lunedì 30 gennaio 2012

Mission: Impossible - Ghost Protocol

Nel mondo cinematografico ricostruito come intrattenimento videoludico, assecondando le spacconerie hi-tech, passando per l'uso smodato di trand action prefatti per il pubblico amante del vacuo pensiero, Mission: Impossible – Ghost Protocol si colloca come immenso e costoso baluardo tra il blockbuster e la voglia di riscossa di un cinema votato al denaro.
A differenza delle saghe che spopolano nell'universo d'argento e pixel, o della serie omonima, quella di Mission: Impossible ha una caratteristica che la fa emergere dal resto della sarabanda serial.
Infatti, partendo da Brian De Palma, con lo spionistico e ottimo primo capitolo, si approda ad un diverso universo stilistico come quello di John Woo, fatto di azione pura e di dettagli maniacali. Se poi, prima di arrivare al quarto “momento” targato Brad Bird, si prova il continuo flashback tanto caro al creatore di Lost, J.J. Abrams, si può dare un quadro generale di questa saga, nettamente distante dai concetti seriali a cui solitamente i registi si devono attenere.
Bird infatti, già molto apprezzato per i premiati The Incredibles e Ratatouille, si discosta dall'animazione per dedicarsi ad un prodotto totalmente diverso, sia economicamente, sia di gestione, sia di linguaggio.
Infatti quello che esce da Ghost Protocol è un buon film sia a livello visivo, sia a livello di trovate (l'ologramma ingannatore che simula addirittura un intero corridoio è da segnare sull'agenda), anche se pecca qua e là di trovate di dubbio gusto (come l'umanizzazione di Ethan Hunt o l'intromissione di clichè spionistici solo a livello liminare).
Di Bird non c'è molto, se vogliamo, ma la faccia simpatica di Simon Pegg (Hot Fuzz), qua collaboratore di Tom Cruise/Hunt, ricorda molto la cartoonesca giovialità dei suoi due prodotti precedenti che qui regala uno straniamento efficace dal movimento sincopato che un film action spy richiede.
Momenti di intrattenimento più incisivi rispetto al terzo capitolo diretto da Abrams, con situazioni a dir poco eccessive, (come la tempesta di sabbia, legata poco alla sceneggiatura fin lì concreta), ma con un'anima che il regista ha palesato anche se in piccola parte.
Poi bisogna assolutamente prendere atto di un'altra nuova stella in ascesa ad Hollywood, Jeremy Renner (The Hurt Locker) che qui surclassa persino Cruise, attraverso un personaggio fisico, tridimensionale, mostrandosi là dove il film dà il massimo. Una coincidenza che palesa la staticità del protagonista e della sua voglia di rendersi più umano, concedendo forse un passaggio di consegna all'allievo che vedremo anche nel colosso The Avengers.
Dopo aver perso la pazienza nell'ennesimo fallimentare film della saga della vampira Selene, Underworld: Awakening e essersi a tratti annoiati con la trasposizione di Tomorrow, When the War Began, questo prodotto seriale con il solito Cruise risulta essere, nonostante abbia falle evidenti, una boccata d'aria fresca.
Dopo il già citato The Avengers, in arrivo il 25 aprile, speriamo che questa parossistica visione del cinema televisivo, possa avere termine, ritornando magari a distrarsi proprio dalla letteratura e da tutto ciò che di poco originale e di molto fossilizzante esiste nel guardare nel giardino verde del vicino.

Voto: 6.5/10

Andrea Bandolin

Benvenuti al nord

Non era difficile auspicarsi una secondo capitolo, un Benvenuti al sud 2. Invece ci si trova, come fosse un documentario comico, a far marcia indietro, invertite le parti e a portare la strada verso il settentrione, a Milano, da Alberto Colombo/Claudio Bisio, sancendo la nascita di un sequel/spin-off: Benvenuti al nord.
Mattia Volpe/Alessandro Siani (erroneamente elevato a rango di erede di Troisi, quando a quest'ultimo rimane semplicemente debitore), per risollevare il proprio matrimonio con Maria/Valentina Lodovini, si ritrova nella caotica città della Madunina per mostrarle un rinnovato senso di responsabilità.
L'amico ricambia il favore del primo capitolo e lo ospita in casa sua dove, con la moglie Silvia/Angela Finocchiaro, tira aria di divorzio.
Ripreso nella condizione volutamente stereotipata del primo, nella iella matrimoniale che scaturisce dal loro incontro, nelle situazioni rocambolesche per strappare qualche risata, Benvenuti al nord dà la sensazione di non essere un prodotto filmico ideato per concludere la panoramica meridionale, ma un universo a sé stante utilizzato a dovere per il mero botteghino.
Infatti il film del 2010 nasce per volere della Medusa Film che, visto il successo di Bienvienue chez les Ch'tis da cui prende spunto, affidato poi il tutto al regista napoletano Luca Miniero (Questa notte è ancora nostra), concretizza un successo dedicando la sua forma alla difficoltà del milanese, tutto lavoro e celerità, ad ambientarsi in una piccola provincia campana agli antipodi negli usi e nei costumi.
Se quindi Benvenuti al sud è il remake del film francese di Danny Boon, Benvenuti al nord risulta essere solo un archetipo fine a se stesso, che non dimostra nulla creando il “viceversa” forzato che non si colloca da nessuna parte, essendo di fatto una spiegazione dell'ovvio, un'inutile agglomerato di scenette che potevano essere inserite già nel primo capitolo, senza destabilizzarlo.
Definita quindi la natura inconcludente e di partenza aleatoria di questo film, si possono annoverare, senza troppe analogie estranee alla pellicola, linguaggi stereotipati poco efficaci, un scarso utilizzo dei comprimari che con Constabile Piccolo e Grande aveva rafforzato le situazioni sudiste e gag cittadine avvezze più alla risata immediata che al reiterato sorriso.
Un prodotto già di partenza stantio che si disarticola man mano che il conteggio dei minuti sale, portandosi alla fine dove lo scontato finale chiude un lineare passaggio di consegna con un risultato pecuniario più che soddisfacente.
Degne di note sono però: l'innamoramento fulmineo del Signor Scapece/Salvatore Misticone con la suocera di Colombo (sempre interpreta dalla Finocchiaro) dando vita a siparietti dove i due snocciolano proprie dialettali idiosincrasie e la continua intromissione di Magonza/Gianmarco Pozzoli (comico di Zelig), convinto di poter entrare alle Poste Italiane, utilizzando lo stratagemma fallimentare del primo capitolo.
Bisogna però considerare che Benvenuti al nord viene distribuito per un unico e solo motivo: il successo al botteghino.
Nonostante ciò, rimane sempre il dubbio che il cinema italiano, che sia commerciale o artistico, abbia ancora una grave carenza di idee e di estro, rimasto ancora al successo meritato di Gomorra e Il divo.

