mercoledì 18 gennaio 2012

Tomorrow, When the War Began


Orfani della saga sul maghetto occhialuto, dell'istrionico Jack Sparrow e a un passo dal termine tanto atteso di Twilight, i produttori americani cercano in ogni modo di pescare saghe letterarie che possano alzare l'interesse per il grande schermo attraverso prodotti longevi e sicuri.
Questo nuovo marketing che fino ad un decennio fa era solo una tantum, ha basi economiche ben fondate e costituisce un elemento importante per il risollevamento della settima arte.
Portata dalla frustrazione anche la Marvel ha tentato di intromettersi provocando uno smottamento generale e creando un progetto vasto, danaroso e stravagante, come quello di The Avengers che uscirà il 25 aprile 2012.
Ultima e non ultima di questo interminabile censimento è l'epopea narrativa dell'australiano John Mardsen, Tomorrow Series, dalla quale la Ambience Enterteinment ha acquisito i diritti di tutti e sette i romanzi traendone il primo lungometraggio uscito lo scorso 4 novembre: Tomorrow, When the War Began.
Costruito sulla piscologia di otto teenager (una dei quali, Ellie Linton, ne narra le vicende) che devono affrontare da soli l'invasione giapponese in Australia, trasformandosi in guerriglieri un po' per difendere il loro paesino di 3000 anime un po' per riscattare la loro situazione da collegiali infantili.
L'idea presa dal libro è molto interessante, plasmata su di un mondo (l'Oceania), dove questo genere di peripezie spesso non accadono, e porta alla conoscenza di otto eterogenei ragazzi e alla loro evoluzione spirituale e anche fisica.
L'idea però è sempre e solo radicata in un pensiero a volte fugace; portarla su pellicola, raccontarla, intessere amori e dissapori tra giovani, è tutt'altra cosa. Se lo scrittore ci riesce almeno in parte, il regista, Stuart Beattie (sceneggiatore di Australia), non riesce nell'intento di dar vita a dei personaggi all'altezza, personaggi che cadono nel più classico degli stereotipi, quasi fossero senza passato alcuno, senza anima, senza aspettative.
In più il motore della vicenda, la guerra, spesso viene inseguita, si tenta in qualche modo di approdare in territori già visti in film come Red Dawn o Casualties of War, ma le scene dove i soldati incontrano i protagonisti sono solo piccole macchie lavabili su un canovaccio stropicciato.
Gli otto ragazzi quindi, fatta eccezione per la narratrice che acquista peso proprio grazie al suo doppio ruolo, appena si fa vivo nel loro mondo il concetto di sopravvivenza che dovrebbe innalzarli psicologicamente, perdono smalto facendoli cadere in un falso eroismo più vicino a Risiko che a una vera guerra.
L'inizio era calcolato bene, silenzioso, dedicato a tutti i protagonisti, alle loro diatribe interiori, nel loro luogo (chiamato Inferno anche se non si capisce perchè) dove avrebbero passato una vacanza lontano dalle banalità cittadine. Incontrando poi l'ottavo membro, il tossico Chris, che sembra distruggere il lavoro inziale, ci si accorge della limitata importanza che può avere un evento apparentemente così forte.
Infine, ci si chiede, ma questa forse è una domanda da porre allo scrittore: Come mai Australiani e Giapponesi scendono in guerra per una contesa di risorse? Perchè la Nuova Zelanda dovrebbe correre in aiuto dei cugini?
Una cosa è certa, grazie al poco successo in patria e in terra straniera, probabilmente non ci sarà un seguito a questo fallimentare primo episodio.

Voto: 5.5/10

Andrea Bandolin

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