martedì 10 gennaio 2012

The Ides of March


“Hai infranto l’unica regola della politica. Vuoi diventare presidente. Puoi scatenare una guerra. Puoi mentire, truffare. Puoi mandare in banca rotta il Paese, ma non puoi scoparti gli assistenti. Te la faranno pagare”. Attraverso questa splendida frase George Clooney in The Ides of March riassume in poche righe le problematiche della corsa frenetica alle presidenziali.
Mike Morris/Clooney è il governatore, Stephen Mayers/Ryan Gosling (Drive) il talentuoso addetto stampa. Entrambi idealisti e con un forte senso della lealtà, del dovere verso la patria; ma è solo apparenza, perchè Clooney, risistemando una piece teatrale di Beau Willimon Farragut North, spara a zero sulla politica, troppo pressante per comprendere nel suo interno persone di valore, togliendosi l’etichetta qualunquista che molti gli avevano attribuito.
Attraverso gli sguardi e i movimenti di Gosling, qui protagonista, il regista affronta un tema trito e ritrito, ma con l’intento di evolvere il percorso idilliaco di una cerchia di assistenti, portando a galla gli scheletri nell’armadio di ogni personaggio.
Fortemente espressivo, chiaramente anti-democratico, raramente superficiale, questa pellicola analizza con attenzione e con una sana dose di convinzione la corruzione che pervade la politica. Non risparmia nemmeno la Stampa a cui attribuisce un ruolo fondamentale nell’evolversi della campagna elettorale, dando alla sempre splendida e brava Marisa Tomei (The Wrestler), il ruolo di redattrice del Times.
Un cast davvero importante, Philip Seymour Hoffman (Before the Devil knows You’re Dead), Paul Giamatti (Sideways), Evan Rachel Wood (Across the Universe), e tutti danno vita ai loro personaggi con grande abilità, mentre Ryan Gosling muove i fili con le sue intense espressioni dipanando la vicenda attraverso i suoi occhi (Oscar?).
The Ides of March mischia pugnalate ad idealismi, vincitori a vinti, e viceversa, stangate di carte e penna, segreti, ma senza vagare troppo in falsi moralismi, calcolando tutto il percorso filmico in un’unica massa di penombre; come nella scena in cui Clooney, oscurato dagli occhi in su, presenta solo la bocca illuminata, perchè dalle parole escono ambigui sorrisi.
Passando da Good Night and Good Luck, intrisa dalla ferma ideologia di un mondo fatto di stratificazioni precostituite e poco disposte alla verità, Clooney si trova a trasporre un’opera teatrale, riuscendo nell’impresa di non zoppicare mai, caricando tutta la pellicola (e la politica) di un semplice e solo concetto: non c’è democrazia senza compromessi.
Nonostante due millenni di evoluzione morale e tecnologica, il 44 a.C. non è poi così lontano e Clooney sembra non aver molta speranza nel percorso inverso della politica odierna. Forse lui, da molto tempo accostato al Sistema, vorrebbe e potrebbe fare meglio, magari ripercorrendo le orme di Ronald Reagan.

Voto: 7.5/10

Andrea Bandolin

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