martedì 10 gennaio 2012

New Year's Eve


Il film corale è un linguaggio filmico di difficile esposizione, sia per il regista che ne intraprende il confezionamento sia per il recensore che ne analizza pregi e difetti.
Alejandro Iñarritu con Babel, Paul Thomas Anderson con Magnolia o Paul Haggis con Crash, sono alcuni quasi freschi esempi di questo sottogenere ultimamente molto utilizzato, anche se spesso (non nei casi citati) il risultato è poco soddisfacente.
New Year’s Eve ricade in questa ultima e abbondante schiera di pellicole dedite all’azzardo corale, finite nel dimenticatoio o nella critica più pesante.
Imbastire un efficace motore cinematografico attraverso l’intrecciarsi di storie apparentemente non legate l’una all’altra è una prova difficile e Garry Marshall (Pretty Woman) ci ritenta avendo già fallito l’anno scorso con Valentine’s Day.
La vicenda, per dare un filo comune, si basa (lo dice il titolo), sulla vigilia di capodanno, quando la famosa sfera luminosa di Time Square aspetta di scendere per annunciare l’anno nuovo, portando i vari personaggi a dipanare le loro storie in una New York zuccherosa, melensa e pubblicizzata.
I protagonisti di situazioni stereotipate, sfilacciate rispetto al tentativo di un corpo comune, ricalcano le commedie americane sfornate in stock per il pubblico basso (A Little Bit of Heaven, 27 Dresses o The Switch); il problema risiede nel fatto che queste situazioni sono assembrate tutte nello stesso contesto, come molteplici soggetti schiacciati e affastellati in un’unica baraonda alquanto forzata.
Non c’è filo comune nonostante il regista cerchi di dare spazio a tutti e l’evoluzione infine sembra un documentario di tanti film uniti in poco meno di due ore. C’è The Bucket List negli occhi vogliosi di cambiamento della sempre bellissima Michelle Pfeiffer, Patch Adams nelle vicende ospedaliere intorno a Robert de Niro (ormai l’ombra del grande attore di un tempo), Nine Months nella parte dedicata a Jessica Biel e marito, Serendipity nella storia speranzosa di Josh Duhamel e persino il datato A Star is Born nel tentativo di far assurgere Lea Michele da starlette di Glee a grande diva. Insomma un ammasso incongruente, una miscellanea del genere love comedy, più portata al tentativo di salvare qualche compassata star in cerca di riscossa, all’emersione di giovani attori (poco promettenti), che alla vera stesura di un intreccio solido, brillante e puramente cinematografico.
Inoltre c’è da aggiungere che questa pellicola sembra (anzi è) confezionata come blockbuster, fastidiosamente lanciata verso lidi commerciali: partendo dalla locandina che sembra una pubblicità di telefonini, passando per marchi famosi come il Toshiba che capeggia su Time Square, fino al faccione di Robert Downey Jr. a promuovere il nuovo Sherlock Holmes: A Game of Shadows.
Se proprio vogliamo cercare qualche buona ispirazione in questo lagnoso prodotto dell’America capitalista, bisogna trovarla nel periodo natalizio intriso di buoni sentimenti e propositi che rispetta a pieno o in poche degne interpretazioni (nonostante il cast stellare) come quelle dell’imbruttita Pfeiffer, della bella e simpatica Sofia Vergara (Modern Family) o della mamma pedinatrice Beth Kennedy già nello scorso film di Marshall. E degna di nota inoltre è la splendida voce di Lea Michele che si ritaglia uno spazio abbastanza importante nell’inno tutto a stelle e strisce davanti alla Nazione, regalando emozioni che altrimenti sarebbero nulle.
In questa situazione mondiale fatta di crisi e di vittimismo imperante, badare poco all’arte, alla concretezza, per lasciare spazio alle emozioni, anche se intrise di luoghi comuni, fa sempre bene, soprattutto se in una pellicola così restia verso il cinema vero e proprio, spunta la facciona tanto amata di James Belushi, in una comparsata che regala al film qualche picco positivo in più.

Voto: 4.5/10

Andrea Bandolin

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