In epoca di crisi, di recessione come sostengono
i vittimisti, la ragion d’essere del cinema rimane una e una sola: affiancare
una pellicola al reale condizionamento della società moderna. Se proprio non si
può costruirla ad hoc, si inseriscono
qua e là elementi fruibili che rimandano alla sempre tanto citata crisi.
Nonostante In Time si svolga nel
lontano 2161, quindi di antefatto futuristico, sembra ricalcare con forza le
problematiche odierne, anche se con dilemmi esistenziali ben diversi.
In questo futuro la moneta di scambio è
il tempo, le ore, i giorni, gli anni. Chi più ne ha, più è ricco. I Governi danno
la possibilità di vivere senza patemi per 25
anni; allo scadere devi arrangiarti come puoi per raccimolare la tua stessa
vita, lavorando, scommettendo, barattando oggetti di valore. Insomma, tutto
sembra essere lecito per raggiungere l’immortalità. Se nel mondo contemporaneo
devi lavorare una vita per assicurarti un futuro felice, nel mondo avanzato
devi donare più esistenze e vivere alla giornata per regalarti l’elisir per la
beatitudine eterna.
Will Salas/Justin Timberlake (Southland
Tales) è il protagonista, il ribelle di turno, il poveretto che vive alla
giornata e combatte contro il potere che amministra la distribuzione della vita
stessa; Sylvia Weis/Amanda Seyfried
(Red Riding Hood) l’aiutante ricca e
stanca dell’agiata manutenzione del suo orologio tecnobiologico.
Will eredita cento anni dal ricco Henry
Hamilton/Matt Bomer (dalla serie White Collar), che si vuole suicidare,
poi va nella zona dei ricchi e rapisce Sylvia, figlia del magnate del tempo. I
due Bonnie e Clyde in versione Robin Hood, scappano e rubano per donare tempo
ai più poveri, inseguiti da Raymond Leon/Cillian
Murphy (il sempre bravo attore di Breakfast
on Pluto) un guardiano del tempo sottopagato come nei giorni nostri.
L’incipit, il soggetto, il contesto
sociale sembrano tanto stravaganti quanto originali e interessanti, ma
l’evoluzione imbastita da Andrew Niccol,
legato indissolubilmente ad aspetti fantascientifici e sempre poco incisivo nel
trattarli (persino nell’asettico Gattaca), è poco sviscerata,
lambiccata in contorni didatticamente esplicativi, dediti all’affastellamento
di possibili situazioni che l’idea di base del film dà: il tempo è denaro, i
ricchi hanno più tempo da perdere, non rimandare a domani quello che puoi fare
oggi.
Insomma una calcolata sequela di
avvenimenti possibili, ma il flusso continuo della storia alla fine ha poco
peso, scarsa concretezza. Le note buone sono comunque date dall’ottima idea di
partenza, dal sempre ceruleo Murphy e da un mondo alla Huxley che intriga anche se pervaso da un’altalenante abilità
dietro la macchina da presa.
Nonostante i due protagonisti siano poco
delineati e gli attori incisivi solo nell’avvenenza, nonostante la pellicola
zoppichi vistosamente soprattutto nel corpo centrale, nonostante il sentimento
totalitario della nuova condizione sociale sia psicologicamente poco curato, Niccol
è sempre apprezzato per i soggetti che crea riuscendosi a costruire con merito
una piccola cerchia di fan.
Se volete quindi andare a vedere un film
con una buona idea (in Italia nella sale dal 17 febbraio), ma senza aspettative da Oscar, gustatevi le vicende
di Salas e Weis, vittime di una Società futurista veramente simile alla nostra,
non nella forma, ma nel concetto.
Voto: 6/10
Andrea Bandolin

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