Voto: 5/10  

Andrea Bandolin

venerdì 27 gennaio 2012

Cowboys and Aliens

Freud, e gli psicologi patentati, avrebbero qualcosa da dire sulla capacità dell'uomo (in questo caso registi, produttori e sceneggiatori), di pensare alle razze aliene al di là della troposfera, come esseri senzienti nettamente più avanzati di noi, almeno nella sfera tecnologica.
Studierebbero il nostro complesso di inferiorità verso l'ignoto e verso ogni forma di corsa contro il tempo.
Sulla Terra (non sappiamo se ci sia una Hollywood anche su Marte), che siano personaggini verdognoli tendenti alla pace come gli spielberghiani Close Encounters of the Third Kind e E.T. - Extra-Terrestrial, o mostri demoniaci in cerca di risorse organiche (Man in Black o Super 8 per rimanere in tema di Spielberg, qui produttore), l'alieno è sempre un passo avanti al terrestre; che venga da Giove, da Urano o da un Universo fuori dal nostro Sistema Solare.
Cowboys and Aliens segue l'onda ovviamente, innestando al suo interno caratteri del western che non sa né di carne né di pesce. Ricorda nelle intenzioni Unforgiven e il True Grit del 2010, mentre mescola qua e là ricordi filmici di Per un pugno di dollari o in genere del pistolero per eccellenza Clint Eastwood.
John Favreau (i due Iron Man e Zathura – The Space Adventures) dopotutto non dimostra grande attenzione al citazionismo e all'originalità o comunque a tutto quello che riguarda uno script funzionante, ma rivolge tutti e cinque i sensi verso i suoi produttori e come cagnolino addestrato a dovere mostra quello che il terzo incomodo vuole, sperando in una lobotomizzazione totale del pubblico in sala.
Daniel Craig (Casino Royale), l'impassibile e richiestissimo attore dal talento quasi del tutto nullo, è Jake Lonergan, uomo del selvaggio West (datato 1837) che rimane senza memoria dopo essere scampato ad un rapimento alieno. Quando fanno ritorno i mostri per trovare altre cavie nel nostro mondo, Lonergan, insieme a Harrison Ford/Woodrow Dolarhyde (Morning Glory), a Olivia Wilde/Ella Swenson (In Time) e ad un gruppo misto di fuorilegge ed indiani, per la più eterogenea delle rivolte cinematografiche contro la minaccia proveniente da un altro pianeta.
Se Favreau e Spielberg, con una certa premura, cercano di mostrare un'originalità forzata, direttamente proporzionale ad un'indiscriminato utilizzo degli effetti speciali, allora il blockbuster che ne viene fuori, sostantivo ormai ad uso negativamente discriminatorio, è servito su di un piatto d'argento.
Non si trova né la parvenza del western da cui la pellicola inizia, nascosto dietro i gesti superficiali dei rudi pistoleri, né la commistione con la fantascienza da cui si evolve, deflorata attraverso la banalizzazione più totale.
Una sorta di intrattenimento abbastanza piacevole bisogna riconoscerglielo, ma è dovuto soprattutto ai ricordi del passato, trasmessi da Sergio Leone, da John Ford, da Ron Howard (del piccolo ed emozionante Cocoon) e persino da Rolland Emmerich, che influenzano la nostra capacità di giudizio verso un percorso filmico afastellato di incongruenze stilistiche e personaggi vuoti e stantii (con qualche merito alla stupenda Wilde che fa suo un monodimensionale comprimario femminile).
Oltre a domandarci ancora come mai non arrivi un ribaltamento tecnologico tra noi e gli alieni, con conseguente rapimento dei cugini stellari, ci attanagliamo per capire il perché registi come Favreau continuino imperterriti a giocare con e dietro la m.d.p., pagati fior fiori di quattrini da registi che di cinema, diciamolo, non conoscono pressoché nulla.

Voto: 5/10

Andrea Bandolin

giovedì 26 gennaio 2012

Underworld: Awakening

Cosa succede al cinema moderno, troppo parco di idee, troppo distratto per voltarsi e guardare avanti, troppo impaurito per azzardare. Una spiegazione è ancora in cantiere, ma la sua fifa è disarmante e viene mostrata in tutta la sua riluttanza, che esprime attraverso serial filmici progettati in stock, dove solo il maghetto ha più di qualche chance di salvarsi.
Underworld: Awakening nasce nel nuovo 2012, come proposta per risollevare le sorti della settima arte ormai alla deriva. Cosa di più sbagliato continuare a propinare quella misura di intenti che fino ad ora avevano mandato al tracollo il sistema.
Per cercare inoltre di perseverare in questa dannazione senza termine, frettolosamente si approvano schizzi di personalità, format desueti e impronte pseudo-stilistiche, buone solo per il dimenticatoio.
La creazione di Marlind e Stein (Shelter) racconta di Selene, donna vampira, che risvegliatasi dalla criogenizzazione, dodici anni dopo lo sterminio di parenti e lycan, scopre di avere una figlia ibrida, avuta nel precedente Underworld: Evolution. Il resto della storia si limita ad un'agenzia che modifica geneticamente qualsiasi essere vivente e crea un super lycan che Selene dovrà affrontare.
Questo non è un riassunto, non fatevi trarre in inganno, ma è la conseguenza di una superficialità nel redigere lo script. La storia è tutta qua. Il resto è semplicemente un ammasso di variazioni su tema, mosso da scontri, botte, sangue, gratuito sangue (che con i vampiri va a nozze), voli non pindarici che la protagonista compie inconsapevole.
Kate Beckinsale, splendida nel suo latex attillato di un nero traslucido, sembra rimanere alquanto stupita tant'è che non riesce a serrare le labbra nemmeno in un minuto della pellicola; impegnata com'è a volare di qua e di là, portata alla fuga dal centro genetico o sollevata con forza dal bruto lycan.
Il film ha la sostanza di un foglio di carta velina, copre un buono spazio, ma si può guardare anche oltre.
Il format ancora una volta risiede nella mistura forzata del melò paranormale, figlio di Twilight e cugino povero di Resident Evil, sistemato a sproposito per spillare soldi (maggiorati dalla versione 3D) all'ingenuo fruitore.
Un'opera, se si può anche lontanamente nominare questo sostantivo, ridicola in ogni sua parte, dalle scene d'azione (uno snervante 90% del film) dove non accade nulla, dalla trama talmente intrisa di pochezza da non sembrare reale, da una vacuità di personaggi femminili che gridano al maschilismo sintomatico.
Non c'è stranezza nel dire che guardando questo film, magari distraendosi per un po' e tornando a immergersi nello schermo cinematografico, si ritrova la Beckinsale nella stessa identica posa di dieci minuti prima: una gamba indietro, l'altra raccolta per cercare di rialzarsi, accompagnata dagli arti superiori e dalla sempre presente bocca semichiusa; costantemente accanto ad un muro scalfito dalla sua schiena da supervillain. Pellicole di tal fatta si spiegano da sole e azzerano le possibilità di ripresa del cinema. 
Se l'Italia ha bisogno di un Governo tecnico, il cinema lo deve oltremodo allontanare.

