martedì 10 gennaio 2012

In Time


In epoca di crisi, di recessione come sostengono i vittimisti, la ragion d’essere del cinema rimane una e una sola: affiancare una pellicola al reale condizionamento della società moderna. Se proprio non si può costruirla ad hoc, si inseriscono qua e là elementi fruibili che rimandano alla sempre tanto citata crisi.
Nonostante In Time si svolga nel lontano 2161, quindi di antefatto futuristico, sembra ricalcare con forza le problematiche odierne, anche se con dilemmi esistenziali ben diversi.
In questo futuro la moneta di scambio è il tempo, le ore, i giorni, gli anni. Chi più ne ha, più è ricco. I Governi danno la possibilità di vivere senza patemi per 25 anni; allo scadere devi arrangiarti come puoi per raccimolare la tua stessa vita, lavorando, scommettendo, barattando oggetti di valore. Insomma, tutto sembra essere lecito per raggiungere l’immortalità. Se nel mondo contemporaneo devi lavorare una vita per assicurarti un futuro felice, nel mondo avanzato devi donare più esistenze e vivere alla giornata per regalarti l’elisir per la beatitudine eterna.
Will Salas/Justin Timberlake (Southland Tales) è il protagonista, il ribelle di turno, il poveretto che vive alla giornata e combatte contro il potere che amministra la distribuzione della vita stessa; Sylvia Weis/Amanda Seyfried (Red Riding Hood) l’aiutante ricca e stanca dell’agiata manutenzione del suo orologio tecnobiologico.
Will eredita cento anni dal ricco Henry Hamilton/Matt Bomer (dalla serie White Collar), che si vuole suicidare, poi va nella zona dei ricchi e rapisce Sylvia, figlia del magnate del tempo. I due Bonnie e Clyde in versione Robin Hood, scappano e rubano per donare tempo ai più poveri, inseguiti da Raymond Leon/Cillian Murphy (il sempre bravo attore di Breakfast on Pluto) un guardiano del tempo sottopagato come nei giorni nostri.
L’incipit, il soggetto, il contesto sociale sembrano tanto stravaganti quanto originali e interessanti, ma l’evoluzione imbastita da Andrew Niccol, legato indissolubilmente ad aspetti fantascientifici e sempre poco incisivo nel trattarli (persino nell’asettico Gattaca), è poco sviscerata, lambiccata in contorni didatticamente esplicativi, dediti all’affastellamento di possibili situazioni che l’idea di base del film dà: il tempo è denaro, i ricchi hanno più tempo da perdere, non rimandare a domani quello che puoi fare oggi.
Insomma una calcolata sequela di avvenimenti possibili, ma il flusso continuo della storia alla fine ha poco peso, scarsa concretezza. Le note buone sono comunque date dall’ottima idea di partenza, dal sempre ceruleo Murphy e da un mondo alla Huxley che intriga anche se pervaso da un’altalenante abilità dietro la macchina da presa.
Nonostante i due protagonisti siano poco delineati e gli attori incisivi solo nell’avvenenza, nonostante la pellicola zoppichi vistosamente soprattutto nel corpo centrale, nonostante il sentimento totalitario della nuova condizione sociale sia psicologicamente poco curato, Niccol è sempre apprezzato per i soggetti che crea riuscendosi a costruire con merito una piccola cerchia di fan.
Se volete quindi andare a vedere un film con una buona idea (in Italia nella sale dal 17 febbraio), ma senza aspettative da Oscar, gustatevi le vicende di Salas e Weis, vittime di una Società futurista veramente simile alla nostra, non nella forma, ma nel concetto.

Voto: 6/10

Andrea Bandolin

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