domenica 15 gennaio 2012

Don't Be Afraid of the Dark


Da quando Sam Raimi mise in piedi quel cartonato multimediale, posticcio, ma affascinante che venne distribuito con il nome di The Evil Dead, l'horror ha acquisito non solo un sottogenere casalingo, dove la propria dimora è crogiuolo di terrificanti messe in scena e destabilizzazioni della quiete familiare, ma anche un motore che da quel momento ha scatenato nella filmografia mondiale un nuovo ed appassionante spunto per far riemergere un genere poco avezzo ai successi al botteghino.
Il luogo al chiuso, preferibilmente la propria casa, è un concetto prima che un oggetto, utile all'ambientazione dark, gore e gothic, che sorreggono quel senso di sfiducia e di occlusione, che altrimenti, in giornate assolate davanti alla tivù, sarebbero chiamate protezione e libertà.
Don't Be Afraid of the Dark, prodotto da Guillermo del Toro, è l'ennesima riproposizione del linguaggio cinematografico horrorifico legato al più classico del genere; come successo in Los otros, Awekening o, ridimensionando un attimo il concetto di partenza, anche in The Spiderwick Chronicles.
Questa pellicola diretta dal neo regista Troy Nixey (prestato dal fumetto), racconta la storia di una casa vittoriana da ristrutturare, infestata da folletti maligni che, in cambio di denti “giovani” lasciano in pace gli abitanti e regalano monete d'argento. Sally/Bailee Madison (Brothers), bambina introversa e lasciata a se stessa, è costretta a viverci per qualche tempo con il padre assente/Guy Pearce (The Hurt Locker) e con la neo fidanzata Kim/Katie Holmes (The Gift), entrambi restauratori di interni. Nello scantinato trova il nascondiglio di questi esserini (molto simili a quelli visti in El laberinto del fauno proprio di del Toro) con i quali dovrà fare i conti, non creduta dal padre, ma spalleggiata da Kim, vogliosa di entrare nelle grazie della figliastra.
Il clichè del horror post hoc forma la base di questa pellicola, forse troppo radicata in stilemi triti e ritriti. Il linguaggio e il ritmo sono fievoli, pochi e di scarso impatto emotivo, visto e considerato che né il moderno uso di improvvise immagini schock né l'angoscia latente proposta ad esempio da Shining, vengono proposti (se non in un paio di scene buttate là).
Il film però ci guadagna dai comparti esterni, dalla scenografia che a partire dalla casa in arte vittoriana esalta un ambientazione che ricalca lo stile del produttore, dalla colonna sonora firmata Beltrami-Sanders che cerca in tutti i modi di guidare un'atmosfera che altrimenti non ci sarebbe nemmeno, dalla fotografia presa in prestito dal già citato El laberinto del fauno che ritaglia un mondo originalmente colorato per le richieste dark che l'horror vorrebbe; del rimanente assetto filmico non v'è invece traccia.
Il regista non ha la mano giusta per dare un'impronta personale, e si vede anche quando cerca di nascondersi dietro i mobili per regalare un gratuito senso di stalking demoniaco, poco efficace e a tratti fuori tema.
Guillermo del Toro qui, ripescando l'omonima fortunata e ottima serie tv del 1973 di John Newland (già anche nella prima stagione di Star Trek), prova a inserire nell'universo dell'horror contemporaneo una favola d'altri tempi che strizza l'occhio al passato e si incastra nel presente, ma che rimane in mezzo ad una stasi temporale che le fa perdere di vista il suo obiettivo.
Se con Awekening, con The Orphanage o Insidious c'è stata un'interessante ripresa positiva nell linguaggio del film horror, arrivati a questo punto nel nuovo 2012, già una frenata con questa pellicola si denota.
Sul fronte futuribile per altro c'è ben poca carne al fuoco.

Voto: 5.5/10

Andrea Bandolin

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