Voto: 4.5/10

Andrea Bandolin

mercoledì 25 gennaio 2012

Tinker, Taylor, Soldier, Spy (La Talpa)

La sottile linea di demarcazione che separa un attore che tenta di imitare l'impossibile da un altro che l'impossibile lo fa trasparire con estrema semplicità, è pressoché nulla.
Andando per esempi, si potrebbe indicare nel primo caso un mestierante estremamente dipeso dalle sue plateali forme di recitazione, Brad Pitt, come nell'ultimo episodio della sua filmografia, il rude mondo di Moneyball, dove abbindola lo spettatore medio attraverso gesti esasperati, tipici di un'ira poco moderata e non abbastanza efficace; nel secondo caso, invece, sempre rimanendo in ambiti vicini nel tempo, lode e applausi vanno sprecati per il Gary Oldman di Tinker, Taylor, Soldier, Spy, dove immenso, regala un'interpretazione ai suoi massimi livelli, giocata su impercettibili movimenti del capo, di sguardi collocati a dovere ad assecondare la scena. Questo è il modello da imitare.
Addentrandoci poi nella pellicola dell'ottimo e giovane Tomas Alfredson (già apprezzato per l'horror Lat den rätte komma in), la figura di Oldman si palesa come presenza dotata di grande delicatezza, ma carica di peso.
La vicenda, tratta dall'omonimo best seller di John Le Carré, ha l'intricata messa in scena delle pagine di carta, ma con un'anima da regista che lo stesso romanziere ha apprezzato ed elogiato.
Oldman è George Smiley, spia dal lungo e onorato servizio, scaricata anzitempo e costretta al prepensionamento. In tempo di Guerra Fredda (1973) però, non si può lesinare e lasciar andare uomini della sua esperienza, quindi, riconvocato dal sottosegretario governativo inglese (ovviamente in segreto), indaga su di una fantomatica talpa filosovietica.
La mano del regista si denota, si evince nei dettagli, nei sospiri, nei silenzi, nelle guerre psicologiche che la spy story meriterebbe, ma che spesso vengono dimenticati o, come accade in pellicole movimentate come Spy Game o Casino Royale, lasciata ad un marginale ed insignificante presenzialismo.
In tutto l'arco del film Alfredson da modo di assaporare l'ambientazione dell'uggiosa Upper class, dei motori pacati e velati di vendetta repressa dei suoi protagonisti, delle intricate evoluzioni di una storia difficile da intendere e persino dei mobili polverosi delle abitazioni neutrali dove le stesse spie esercitano le loro pressioni mentali.
Non c'è azione nel mondo dei delatori, ma ad ogni modo, come si può vedere nella primissima scena, dall'azione, il lavoro apparentemente tranquillo, parte e termina nel più pacato dei modi.
Alfredson forse ci riserverà una sorpresa finale il 26 febbraio quando stringerà tra le mani il secondo zio d'America, grazie all'abilità con cui ha mostrato un'anticonformista storia di spie che si avvicinano al nostro mondo, fatto di visite dall'oculista e di una pressante vita privata dove l'amore è sempre il punto più importante (velato in un'espressione omosessuale), ma che in questo caso, per professione, viene rigettato.

Voto: 7.5/10

Andrea Bandolin 

venerdì 20 gennaio 2012

What's Your Number?


Ci sono due tipi di intrattenimento che convogliano tutto il loro essere nell'assurda convinzione del preconcetto. Per entrambi la commedia è il loro terreno fertile. Il primo è il più classico dei modi di fare cinema, l'umorismo sottile, quello che alcuni erroneamente chiamano “all'inglese”, ma che aiuta le labbra a storcersi in genuini sorrisi. Il secondo invece è quel tema che i produttori, soprattutto americani, inseguono, portati dal trash italiano di Pierino o dalle esplosioni di madame francesi che mostravano gratuitamente il loro corpo, al servizio del capitombolo dell'imbranato protagonista.
Proprio in questa seconda trance della commedia sexy rientra Waht's Your Number?, per il quale anche il critico più affermato prova difficoltà a trovarle una ragion d'essere. Il sistema adottato è semplice: lei è la “classica” troietta disoccupata (così almeno la protagonista si definisce con agitato orgoglio) che arrivata al suo diciannovesimo incontro notturno si trova a dover assimilare la notizia che una donna può arrivare massimo a venti, prima di rischiare la zitellaggine. Il panico serpeggia nella sua mente quando si trova a letto, con l'ultimo uomo a sua disposizione.
Decide allora, supportata da idee che solo le dodicenni davanti ad un numero di Cioè possono avere, di rincorrere tutti i suoi ex per trovare finalmente marito e non sforare nei ventuno. L'aiuterà il vicino, lo stallone di turno, perennemente in costume adamitico. Non sapendo come affiancare l'apollo Chris Evans (Captain America: The First Avenger) alla frustrata disoccupata, il regista Mark Mylod (Ali G Indahouse) ha optato per una trovata probabilmente ragionata tra i cinque e i venti secondi.
L'altalenante Anna Faris (The House Bunny), che ancora non capiamo se sia simpatica ma bruttina per le sue labbra perennemente ritratte e bagnate e il suo accennato slapstick o se sia bella ma antipatica per la gratuita mostra che fa del suo corpo tonico e il suo ritrito modus da commedia, si butta in questo obrobrio senza capo né coda.
L'innamoramento, il lieto fine, il marito agognato, sono palesi, ma anche se scontati ci dovrebbe essere comunque spazio per virtuosismi registici, battute frizzanti, ritmi incessanti. Il mistero dopotutto non si addice alla commedia. Il regista però, insieme a Gabrielle Allen e Jennifer Crittenden qui sceneggiatrici, si dimentica tutto o quasi, portando la sua blanda idea iniziale come unico baluardo prima della noia.
Si prova ad inserire il matrimonio della sorella per aumentare gli ambienti dediti all'humor, ma anche questa soluzione risulta scialba e la pellicola non solo non decolla mai, ma instaura un rapporto con il pubblico che varia tra la rabbia intellettuale e la depressione metafisica.
Seguire le orme di Friends With Beneftis o Virgin Territory non è mai un bene, se poi ci si trova di fronte ad un prodotto addirittura inferiore, allora non si può fare altro che girare lo sguardo alla locandina accanto e provare a rilassarsi con altri generi o altri clichè.
Dire che il titolo italiano Sex List, forse per la prima volta nella Nostra storia, rende pù giustizia di quello originale, allora la frittata è bella che fatta.

