lunedì 30 aprile 2012
Come mai gli italiani non capiscono l'arte?
Eh, come
mai. Gli italiani sono come i ricchi viziati, vivono di quello che
gli altri invidiano, ci sguazzano, lasciano allo scorrere del tempo,
al divenire eracliteo, la loro intera esistenza, ripudiando la patria
nel momento in cui un moto apparente scaturisse dalle loro viscere e
allora non sono più italiani perchè i loro cervelli fuggono, manco
fossero anime perse in Paradiso. Gli italiani sono talmente convinti
che il loro operato sia di indubbio interesse che non provano nemmeno
a capire l'evoluzione del mondo, i suoi desideri più intimi, le
aspirazioni del tempo che prima era e non poteva non essere e che ora
non è e che può essere. Un sintomo lo si vede, lo si evince, ma noi
siamo ancorati alla nostra stessa virtù vecchia di decenni, secoli,
portata dai grandi pittori, dalle parole di Dante all'estero, dai
borghi medievali pregni di cultura mostrata a vanto. Non si rendono
conto però che il movimento va assecondato o si resta indietro,
lasciati a quella fermata di un paesino sperduto, dove il treno passa
poche volte, Trenitalia poi li fa pure arrivare in ritardo che chissà
quando arriva la nuova occasione, il biglietto c'è, magari con Italo
le probabilità raddoppiano. E se il treno passa l'italiano viene
fermato da un suo connazionale che fa il controllore e che dice che
il biglietto è scaduto e ci si ritrova con Avati e il suo testimone
che il biglietto l'ha beccato subito, mentre Tornatore restava
indietro e l'Italia ancora una volta veniva snobbata perchè non è
solo questione di quale treno prendi, ma anche di un domino tutto
italiano, con le pedine mezze rosse e mezze verdi, e i pallini sempre
bianchi, e del controllore che ha l'orologio tutto sballato perchè è
andato da quell'orologiaio di fiducia che a sua volta lo regola in
base al Sole, spaccato al raggio. Ecco come mai gli italiani non
capiscono l'arte. Ecco perchè Crialese prende il treno quando ormai
è tardi, ecco perchè gli italiani sanno tutto già in partenza, il
loro unguè alla nascita è sintomo di intelligenza, ecco perchè i
cretini si moltiplicano uscendo dalle scuole che tanto l'arte non
serve, gli italiani la sanno ormai a menadito. Il treno, che sia
Frecciarossa o amaranto, corre e chi c'è c'è, uno se vuole si
attacca, ci sale e spera che il controllore non ci sia, che tanto gli
italiani i soldi mica li fregano. Gli italiani fregano solo agli
italiani. I ricchi fregano i politici, i politici fregano i poveri e
i poveri provano a completare il sillogismo, ma mica ci riescono e
quella che subisce alla fine è sempre l'arte. Povera crista, ormai
ha la salute dei ruderi affascinanti lasciati al tempo, ma loro il
treno l'hanno perso da tanto, sono solo costretti ad essere accuditi
dalle loro badanti italiane che gli fregano tutto sotto il naso. Gli
italiani sono i creatori dei motti, dei proverbi, perchè da altre
parti non ce ne stanno e li seguono. Prendi l'arte e mettila da parte
ormai è una legge prossima alla perfezione, all'infinito decesso di
patrimoni terreni e futuri che gli italiani, si sa, portano
all'interno dei propri corpi, ma non è che per leggere un libro o
vedere un quadro uno deve comprarsi l'occorrente per una lobotomia,
poi il bisturi non lo sa usare (ma questa è un'altra storia). Che
poi basterebbe un po' di voglia, di costanza, dimenticare di essere
italiani per un momento e costruire un nuovo Stato, magari chiamarlo
pure Italia, senza stare tanto a cinquantarla, decidere cosa è bello
e cosa no, spostarsi di lato, guardare l'arte, capirne di nuovo il
senso e logicamente ripercorrere quel loop felice e duraturo che ci
ha permesso di divenire quelli che eravamo fino a poco tempo fa,
prima della Prima. Invece di aspettare che il treno passi, che poi si
viene a scoprire che l'hanno comprato i giapponesi, basta costruire
una stazione tutta propria, magari anche un doppione, tanto funziona,
e sperare che vada bene, senza aspettare che all'italiano, per quello
che nell'arte ha fatto, venga tutto dovuto. Il biglietto poi lo fanno
comprare gli italiani agli altri, magari come tanto tanto tanto tanto
tanto tempo fa.
lunedì 2 aprile 2012
The Hunger Games
Ormai si sta parlando talmente tanto di quanto in patria e nel mondo stia facendo questo blockbuster che in Italia siamo già stufi e gli addetti ai lavori, in attesa dell'uscita nelle nostre sale il 1° maggio, auspicano un violento ribasso rispetto agli incassi americani.
Hunger Games è un prodotto di intrattenimento puro, organizzato a dovere, con abilità e con voglia di stravolgere qualche concezione trita e ritrita del filmone da botteghino.
In un mondo futuro, per far piacere al pubblico televisivo, un'organizzazione seleziona in ognuno dei 12 distretti in cui è divisa l'America, due giovani combattenti, un maschio e una femmina che verranno portati in diretta tv a massacrarsi l'un l'altro per aver salva la vita e far ritorno a casa.
Katniss Everdeen è la protagonista, quella Jennifer Lawrence che sta scalando molto velocemente i gradimenti del pubblico statunitense da quel Winter's Bone che l'ha consacrata come brava attrice.
Assieme al suo amico riuscirà a stravolgere il sistema televisivo, molto vicino alle dinamiche del Grande Fratello, grazie alla sua tenacia e al suo senso di comunità.
Gary Ross, regista interessante per le sue scelte stilistiche (vedi Pleasentville e Seabiscuit), confeziona un film di buona fattura, mai noioso e mai fastidioso, nonostante la scelta molto discutibile di usare movimenti di macchina vicini e rapidi (simili all'epilettico modo di Michael Bay) che fanno perdere al fruitore in sala il senso dell'azione.
Fin dai costumi si nota un distaccamento tra i distretti e il ceto alto, i primi slandrati e con abiti sdruciti, i secondi sempre perfetti e lustrati come omini della Playmobil, con capelli sgargianti e false risate a piene dentature.
Già è in cantiere il secondo capitolo della saga (Catching Fire, sempre diretto da Gary Ross e in uscita nel 2014) visto che il pubblico pagante ormai è orfano di Harry Potter e sarà ancora più spaesato dopo la dipartita (ne siamo felici) di Twilight.
In un mondo alla Orwell, mischiato in un controllo spasmodico e divino simile a The Truman Show, questo film aggiunge una componente ancora più moralista, portando dei ragazzini a infastidire il fruitore grazie alla loro innata fragilità.
Un film per i minori, un film per gli adulti, un film per tutti, che legittima il suo successo nel mondo, ma che ha molta strada da fare se vorrà soppiantare agli occhi del collettivo il maghetto occhialuto o i vampiri emo.
Voto: 6.5/10
Andrea Bandolin
Iscriviti a:
Post (Atom)


