Da quando Sam
Raimi mise in piedi quel cartonato multimediale, posticcio, ma
affascinante che venne distribuito con il nome di The Evil
Dead, l'horror ha acquisito
non solo un sottogenere casalingo, dove la propria dimora è
crogiuolo di terrificanti messe in scena e destabilizzazioni della
quiete familiare, ma anche un motore che da quel momento ha scatenato
nella filmografia mondiale un nuovo ed appassionante spunto per far
riemergere un genere poco avezzo ai successi al botteghino.
Il
luogo al chiuso, preferibilmente la propria casa, è un concetto
prima che un oggetto, utile all'ambientazione dark, gore e gothic,
che sorreggono quel senso di sfiducia e di occlusione, che
altrimenti, in giornate assolate davanti alla tivù, sarebbero
chiamate protezione e libertà.
Don't
Be Afraid of the Dark,
prodotto da Guillermo del Toro, è l'ennesima riproposizione del
linguaggio cinematografico horrorifico legato al più classico del
genere; come successo in Los otros,
Awekening
o, ridimensionando un attimo il concetto di partenza, anche in
The Spiderwick Chronicles.
Questa
pellicola diretta dal neo regista Troy
Nixey (prestato dal
fumetto), racconta la storia di una casa vittoriana da ristrutturare,
infestata da folletti maligni che, in cambio di denti “giovani”
lasciano in pace gli abitanti e regalano monete d'argento.
Sally/Bailee Madison
(Brothers), bambina
introversa e lasciata a se stessa, è costretta a viverci per qualche
tempo con il padre assente/Guy
Pearce (The
Hurt Locker) e con la neo
fidanzata Kim/Katie Holmes
(The Gift), entrambi
restauratori di interni. Nello scantinato trova il nascondiglio di
questi esserini (molto simili a quelli visti in El
laberinto del fauno proprio di
del Toro) con i quali dovrà fare i conti, non creduta dal padre, ma
spalleggiata da Kim, vogliosa di entrare nelle grazie della
figliastra.
Il
clichè del horror post hoc
forma la base di questa pellicola, forse troppo radicata in stilemi
triti e ritriti. Il linguaggio e il ritmo sono fievoli, pochi e di
scarso impatto emotivo, visto e considerato che né il moderno uso di
improvvise immagini schock né l'angoscia latente proposta ad esempio
da Shining,
vengono proposti (se non in un paio di scene buttate là).
Il
film però ci guadagna dai comparti esterni, dalla scenografia che a
partire dalla casa in arte vittoriana esalta un ambientazione che
ricalca lo stile del produttore, dalla colonna sonora firmata
Beltrami-Sanders
che cerca in tutti i modi di guidare un'atmosfera che altrimenti non
ci sarebbe nemmeno, dalla fotografia presa in prestito dal già
citato El laberinto del fauno
che ritaglia un mondo originalmente colorato per le richieste dark
che l'horror vorrebbe; del rimanente assetto filmico non v'è invece
traccia.
Il
regista non ha la mano giusta per dare un'impronta personale, e si
vede anche quando cerca di nascondersi dietro i mobili per regalare
un gratuito senso di stalking
demoniaco, poco efficace e a tratti fuori tema.
Guillermo
del Toro qui, ripescando l'omonima fortunata e ottima serie tv del
1973 di John Newland (già
anche nella prima stagione di Star Trek),
prova a inserire nell'universo dell'horror contemporaneo una favola
d'altri tempi che strizza l'occhio al passato e si incastra nel
presente, ma che rimane in mezzo ad una stasi temporale che le fa
perdere di vista il suo obiettivo.
Se
con Awekening, con
The Orphanage
o Insidious
c'è stata un'interessante ripresa positiva nell linguaggio del film
horror, arrivati a questo punto nel nuovo 2012, già una frenata con
questa pellicola si denota.
Sul
fronte futuribile per altro c'è ben poca carne al fuoco.
Voto: 5.5/10
Andrea Bandolin

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