Voto: 4.5/10

Andrea Bandolin

mercoledì 18 gennaio 2012

Tomorrow, When the War Began


Orfani della saga sul maghetto occhialuto, dell'istrionico Jack Sparrow e a un passo dal termine tanto atteso di Twilight, i produttori americani cercano in ogni modo di pescare saghe letterarie che possano alzare l'interesse per il grande schermo attraverso prodotti longevi e sicuri.
Questo nuovo marketing che fino ad un decennio fa era solo una tantum, ha basi economiche ben fondate e costituisce un elemento importante per il risollevamento della settima arte.
Portata dalla frustrazione anche la Marvel ha tentato di intromettersi provocando uno smottamento generale e creando un progetto vasto, danaroso e stravagante, come quello di The Avengers che uscirà il 25 aprile 2012.
Ultima e non ultima di questo interminabile censimento è l'epopea narrativa dell'australiano John Mardsen, Tomorrow Series, dalla quale la Ambience Enterteinment ha acquisito i diritti di tutti e sette i romanzi traendone il primo lungometraggio uscito lo scorso 4 novembre: Tomorrow, When the War Began.
Costruito sulla piscologia di otto teenager (una dei quali, Ellie Linton, ne narra le vicende) che devono affrontare da soli l'invasione giapponese in Australia, trasformandosi in guerriglieri un po' per difendere il loro paesino di 3000 anime un po' per riscattare la loro situazione da collegiali infantili.
L'idea presa dal libro è molto interessante, plasmata su di un mondo (l'Oceania), dove questo genere di peripezie spesso non accadono, e porta alla conoscenza di otto eterogenei ragazzi e alla loro evoluzione spirituale e anche fisica.
L'idea però è sempre e solo radicata in un pensiero a volte fugace; portarla su pellicola, raccontarla, intessere amori e dissapori tra giovani, è tutt'altra cosa. Se lo scrittore ci riesce almeno in parte, il regista, Stuart Beattie (sceneggiatore di Australia), non riesce nell'intento di dar vita a dei personaggi all'altezza, personaggi che cadono nel più classico degli stereotipi, quasi fossero senza passato alcuno, senza anima, senza aspettative.
In più il motore della vicenda, la guerra, spesso viene inseguita, si tenta in qualche modo di approdare in territori già visti in film come Red Dawn o Casualties of War, ma le scene dove i soldati incontrano i protagonisti sono solo piccole macchie lavabili su un canovaccio stropicciato.
Gli otto ragazzi quindi, fatta eccezione per la narratrice che acquista peso proprio grazie al suo doppio ruolo, appena si fa vivo nel loro mondo il concetto di sopravvivenza che dovrebbe innalzarli psicologicamente, perdono smalto facendoli cadere in un falso eroismo più vicino a Risiko che a una vera guerra.
L'inizio era calcolato bene, silenzioso, dedicato a tutti i protagonisti, alle loro diatribe interiori, nel loro luogo (chiamato Inferno anche se non si capisce perchè) dove avrebbero passato una vacanza lontano dalle banalità cittadine. Incontrando poi l'ottavo membro, il tossico Chris, che sembra distruggere il lavoro inziale, ci si accorge della limitata importanza che può avere un evento apparentemente così forte.
Infine, ci si chiede, ma questa forse è una domanda da porre allo scrittore: Come mai Australiani e Giapponesi scendono in guerra per una contesa di risorse? Perchè la Nuova Zelanda dovrebbe correre in aiuto dei cugini?
Una cosa è certa, grazie al poco successo in patria e in terra straniera, probabilmente non ci sarà un seguito a questo fallimentare primo episodio.

Voto: 5.5/10

Andrea Bandolin

martedì 17 gennaio 2012

Mardi Gras Spring Break


La volgarità, l'eccesso, sta ormai soppiantando il caro vecchio intrattenimento slapstick, lontano ormai nel tempo a pellicole che ci avevano a loro modo rallegrato le serate, passate davanti alla tivù o direttamente nella sale cinematografiche. Dapprima questi due linguaggi hanno cercato di fondersi dando vita a situazioni esilaranti, grottesche, ma efficaci, infine il slapstick ha dato forfait perdendo linfa piano piano, andando infine nel deimenticatoio.
Ora, partecipi del movimento in avanti (o retrogrado) della Società senza limiti, che rifugge i tabù a tutti i costi, andiamo nei cinema a cercare di divertirci con esperienze antimorali che ci destabilizzano a volte più degli omicidi o delle ecatombi presenti in film di tutt'altro genere.
In America sembra esserci la patria potestà per questi gerghi da product placement, mentre in Italia si “vola bassi” quanto ad eccesso, rispetto al colosso oltre oceano.
Se tocchiamo infatti la vetta della volgarità e ci paragoniamo agli Stati Uniti, sicuramente abbiamo meno intenti anti bon ton (nonostante le varie vacanze di Natale, Boldi o Pieraccioni fermi comunque alle mere parolacce), mentre nel più grande mondo cinematografico la situazione è totalmente differente (lo sperma di bulldog nei panini in Van Wilder, la masturbazione per addormentarsi di Zach Galifianakis in Due Date o Sean William Scott che mangia le feci del cane per non essere scoperto in American Wedding).
L'anno scorso per aggiungere benzina sul fuoco ci pensa anche Mardi Gras Spring Break, film pesante dal punto di vista già menzionato, che vede tre ragazzi, Josh Had/Bump (The Rocker), Nicholas d'Agosto/Mike (dalla serie Heroes) e Bret Harrison/Scottie (dalla serie The Reaper), volare a New Orleans al famoso Mardi Gras (Martedì Grasso), luogo dove tutto è lecito e dove soprattutto le ragazze si spogliano in cambio di collane di plastica.
Un momento per i tre di allontanarsi dalla vita da college e cercare ovviamente di perdere la verginità (tranne d'Agosto che becca la sua ragazza per caso a mostrare le sue nudità).
Attraverso situazioni che riportano alla mente Superbad e a McLovin, la pellicola si snoda tra seni rifatti, travestimenti impossibili, foto pornografiche e battute alquanto gratuite.
Però, quando una pellicola vuole avere dalla sua parte questo universo esplicito, allora bisogna prenderla per quello che è e analizzare senza troppi falsi moralismi se c'è del buono, se il ritmo, le battute seppur volgari e gli sketch sono interessanti.
Mardi Gras Spring Break ha un ritmo trasportante, ben fatto, una regia classica, legata al concetto di mostrare senza intervenire, delle battute al vetriolo, una sceneggiatura banale, ma condita con ironia folle ed efficace; soprattutto però possiede diversi sketch per cui, anche se disturbati dal loro evolversi, valgono la pena di essere visti e che probabilmente diverranno un cult del genere proprio perchè schifosi (come la scena in cui Harrison si porta dietro, avvolto nell'asciugamano, il suo prodotto fisiologico e nella sala dell'albergo sfortunatamente impatta contro un ventilatore portando un effetto che lascio alla vostra immaginazione).
I tre ragazzi arrivano al loro scopo, come è ovvio in una commedia teenager, ma sempre con idee anticonformiste e valide che portano questo film ad essere un prodotto non solo divertente (anche se faticoso), ma in alcune sue parti da vedere e rivedere.
Poco è importato al regista Phil Dornfeld di ricalcare il Mardi Gras musicale di Goulding, datato 1958 con Pat Boone, o il thriller Murder at the Mardi Gras di Annakin del 1978, assorbendo anche le qualità della tradizione che vengono emanate dalla patria del Jazz.
A Dornfeld interessano solo le ragazze nude, le situazioni eccessive e gli orrendi risvolti sessuali e omofobici ma, rimanendo nel suo pensiero e contesto, bisogna solo dargli ragione.

