Il film corale è un linguaggio
filmico di difficile esposizione, sia per il regista che ne
intraprende il confezionamento sia per il recensore che ne analizza
pregi e difetti.
Alejandro Iñarritu
con Babel,
Paul
Thomas Anderson
con Magnolia
o Paul
Haggis
con Crash,
sono alcuni quasi freschi esempi di questo sottogenere ultimamente
molto utilizzato, anche se spesso (non nei casi citati) il risultato
è poco soddisfacente.
New
Year’s Eve
ricade in questa ultima e abbondante schiera di pellicole dedite
all’azzardo corale, finite nel dimenticatoio o nella critica più
pesante.
Imbastire
un efficace motore cinematografico attraverso l’intrecciarsi di
storie apparentemente non legate l’una all’altra è una prova
difficile e Garry
Marshall
(Pretty Woman)
ci ritenta avendo già fallito l’anno scorso con Valentine’s
Day.
La
vicenda, per dare un filo comune, si basa (lo dice il titolo), sulla
vigilia di capodanno, quando la famosa sfera luminosa di Time Square
aspetta di scendere per annunciare l’anno nuovo, portando i vari
personaggi a dipanare le loro storie in una New York
zuccherosa, melensa e pubblicizzata.
I
protagonisti di situazioni stereotipate, sfilacciate rispetto al
tentativo di un corpo comune, ricalcano le commedie americane
sfornate in stock per il pubblico basso (A
Little Bit of Heaven,
27
Dresses
o The
Switch);
il problema risiede nel fatto che queste situazioni sono assembrate
tutte nello stesso contesto, come molteplici soggetti schiacciati e
affastellati in un’unica baraonda alquanto forzata.
Non
c’è filo comune nonostante il regista cerchi di dare spazio a
tutti e l’evoluzione infine sembra un documentario di tanti film
uniti in poco meno di due ore. C’è The
Bucket List
negli occhi vogliosi di cambiamento della sempre bellissima Michelle
Pfeiffer, Patch
Adams
nelle vicende ospedaliere intorno a Robert de Niro (ormai l’ombra
del grande attore di un tempo), Nine
Months nella
parte dedicata a Jessica Biel e marito, Serendipity
nella
storia speranzosa di Josh Duhamel e persino il datato A
Star is Born
nel
tentativo di far assurgere Lea Michele da starlette di Glee
a grande diva. Insomma un ammasso incongruente, una miscellanea del
genere love comedy, più portata al tentativo di salvare qualche
compassata star in cerca di riscossa, all’emersione di giovani
attori (poco promettenti), che alla vera stesura di un intreccio
solido, brillante e puramente cinematografico.
Inoltre
c’è da aggiungere che questa pellicola sembra (anzi è)
confezionata come blockbuster, fastidiosamente lanciata verso lidi
commerciali: partendo dalla locandina che sembra una pubblicità di
telefonini, passando per marchi famosi come il Toshiba che capeggia
su Time Square, fino al faccione di Robert
Downey Jr.
a promuovere il nuovo Sherlock Holmes: A Game of Shadows.
Se
proprio vogliamo cercare qualche buona ispirazione in questo lagnoso
prodotto dell’America capitalista, bisogna trovarla nel periodo
natalizio intriso di buoni sentimenti e propositi che rispetta a
pieno o in poche degne interpretazioni (nonostante il cast stellare)
come quelle dell’imbruttita Pfeiffer, della bella e simpatica Sofia
Vergara
(Modern Family)
o della mamma pedinatrice Beth
Kennedy
già nello scorso film di Marshall. E degna di nota inoltre è la
splendida voce di Lea Michele che si ritaglia uno spazio abbastanza
importante nell’inno tutto a stelle e strisce davanti alla Nazione,
regalando emozioni che altrimenti sarebbero nulle.
In questa situazione
mondiale fatta di crisi e di vittimismo imperante, badare poco
all’arte, alla concretezza, per lasciare spazio alle emozioni,
anche se intrise di luoghi comuni, fa sempre bene, soprattutto se in
una pellicola così restia verso il cinema vero e proprio, spunta la
facciona tanto amata di James Belushi, in una comparsata che
regala al film qualche picco positivo in più.
Voto: 4.5/10
Andrea Bandolin

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