“Hai infranto l’unica regola della
politica. Vuoi diventare presidente. Puoi scatenare una guerra. Puoi mentire,
truffare. Puoi mandare in banca rotta il Paese, ma non puoi scoparti gli assistenti.
Te la faranno pagare”. Attraverso questa splendida frase George Clooney in The Ides of
March riassume in poche righe le problematiche della corsa frenetica
alle presidenziali.
Mike
Morris/Clooney è il governatore, Stephen Mayers/Ryan Gosling (Drive) il talentuoso addetto stampa. Entrambi idealisti e con un
forte senso della lealtà, del dovere verso la patria; ma è solo apparenza,
perchè Clooney, risistemando una piece teatrale di Beau Willimon Farragut North,
spara a zero sulla politica, troppo pressante per comprendere nel suo interno
persone di valore, togliendosi l’etichetta qualunquista che molti gli avevano
attribuito.
Attraverso gli sguardi e i movimenti di
Gosling, qui protagonista, il regista affronta un tema trito e ritrito, ma con
l’intento di evolvere il percorso idilliaco di una cerchia di assistenti,
portando a galla gli scheletri nell’armadio di ogni personaggio.
Fortemente espressivo, chiaramente
anti-democratico, raramente superficiale, questa pellicola analizza con
attenzione e con una sana dose di convinzione la corruzione che pervade la
politica. Non risparmia nemmeno la Stampa a cui attribuisce un ruolo
fondamentale nell’evolversi della campagna elettorale, dando alla sempre
splendida e brava Marisa Tomei (The Wrestler), il ruolo di redattrice
del Times.
Un cast davvero importante, Philip Seymour Hoffman (Before the Devil knows You’re Dead), Paul Giamatti (Sideways), Evan Rachel Wood (Across the Universe), e tutti danno vita
ai loro personaggi con grande abilità, mentre Ryan Gosling muove i fili con le
sue intense espressioni dipanando la vicenda attraverso i suoi occhi (Oscar?).
The
Ides of March mischia pugnalate ad idealismi,
vincitori a vinti, e viceversa, stangate di carte e penna, segreti, ma senza
vagare troppo in falsi moralismi, calcolando tutto il percorso filmico in
un’unica massa di penombre; come
nella scena in cui Clooney, oscurato dagli occhi in su, presenta solo la bocca
illuminata, perchè dalle parole escono ambigui sorrisi.
Passando da Good Night and Good Luck,
intrisa dalla ferma ideologia di un mondo fatto di stratificazioni
precostituite e poco disposte alla verità, Clooney si trova a trasporre un’opera
teatrale, riuscendo nell’impresa di non zoppicare mai, caricando tutta la
pellicola (e la politica) di un semplice e solo concetto: non c’è democrazia
senza compromessi.
Nonostante due millenni di evoluzione
morale e tecnologica, il 44 a.C. non è poi così lontano e Clooney sembra non
aver molta speranza nel percorso inverso della politica odierna. Forse lui, da
molto tempo accostato al Sistema, vorrebbe e potrebbe fare meglio, magari
ripercorrendo le orme di Ronald Reagan.
Voto: 7.5/10
Andrea Bandolin

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