Voto: 6.5/10

Andrea Bandolin

domenica 15 gennaio 2012

Moneyball


Lo sport, raccontato come gioco fine a se stesso, regala spesso poche emozioni (Bull Durham, Goal!, Coach Carter), ma se gli si affianca una storia, magari riguardante un personaggio famoso (Invictus), comiche genialità (Siu Iam juk kau) o storie quotidiane di fondo (come il titolo che in questa sede recensisco), allora la pellicola non solo acquista impatto, ma anche linguaggio, trama, colpi di scena, possibili snodi. Ovviamente sempre e solo se confezionato a dovere.
È il caso di Moneyball, secondo lavoro di Bennett Miller dopo l'ottimo Capote (che per altro ha dato modo di conoscere il talento di Philip Seymour Hoffman presente anche in questo film), costruito sulla base di un evento sportivo datato 2001, quando la squadra di baseball degli Oakland Athletics si trova a dover fare a meno dei suoi tre giocatori di punta e di un budget scarso e poco adatto alla Serie A. Grazie all'intervento di Billy Beane/Brad Pitt (The Tree of life), ex giocatore fallito e ora general manager desideroso di vittoria, e a Peter Brand/Jonah Hill (Cyrus), neo laureato in economia, la squadra risorgerà battendo ogni pronostico e record.
Mettono a punto il sistema (omonimo del titolo) di un piccolo venditore di scatolame che dalla sua poltrona aveva costruito un metodo basato sulle statistiche per evidenziare i giocatori migliori.
Derisi e insultati per la loro idea stravagante, dovranno fare i conti con delusioni, pressioni e tutto quello che concerne il mondo rude e maschio del baseball per riuscire ad aver ragione della preistorica metodologia dei talent scout nella Major League.
Come detto però, se non c'è un'anima estranea allo sport, il film ristagna in preconcetti didascalici. Il significato sintomatico che viene evidenziato (con o senza merito di Miller) non parla di baseball, ma di passione, del classico, per antonomasia, sogno americano.
Pitt dà alla luce un frustrato personaggio dai gesti irosi e nervosi che vuole a tutti i costi vincere per riscattarsi, che crede nella possibilità dell'azzardo, prendendo giocatori/scarti che altre squadre reputano indecenti per le loro movenze sgraziate, per la loro faccia insicura o semplicemente per la loro età; motivi che non vanno d'accordo con l'economia sportiva.
Hill lo accompagna immergendosi in breve tempo nella dissoluzione che intacca spesso il mondo sportivo, creato su fondamenta economiche e di partenza poco avvezze alla passione.
Il crocevia di intenti che li lega è evidente ed è appunto il sogno, il desiderio comune di arrivare in alto, di essere eroi, di lasciare un segno nel mondo.
Il baseball, le partite, come il sistema adottato, è pura statistica, relegata a forma, lasciando il contenuto alle inversioni di marcia di Beane (metafora dell'uomo sempre indeciso), al falsamente impacciato e sempre più sicuro di sé Brand, ai discorsi sul mercato sportivo (indimenticabile la scena in cui in dieci minuti il general manager decide il futuro di ben sette giocatori, solo per ripicca), ai rapporti tra il protagonista e la figlia, la quale gli dedica una canzone (“You're a Loser, Dad”) che lo spronerà nelle sue decisioni.
Nelle fattezze ricorda molto Any Given Sunday, nel rapporto tra gioco e uomo, nelle gerarchie sportive, nel stronzaggine pura e rozza degli individui che vi partecipano; però, grazie anche all'elegante fotografia, Moneyball, sale di livello portandosi su contorni psicologici ben più definiti del film di Oliver Stone, dove il protagonista è il lavoratore che sogna, è l'americano medio che crede nella sua passione (indipendentemente da che "scuola abbia frequentato"), è il significato cardine della sceneggiatura (Aaron Sorkin e Steven Zaillian), fatta di universi precostituiti, singoli individui che li vogliono destabilizzare e mondi reali che spesso (forse anche portati dalla tecnologia) non vengono presentati dalla settima arte che, è sì strumento di straniamento, ma anche l'unico mezzo capace di catturare la realtà nella sua aura più intima. 

Voto: 7.5/10

Andrea Bandolin

Don't Be Afraid of the Dark


Da quando Sam Raimi mise in piedi quel cartonato multimediale, posticcio, ma affascinante che venne distribuito con il nome di The Evil Dead, l'horror ha acquisito non solo un sottogenere casalingo, dove la propria dimora è crogiuolo di terrificanti messe in scena e destabilizzazioni della quiete familiare, ma anche un motore che da quel momento ha scatenato nella filmografia mondiale un nuovo ed appassionante spunto per far riemergere un genere poco avezzo ai successi al botteghino.
Il luogo al chiuso, preferibilmente la propria casa, è un concetto prima che un oggetto, utile all'ambientazione dark, gore e gothic, che sorreggono quel senso di sfiducia e di occlusione, che altrimenti, in giornate assolate davanti alla tivù, sarebbero chiamate protezione e libertà.
Don't Be Afraid of the Dark, prodotto da Guillermo del Toro, è l'ennesima riproposizione del linguaggio cinematografico horrorifico legato al più classico del genere; come successo in Los otros, Awekening o, ridimensionando un attimo il concetto di partenza, anche in The Spiderwick Chronicles.
Questa pellicola diretta dal neo regista Troy Nixey (prestato dal fumetto), racconta la storia di una casa vittoriana da ristrutturare, infestata da folletti maligni che, in cambio di denti “giovani” lasciano in pace gli abitanti e regalano monete d'argento. Sally/Bailee Madison (Brothers), bambina introversa e lasciata a se stessa, è costretta a viverci per qualche tempo con il padre assente/Guy Pearce (The Hurt Locker) e con la neo fidanzata Kim/Katie Holmes (The Gift), entrambi restauratori di interni. Nello scantinato trova il nascondiglio di questi esserini (molto simili a quelli visti in El laberinto del fauno proprio di del Toro) con i quali dovrà fare i conti, non creduta dal padre, ma spalleggiata da Kim, vogliosa di entrare nelle grazie della figliastra.
Il clichè del horror post hoc forma la base di questa pellicola, forse troppo radicata in stilemi triti e ritriti. Il linguaggio e il ritmo sono fievoli, pochi e di scarso impatto emotivo, visto e considerato che né il moderno uso di improvvise immagini schock né l'angoscia latente proposta ad esempio da Shining, vengono proposti (se non in un paio di scene buttate là).
Il film però ci guadagna dai comparti esterni, dalla scenografia che a partire dalla casa in arte vittoriana esalta un ambientazione che ricalca lo stile del produttore, dalla colonna sonora firmata Beltrami-Sanders che cerca in tutti i modi di guidare un'atmosfera che altrimenti non ci sarebbe nemmeno, dalla fotografia presa in prestito dal già citato El laberinto del fauno che ritaglia un mondo originalmente colorato per le richieste dark che l'horror vorrebbe; del rimanente assetto filmico non v'è invece traccia.
Il regista non ha la mano giusta per dare un'impronta personale, e si vede anche quando cerca di nascondersi dietro i mobili per regalare un gratuito senso di stalking demoniaco, poco efficace e a tratti fuori tema.
Guillermo del Toro qui, ripescando l'omonima fortunata e ottima serie tv del 1973 di John Newland (già anche nella prima stagione di Star Trek), prova a inserire nell'universo dell'horror contemporaneo una favola d'altri tempi che strizza l'occhio al passato e si incastra nel presente, ma che rimane in mezzo ad una stasi temporale che le fa perdere di vista il suo obiettivo.
Se con Awekening, con The Orphanage o Insidious c'è stata un'interessante ripresa positiva nell linguaggio del film horror, arrivati a questo punto nel nuovo 2012, già una frenata con questa pellicola si denota.
Sul fronte futuribile per altro c'è ben poca carne al fuoco.

