L’ultima parola al gergo esaltato. Optimus Prime ottiene il ruolo, oltre a
quello di salvatore che arriva all’ultimo per risolvere la situazione, anche di
automa capace di inanellare una sequela imbarazzante di frasi prefatte, rubate
qua e là in pellicole per altro poco interessanti.
Il capo degli Autobot sembra essere la versione non giustificata di Bumble Bee, che sintonizza la radio per
articolare un discorso.
Il giudizio che si può formulare attorno
a Transformers:
Dark of the Moon è quindi semplice e sbrigativo: ruota tutto attorno
alla figura da pistolero robot di Optimus Prime; fuori luogo, posticcio e poco
distinguibile.
La pellicola convulsiva di Michael Bay, ormai specializzato nel
cinema intriso di movimenti di macchina agitati e poco efficaci, cerca di
operare su di un target avvezzo al casino, all’essere imboccato. Non c’è
nessuna spiegazione, nessuno concetto nelle esagitate mosse di Bay, ma un
dittatoriale modus operandi figlio di
una commercializzazione del blockbuster.
Questa volta, non come i primi due
episodi che vedevano Autobot contro Decepticon,
gli Autobot affrontanto i Decepticon, ma con un piccolo tradimento di tal Sentinel, più fedele al suo pianeta a
cui vuol far ritorno, che ai buoni.
C’è Shia
LeBoeuf (Disturbia), con i suoi
simpatici gridolini da damerino spaventato, Rosie Huntington-Whiteley, supergnoccolona pescata dalla moda per
rimpiazzare l’altra supergnoccolona Megan
Fox stufa del film (Jonah Hex), e
anche John Turturro (O Brother, Where Art Thou?), che regala
gli unici momenti di relax e di simpatico cinema grazie alle sue battute.
Non c’è altro però, se non un tentato
riferimento alla crisi mondiale, un breve incipit sulla difficoltà da parte del
protagonista di trovare un lavoro (dopo aver salvato la terra) e un’ennesima
variazione su tema dello sbarco sulla Luna, per giustificare la presenza dei robottoni
(evidentemente l’unico spunto in America per spiegare eventi extrastorici).
Più che una trasposizione
cinematografica dei cartoni della Hasbro,
sembra un transfer legato alle riviste di donne e motori; le donne sono
l’impalata Huntington-Witheley e i motiri gli stradigitali robot che si
mischiano irriconoscibili nelle movenze disturbanti di Bay.
In tutto questo roboante e fastidioso
mix di esplosioni, trick e track, bombe a mano, si intromette ovviamente il 3D con la sua demolente sfida agli
occhi (ne facevamo volentieri a meno), portando il fruitore ad una stanchezza sia
mentale che fisica all’uscita dalle sale.
Lo spettatore infine cerca
frettolosamente di dimenticare l’esperienza poco educativa, dannifica, che
questo terzo capitolo trasmette, sperando (probabilmente invano visti i 350
milioni di dollari incassati) di non rivedere più metallo colorato, rimbalzi
visionari e marionette impalate di carne ed ossa.
Voto: 4.5/10
Andrea Bandolin

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