, bombe a mano, si intromette ovviamente il 3D con la sua demolente sfida agli occhi (ne facevamo volentieri a meno), portando il fruitore ad una stanchezza sia mentale che fisica all’uscita dalle sale.
Lo spettatore infine cerca frettolosamente di dimenticare l’esperienza poco educativa, dannifica, che questo terzo capitolo trasmette, sperando (probabilmente invano visti i 350 milioni di dollari incassati) di non rivedere più metallo colorato, rimbalzi visionari e marionette impalate di carne ed ossa.

Voto: 4.5/10

Andrea Bandolin

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