Voto: 5.5/10

Andrea Bandolin

martedì 10 gennaio 2012

Arthur Christmas


Nella storia del cinema, la carrellata di film dedicati alla soffice neve che accompagna l'omaccione dal vestito rosso e bianco è interminabile, e nella maggior parte dei casi radicata su concetti retorici, sentimenti falsamente bonari e bambini dalla bocca spalancata e sorpresa.
Quest'anno però la Aardman Animations (Wallace & Gromit), studio britannico specializzato in stop-motion, si sposta sul cartone classico, animato da un buon 3D.
Arthur Christmas si aggiunge quindi a quelle pellicole che hanno giocato con il Natale e con la storia del babbo più famoso, come Nightmare Before Christmas, Grinch o i due (del 1947 e del 1994) Miracle on 34th Street, rendendola ancora più unica.
Arthur, impacciato e sempre entuasiasta, è il figlio di Babbo Natale ad un passo dal pensionamento nel suo 70esimo anno di onorato servizio. Steve è il fratello, ben piantato e con un forte senso del rigore, l'erede e futuro portatore di gioia e doni (tanto che già sul suo mento capeggia un pizzetto bianco a forma di albero natalizio).
Gli elfi sono efficenti macchine da consegna, separate in blocchi nei quali ognuno ha un preciso compito, come piccoli berretti verdi al servizio della magia del Natale. Guida tutto lo stesso Steve in tuta poco mimetica, grazie alla tecnologia e ad una navicella spaziale utilizzata per la consegna dei regali.
A presenziare sulla navetta il graduato Babbo che, boffonchiando il sempre simpatico “oh, oh, oh”, da il via alle danze, un segnale che gli elfi prendono come un ordine e in 18.4 secondi posizionano il dono sotto l'albero di ogni abitazione, recuperano biscottini e latte per riusarli come combustibile, e passano con rapidità alla case successive.
Cosa succede però se questa tecnologia, precisa, infallibile, organizzata fino al millesimo, si perdesse una bambina, una sola “insignificante” bambina?
Sarà Arthur insieme a Nonno Natale (al suo 136esimo anno di età) e ad una renna con tanto di collare ortopedico a riportare, con la più classica delle slitte (con annessa polvere magica), l'ultimo regalo mancante.
Questo sentimento ricongiungerà in un'unica passione tutte le generazioni, dall'anziano, all'attuale, fino al futuro, accompagnando tecnologia e vecchia guardia in un assembramento magico fatto di buoni sentimenti e dolci parole.
Arthur Christmas è un insieme di trovate geniali (dal segnale natalizio già citato, alle spiegazioni militari sulla consegna regali), di battute sottili verso l'evoluzione del mondo odierno (“ce ne sono sempre di più” riferito all'aumento costante degli Stati), di gioia per gli occhi, servita su un piatto natalizio poco avvezzo alla consuetudine, di un 3D usato con particolare cura nell'esporre i vari personaggi e le loro caratteristiche più importanti.
Finalmente un cartoon dedicato nella forma ai bambini, ma che strizza l'occhio all'adulto comunque affascinato dalla magia del 25 dicembre, allontanando quei film carini, ma piatti che d'inverno vengono sfornati; come Sammy's avonturen: De geheime doorgang o Tangled, usciti nelle sale alla fine dell'anno scorso.
Quest'anno quindi non si sentirà la mancanza della Disney, a secco forse di idee, ma ci si può rilassare con questo grazioso, interessante omaggio al Natale, ma senza dimenticare la presenza di spunti originali e sentimenti puri senza tanti giri di parole.
Il Christmas che emana questa pellicola è direttamente proporzionale quindi all'amore e alla passione che lo stesso Arthur del titolo mette nello sbustare le letterine dei tanti bambini che giungono al Polo Nord, dove tutte riunite si mostrano tante bandiere di altrettanti Paesi, come a rivendicare il patrimonio millenario dello stesso Babbo Natale. Delicato e velato omaggio alla guerra e all'economia in crisi.

Voto: 7/10

Andrea Bandolin

Puss in Boots

Lo spin-off, letteralmente “derivato”, sembra voler soppiantare il remake, per quanta celerità e abbondanza mettano negli ultimi anni i produttori americani.
X-Men Origins: Wolverine, l’assembramento di Iron Man, Thor, Captain America: The First Avenger, in vista dello “spin-on” The Avengers nel 2012, le serie televisive Angel e Ashes to Ashes, sono tutti legati da questo nuovo sottogenere che apparentemente porta soldoni nelle case delle major americane.
Ultimo, ma non ultimo, Puss in Boots, è lo spagnoleggiante Gatto visto nel e dal secondo capitolo della tetralogia di Shrek.
Ha con sé le movenze del micio più sornione, gli occhi che hanno ipnotizzato non solo i personaggi all’interno della scena, una personalità capace di annichilire sia l’orco protagonista sia il comprimario Ciuchino, rubandogli spesso e volentieri la scena. Meritava quindi un assolo.
Così la Dreamworks ha pensato bene di regalargli una via di mezzo tra prequel e spin-off, mostrando il gatto con gli stivali, lontano dalle fiabe dei Grimm (e dall’origine che pochi sanno essere italiana), nella sua vita passata, ma creando un universo estraneo alle vicende accadute con il suo futuro compagno dalla pelle verde.
Il Gatto vive a San Ricardo, in un orfanotrofio, insieme al suo amico Humpty Dumpty (personaggio di Through the Looking Glass and What Alice Found There di Lewis Carroll), un uovo antropomorfo, con il quale sogna di trovare i famosi fagioli magici e la conseguente gallina dalle uova d’oro (che poi è un’anatra).
L’unico problema al quale i produttori non avevano pensato è che la personalità che aveva mostrato in Shrek era dettata dal suo ruolo di comprimario. Posizionandolo là dove il protagonismo ha gli occhi di tutti, perde quell’effetto di macchia indelebile, che la parte di spalla gli aveva dato.
In più, Humpty Dumpty, con il suo sottile cinismo, figlio di una invidia poco latente, il suo zoppicante deambulare, costretto nella sua forma ovale e aiutato anche nei piccoli compiti quotidiani, essendo comprimario, scalza lo stesso Gatto dai riflettori, assurgendo a protagonista.
Il Gatto è quindi condannato a secondarietà proprio quando gli si offre la possibilità di essere protagonista già in partenza.
Il film inoltre risente di questo gioco di parti poco definito, portando una storia ad incastrarsi poco nel mondo dell’orco, anche se la base fiabesca permane (forse troppo esasperata).
Il risultato è comunque piacevole: le situazioni in cui il protagonista si lascia andare ai suoi istinti animaleschi sono esilaranti, le scene in cui si presenta la tondezza di Dumpty (su tutti la tutina d’oro per camuffarsi tra le uova dell’anatra) sono affascinanti, e la scorrevolezza fanciullesca abbastanza godibile.
Un product placement (come il gergo odierno impone) costruito degnamente per i giovani che in Shrek non avevano trovato spazio, vista l’adulta intromissione di citazionismo costante, e confezionato a dovere per chi vuole passare un’ora e mezza di assoluto relax, senza troppi voli pindarici.

