martedì 10 gennaio 2012

Sherlock Holmes: A Game of Shadows

Spesso si tende a dimenticare una professione, una nicchia del cinema, che apparentemente sembra superflua, ma incide oltremisura sugli aspetti filmici di una pellicola: il casting.
Non sto parlando di attori principali, ma di quelle comparse, di quei comprimari che elevano un film grazie alla bravura o alle caratteristiche fisiche degli stessi. È successo in The Ides of March, in Tower Heist o andando indietro nel tempo, nel più osannato The Godfather.
Sherlock Holmes: A Game of Shadows, secondo capitolo diretto da Guy Ritchie (The Snatch), è la riprova di quanto importante sia questo mondo fatto di scelte azzardate e ben precise, portando ogni caratterista a giocare un ruolo importante nel dipanarsi della vicenda.
Questa pellicola, addentrandoci in ulteriori suoi aspetti, ricalca ed enfatizza il precedente film, portando i difetti di Holmes e Watson a fare da base concreta, quasi antiletteraria, per le loro personalità.
Sconfitto Blackwood/Mark Strong (Sherlock Holmes), l'uomo “frenetico e psicotico” (parole di Watson) si trova a dover sventare i piani del Professor Moriarty/Jared Harris (The Curious Case of Benjamin Button) atti a scatenare un'ipotetica prima guerra mondiale (siamo nel 1891).
Guy Ritchie aumenta la caratura di questo Sherlock post-moderno, donando libero sfogo al sempre più istrionico Robert Downey Jr (Iron Man), per il quale almeno una nomination sarebbe d'obbligo, seguito a ruota dal fedelissimo e inglese Jude Law (Contagion), confezionando un prodotto adatto a pubblico e critica, modificato per migliorare alcune parti zoppicanti del primo capitolo.
Anche se Harris ha poco carisma per impersonare il nemico numero uno di Sherlock, anche se il regista abusa a volte di slow motion e stady-cam attaccate direttamente al corpo degli attori, anche se la Londra uggiosa appare più figlia della yakuza giapponese (almeno nelle operazioni), questa grande prova di intrattenimento camuffata da blockbuster, risulta un piacere per gli occhi e per la mente, grazie anche alle musiche sincopate e britanniche di Hans Zimmer.
Inoltre Ricthie ha sempre dimostrato un talento interessante (tralasciando il pessimo Swept Away) e lo dimostra appieno in questa pellicola, soprattutto nella scena dell'inseguimento tra tronchi e rami devastati dalle pallottole, simile alla frenesia di Michael Bay (Transformers:Dark of The Moon), ma personalizzata attraverso rallenty a catturare i momenti significativi (in Bay è solo casino).
Da segnalare anche il flashforward tramandato dal primo capitolo, dove Holmes organizza i suoi movimenti futuri, questa volta aumentandone il linguaggio filmico grazie a interruzioni, insieme a Madame Simza/Noomi Rapace (Män sorn hatar kvinnor), o a duelli, nello scontro psicologico tra lui e Moriarty (capace di usare la stessa tecnica).
Un regalo di Natale che appassiona, che porta il fruitore ad assaporare ogni singola immagine, lasciando esterrefatti per la pesonalità con cui viene guidato il tutto.
Di questi tempi mettere d'accordo pubblico, critica quotidianista e specializzata sembra essere un'impresa impossibile, ma sicuramente Scherlock Holmes: A Game of Shadows ha la sfacciataggine del suo protagonista per concorrere a questa ambita posizione.
Tra compendi di emozioni, battute caustiche, azioni agitate e pesonalità forti, ripetendo la grande bravura di Downey Jr. (che con il rossetto sbavato assomglia ad un ottimo Jocker), il complesso è un product placement di ottimo effetto, costruito ad hoc per un pubblico senza target alcuno.
Non c'è da stupirsi se si esce dalle sale tutti d'accordo, grandi e piccini.

Voto: 7/10

Andrea Bandolin 

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