Steven Spielberg ha quell'aura benefica, quell'intuito e quel principio che legano indissolubilmente un uomo al cinema. Lui espleta i suoi doveri per l'arte, perchè di arte si sta parlando, la settima, ma strizzando l'occhio a quello spettatore senza il quale questa arte sarebbe un quadro in una casa, per il quale solo il proprietario può godere delle sue potenzialità.
C'è da dire che questo regista, a discapito di chi pensa possa essere un infallibile oracolo, ricorre alla fusione dei due intenti, arte e businness, per avere ragione della sua bravura. Che poi bravura non è, ma soprattutto furbizia. Sì perchè, se esplicitamente Schindler's List è un film sull'olocausto, un documentario chiaro e diretto, sintomaticamente è uno specchietto per le allodole, ovvero un prodotto costruito per le emozioni, per il dispiacere, ma infine poco resta, se non la bambina con il vestito rosso nel mare bianco e nero. E così si potrebbe dire per quasi tutta la filmografia di questo creatore di illusioni, sempre fermo restando che di qualità ce n'è comunque molta.
L'ultima sua fatica, animalesca, come accaduto per Jurassic Park e Jaws, è War Horse, film cavalleresco situato tra Saving Private Ryan e l'ultimo The Adventures of Tintin: The Secret of the Unicorn. Dal primo prende l'ovvia ambientazione bellica, dall'altro la visione cartoonesca, disneyana, della vita impervia di un equino, tal Joey, pagato fior fior di quattrini da un agricoltore, allenato da un ragazzo e spedito in guerra per salvare la famiglia ormai sul lastrico; percorso continuato dal susseguirsi di tanti padroni, di tanti Paesi in conflitto, di tanti e diversissimi pensieri che al cavallo passano inosservati, da un orecchio all'atro.
La morale dell'animale viene palesata da questa commistione di intenti, dei soldati padroni, svariati nella forma e nelle direzioni, portati al piccolo trotto verso una fine addolcita fin troppo da frasi ad effetto, mielose e diritte al cuore.
Il protagonista ha le espressioni incartapecorite dei leoni di The Lion King, dei nemiciamici The Fox and the Hound e degli stravaganti abitanti di The Jungle Book, non tanto per la vera forma digitale, ma per la forza impartita dallo stesso Spielberg che deforma agli occhi questo personaggio muto e falsamente espressivo.
Questo suo ultimo lavoro, quasi più vicino al cartone animato di quanto lo possa essere il tridimensionato personaggio di Hergé, affiancherà domenica pellicole che ci domandiamo se abbiano punti in comune con tanta superficialità.
Certamente The Artist è un interessante film, trasportato dalla foga generale e Hugo ricompensa il cinema con il cinema stesso, relegando a volte la storia a comprimario, ma entrambi ambiscono e livelli di popolarità e artisticità che War Horse non sembra voler raggiungere, anzi si frena da sé, attraverso un galoppo ritmato che affonda sempre più nel fango delle trincee, ostacolando visione, piacere e lacrime.
Spielberg, per l'ennesima volta, ha dimostrato come non serva una dedizione all'arte per fare arte, ma basta un pizzico di astuzia, un manciata di buon senso e tre cucchiai belli pieni di abilità tecnologica per risultare amato, osannato e appagato.
Il foulard che come filo conduttore, già proposto con il biglietto in Saving Private Ryan, attraversa tutto il film portando un filo comune alla vicenda, riusciendo nel tenere insieme una storia altrimenti al limite del ridicolo, cosa per altro non riuscita al vero protagonista che il foulard se lo porta appresso, vero emblema di un film arrischiatosi in territori dissestati e poco praticabili.
Voto: 6.5/10
Andrea Bandolin