Voto: 6/10

Andrea Bandolin

Les emotifs anonymes


È tempo di tirare le somme, di guardare al 2011 e chiudere gli occhi, aprirli al nuovo anno, disfandosi degli insuccessi cinematografici e accogliendo 365 giorni carichi di nuove sfide che porteranno ad una ripresa sicuramente importante.
Ciò nonostante, la fine dell’anno ha dato numerosi spunti interessanti, spunti che fondono la commercializzazione frenetica al pensiero artistico e, come non mai, questo dicembre il cinema è stato piacevolmente supportato da pellicole che hanno accontentato grandi e piccini, critici e pubblico.
Il poco qualunquista The Ides of March, l’affascinante passato di The Artist, la sorprendente concretezza di Scherlock Holmes: A Game of Shadows, l’antiretorico Arthur Christmas per finire con l’ultimo film della trilogia dedicata ad Arthur et la guerre des deux mondes; tutti questi prodotti apparentemente mediatici nascondono un’anima schiava della settima arte.
A questi si aggiunge il piccolo Les emotifs anonymes (uscito in Francia l’anno passato), dallo sconosciuto Jean-Pierre Ameris (almeno in Italia), fiaba cittadina dai contorni transalpini, ma dalle fondamenta americane, che ricorda più il To Be or Not to Be di Lubitsch che il Chocolat di Hallstrom.
Isabelle Carrè/Angelique (La Renard et l’enfant) è mastro-cioccolataia emotiva e impacciata, Benoit Poelvoorde/Jean-Renè (Rien a declarer) è principale di una chocolaterie, sempre sudato e timido; insieme sono talmente a disagio con il mondo esterno da risultare antisociali e, seppur innamorati tra loro, rifuggono al contatto fisico, scappando l’uno dall’altra dando vita a situazioni comiche figlie di un’emotività troppo presente e pressante.
La vicenda azzera luogo e tempo, creando una favola che strappa sorrisi in tutti i suoi ottanta minuti, supportati dalle situazioni tragicomiche dei protagonisti, aumentandone la bellezza semplice grazie agli attori, ottime personificazioni dei due Emotivi Anonimi.
In un periodo come quello natalizio vedere una commedia come non se ne vedevano da anni, trasgredire positivamente distanziandosi dai tamarri cinepanettoni all’italiana, regala al fruitore un’oretta abbondante di puro godimento e di relax.
Le somme tirate sin qui non sono poi così tanto negative, almeno dal punto di vista artistico, ma si sa che l’emotività del cinema è direttamente proporzionale alla sua pubblicizzazione.
Questo film quindi ricalca e riassume un’annata deludente dal punto di vista degli incassi, ma non disdegna sentimenti puri e piacevoli, sovrimpressioni costruite ad hoc per chi ancora vuole gustarsi film semplici ma carichi di buone intenzioni.

Voto: 6.5/10

Andrea Bandolin

Finalmente la felicità


Quando un film, nella sua narrazione, diventa figlio e artefice di una scena tratta da C’è posta per te (Di Maria de Filippi, non quella di Tom Hanks), il risultato che ne viene fuori non può che essere sconcertante.
C’è una gerarchia apparente nella cinematografia italiana, nei cine-panettoni che infestano le sale dello Stivale come fameliche locuste che divorano ogni parvenza di dignità rimasta lontana nel tempo, al Neorealismo.
Prima Christian De Sica e Massimo Boldi vivevano sullo stesso schermo, vicini e affiatati, poi litigando per non pestarsi i piedi, all’uno è rimasto il freddo natalizio, all’altro un ramingo vagare dall’estate a novembre.
Poi Aldo Giovanni & Giacomo sono spuntati nel periodo innevato pretendendo spazio nei botteghini e contendendo a volte la palma di migliori.
Infine è giunto Leonardo Pieraccioni con la sua toscanità fin troppo preponderante, lasciando un marchio indelebile nei fruitori bassi.
La gerarchia era quindi costituita: dopo i già citati De Sica e Boldi, al trio andavano gli anni pari del periodo di Natale, all’ultimo i dispari.
Con questo preambolo si può analizzare con chiarezza e senza falsi stereotipi tutta la filmografia italiana della commedia.
Finalmente la felicità non è un film, come non lo sono La banda dei Babbi Natali o Vacanze di Natale a Cortina, ma un prodotto, una confezione creata dai distributori italiani per guadagnare, portati a credere che sia l’unica vera maniera di far risorgere il cinema in decadimento.
Uno sbaglio totale, sciocco, condiviso da ogni amante della settima arte, da ogni critico, da ogni produttore oltreconfine.
Questa pellicola ha la classica investitura delle commedia alla Pieraccioni: scialba, narrativamente inutile, registicamente inattiva, scorrevolmente piacevole perché liscia e piatta, di fruibile pochezza.
Non ha alti né bassi, né luoghi di intrattenimento, né ritmi interessanti. Solo qualche macchietta qua e là, che supera il nulla con qualche piglio comunque insufficiente.
La storia vuole essere in linea con i tempi moderni: un musicista crea, ma è spiantato, perché la sua idea è stata rubata, allora, tramite il programma della de Filippi, incontra una brasiliana, adottata in gioventù dalla madre morta e di lei il protagonista si innamora perché come al solito, questa è straniera e bellissima.
Attraversato da un senso di nulla assoluto, a parte qualche momento felice di Rocco Pappaleo, e da una comicità ovviamente toscana, ma pur sempre poco volgare, questo film è un dispiacere per gli occhi, per la mente e per il futuro del nostro cinema.
Ormai non ci si chiede più quale sia il motivo di tanto accanimento nello sfornare questi tremendi manifesti della pochezza, lasciando i distributori nel loro brodo a costruire un’impalcatura talmente fragile che a breve cadrà, portando il cinema italiano ad un collasso senza eguali, risanato in un futuro (probabilmente non troppo lontano) da produzioni multilingue che dimezzano le spese e di seguito i proventi.

Voto: 4/10

Andrea Bandolin

Hugo Cabret (Anteprima)


Scorsese, il professore (come amano chiamarlo i suoi compagni di avventure), possiede una fervente passione per la settima arte, si evince, e la sa trasmettere a chi lo circonda. All'epoca in cui girava The Departed con Leonardo di Caprio, l'attore (spiega) sfinito tornava a casa con sacche piene zeppe di dvd che il regista, ansioso di trasmettere conoscenza e trasporto, si premuniva di prestargli.
Da sempre, il newyorkese dalle folte sopracciglia, sognava di inserire la sua passione nei meccanismi di un film, ma fino ad ora le occasioni rimanevano a livello liminare. Con Hugo Cabret, tratto dal libro illustrato di Brian Selznick The invention of Hugo Cabret, finalmente può sfogare questo grande desiderio.
La trama è semplice e di stampo apparentemente fanciullesco: l'orfanello Hugo/Asa Butterfield (The Boy in the Striped Pyjamas) alla morte del padre orologiaio/Jude Law (SherlockHolmes: A Game of Shadows) è costretto a vivere nella stazione ferroviaria di Parigi, a cavallo degli anni '30, scappando da un controllore/Sacha Baron Cohen (Sweeney Todd – The Demon Barber of Fleet Street) e rintanandosi tra giganteschi ingranaggi ticchettanti. L'incontro con Isabelle/Chloe Moretz (Kick-ass), anch'essa orfana, e con un perfettamente caricaturato George Melies/Ben Kingsley (Gandhi), padrone di un negozio di giocattoli, permette ad Hugo di scoprire l'utilizzo di un piccolo robot. Il protagonista si ritaglia così un esclusivo e speciale rapporto con il padre defunto, attraverso i disegni confezionati dall'automa.
Anche se di primo acchito questa pellicola punta ad un target prettamente giovane, allontanando Scorsese dal precedente thriller Shutter Island, manifesta un'anima strettamente legata alla passione cinematografica del regista, attraversando in 125 minuti, carichi di esaltativa esposizione di colori, tutta la storia degli effetti speciali e finendo per coprire un pubblico ben più ampio.
Infatti già dal trailer è palese quanto la pellicola sia permeata da un amore incontrastato per la settima arte (la presenza di George Melies ne è l'affermazione); amore che induce Scorsese ad impostare una scena simile a L'arivee d'un train en la gare de la Ciotat e forse, grazie al 3D, si potrà assistere ad un fuggi fuggi generale dalle sale dei multiplex (portando il ricordo alla prima proiezione dei Lumiere).

