Nel mondo cinematografico ricostruito come intrattenimento videoludico, assecondando le spacconerie hi-tech, passando per l'uso smodato di trand action prefatti per il pubblico amante del vacuo pensiero, Mission: Impossible – Ghost Protocol si colloca come immenso e costoso baluardo tra il blockbuster e la voglia di riscossa di un cinema votato al denaro.
A differenza delle saghe che spopolano nell'universo d'argento e pixel, o della serie omonima, quella di Mission: Impossible ha una caratteristica che la fa emergere dal resto della sarabanda serial.
Infatti, partendo da Brian De Palma, con lo spionistico e ottimo primo capitolo, si approda ad un diverso universo stilistico come quello di John Woo, fatto di azione pura e di dettagli maniacali. Se poi, prima di arrivare al quarto “momento” targato Brad Bird, si prova il continuo flashback tanto caro al creatore di Lost, J.J. Abrams, si può dare un quadro generale di questa saga, nettamente distante dai concetti seriali a cui solitamente i registi si devono attenere.
Bird infatti, già molto apprezzato per i premiati The Incredibles e Ratatouille, si discosta dall'animazione per dedicarsi ad un prodotto totalmente diverso, sia economicamente, sia di gestione, sia di linguaggio.
Infatti quello che esce da Ghost Protocol è un buon film sia a livello visivo, sia a livello di trovate (l'ologramma ingannatore che simula addirittura un intero corridoio è da segnare sull'agenda), anche se pecca qua e là di trovate di dubbio gusto (come l'umanizzazione di Ethan Hunt o l'intromissione di clichè spionistici solo a livello liminare).
Di Bird non c'è molto, se vogliamo, ma la faccia simpatica di Simon Pegg (Hot Fuzz), qua collaboratore di Tom Cruise/Hunt, ricorda molto la cartoonesca giovialità dei suoi due prodotti precedenti che qui regala uno straniamento efficace dal movimento sincopato che un film action spy richiede.
Momenti di intrattenimento più incisivi rispetto al terzo capitolo diretto da Abrams, con situazioni a dir poco eccessive, (come la tempesta di sabbia, legata poco alla sceneggiatura fin lì concreta), ma con un'anima che il regista ha palesato anche se in piccola parte.
Poi bisogna assolutamente prendere atto di un'altra nuova stella in ascesa ad Hollywood, Jeremy Renner (The Hurt Locker) che qui surclassa persino Cruise, attraverso un personaggio fisico, tridimensionale, mostrandosi là dove il film dà il massimo. Una coincidenza che palesa la staticità del protagonista e della sua voglia di rendersi più umano, concedendo forse un passaggio di consegna all'allievo che vedremo anche nel colosso The Avengers.
Dopo aver perso la pazienza nell'ennesimo fallimentare film della saga della vampira Selene, Underworld: Awakening e essersi a tratti annoiati con la trasposizione di Tomorrow, When the War Began, questo prodotto seriale con il solito Cruise risulta essere, nonostante abbia falle evidenti, una boccata d'aria fresca.
Dopo il già citato The Avengers, in arrivo il 25 aprile, speriamo che questa parossistica visione del cinema televisivo, possa avere termine, ritornando magari a distrarsi proprio dalla letteratura e da tutto ciò che di poco originale e di molto fossilizzante esiste nel guardare nel giardino verde del vicino.
Voto: 6.5/10
Andrea Bandolin