Lo stesso Scorsese, in un'intervista, spiega l'origine personale del suo film:
"Quando il produttore Graham King mi ha proposto di girare un film su Hugo Cabret, ne ho parlato con la mia figlia ed i suoi amici, che in coro mi hanno chiesto: 'Sarà in 3D, vero?' Ho sentito che era il momento di lanciarmi in questa avventura. Dopo Shutter Island mi piaceva anche l'idea di fare finalmente un film che mia figlia Francesca potesse vedere, e soprattutto avevo voglia di lavorare con dei bambini come protagonisti".

Il regista già in precedenza aveva tentato di approntare una storia dagli intenti edificanti, nel lontano 1974, con Alice Doesn't Live Here Anymore, anche se con risultati poco adatti ai più piccoli; in questa occasione, accompagnato dalla sempre fedele Thelma Schoonmaker al montaggio e dal ripescato John Logan (Aviator) alla sceneggiatura, imbastisce non solo una favola intrisa di didatticismo e di melensaggine (così riportato da alcune testate), ma un omaggio sacrosanto alla sua passione, intrecciando momenti di puro godimento per il cinefilo esigente.
Si aggiunge, per affiancare il viaggio nel cinema pioneristico, uno sguardo intenso sul presente, confezionato in un'efficace versione 3D, con il quale Scorsese gioca divertito senza però dimenticarsi narrazione e ritmo, esplodendo nel più vero e diretto utilizzo della terza dimensione.
Se poi le statistiche possono dire la loro, negli ultimi cinque anni già due film premiati al National Board of Review (organizzazione non profit di New York dedicata al cinema) hanno vinto l'Oscar come miglior film e Hugo Cabret, battendo in questa sede calibri da novanta come The Ides of March di Clooney, J. Edgar di Eastwood e Tree of Life di Malick, si candida con prepotenza alla statuetta più ambita.
Il 3 febbraio 2012 lasciamoci dunque pervadere dalla magia del film di Scorsese, che forse costringerà anche i cinefili più rigidi ad estraniarsi dal proprio mestiere per rivivere la storia del cinematografo. In verità qualche addetto ai lavori è già caduto preda dell'amore d'argento e pixel emanato da Hugo Cabret (il film è già uscito negli Stati Uniti il 26 novembre), che chiama l'autore del libro, da cui la storia è tratta, David Selznick, porprio come il primo vero grande produttore dell'era del muto.

Voto: anteprima

Andrea Bandolin 

Sherlock Holmes: A Game of Shadows

Spesso si tende a dimenticare una professione, una nicchia del cinema, che apparentemente sembra superflua, ma incide oltremisura sugli aspetti filmici di una pellicola: il casting.
Non sto parlando di attori principali, ma di quelle comparse, di quei comprimari che elevano un film grazie alla bravura o alle caratteristiche fisiche degli stessi. È successo in The Ides of March, in Tower Heist o andando indietro nel tempo, nel più osannato The Godfather.
Sherlock Holmes: A Game of Shadows, secondo capitolo diretto da Guy Ritchie (The Snatch), è la riprova di quanto importante sia questo mondo fatto di scelte azzardate e ben precise, portando ogni caratterista a giocare un ruolo importante nel dipanarsi della vicenda.
Questa pellicola, addentrandoci in ulteriori suoi aspetti, ricalca ed enfatizza il precedente film, portando i difetti di Holmes e Watson a fare da base concreta, quasi antiletteraria, per le loro personalità.
Sconfitto Blackwood/Mark Strong (Sherlock Holmes), l'uomo “frenetico e psicotico” (parole di Watson) si trova a dover sventare i piani del Professor Moriarty/Jared Harris (The Curious Case of Benjamin Button) atti a scatenare un'ipotetica prima guerra mondiale (siamo nel 1891).
Guy Ritchie aumenta la caratura di questo Sherlock post-moderno, donando libero sfogo al sempre più istrionico Robert Downey Jr (Iron Man), per il quale almeno una nomination sarebbe d'obbligo, seguito a ruota dal fedelissimo e inglese Jude Law (Contagion), confezionando un prodotto adatto a pubblico e critica, modificato per migliorare alcune parti zoppicanti del primo capitolo.
Anche se Harris ha poco carisma per impersonare il nemico numero uno di Sherlock, anche se il regista abusa a volte di slow motion e stady-cam attaccate direttamente al corpo degli attori, anche se la Londra uggiosa appare più figlia della yakuza giapponese (almeno nelle operazioni), questa grande prova di intrattenimento camuffata da blockbuster, risulta un piacere per gli occhi e per la mente, grazie anche alle musiche sincopate e britanniche di Hans Zimmer.
Inoltre Ricthie ha sempre dimostrato un talento interessante (tralasciando il pessimo Swept Away) e lo dimostra appieno in questa pellicola, soprattutto nella scena dell'inseguimento tra tronchi e rami devastati dalle pallottole, simile alla frenesia di Michael Bay (Transformers:Dark of The Moon), ma personalizzata attraverso rallenty a catturare i momenti significativi (in Bay è solo casino).
Da segnalare anche il flashforward tramandato dal primo capitolo, dove Holmes organizza i suoi movimenti futuri, questa volta aumentandone il linguaggio filmico grazie a interruzioni, insieme a Madame Simza/Noomi Rapace (Män sorn hatar kvinnor), o a duelli, nello scontro psicologico tra lui e Moriarty (capace di usare la stessa tecnica).
Un regalo di Natale che appassiona, che porta il fruitore ad assaporare ogni singola immagine, lasciando esterrefatti per la pesonalità con cui viene guidato il tutto.
Di questi tempi mettere d'accordo pubblico, critica quotidianista e specializzata sembra essere un'impresa impossibile, ma sicuramente Scherlock Holmes: A Game of Shadows ha la sfacciataggine del suo protagonista per concorrere a questa ambita posizione.
Tra compendi di emozioni, battute caustiche, azioni agitate e pesonalità forti, ripetendo la grande bravura di Downey Jr. (che con il rossetto sbavato assomglia ad un ottimo Jocker), il complesso è un product placement di ottimo effetto, costruito ad hoc per un pubblico senza target alcuno.
Non c'è da stupirsi se si esce dalle sale tutti d'accordo, grandi e piccini.

Voto: 7/10

Andrea Bandolin