lunedì 30 aprile 2012

A (s)passo coi tempi


L'altro ieri stavo passeggiando, tranquillo e beato, c'erano gli uccellini e TRAC!, mi sfreccia uno di fianco, tutto agitato, manco dovesse cambiare il mondo e mi dice di seguirlo. E chi sono io? La tua passeggiatrice, che ti seguo così. Non esiste.
Poi che ti vedo, un altro che mi dice la stessa cosa, sempre con la smania di quello di prima.
No, no. Non ci casco. Io me ne passeggio tranquillo, ci sono gli uccellini, che poi ad andare veloci sembrano ornitorinchi. Tanto prima o poi arrivo anche io.
E quello là che fa? Lo segue! Non ci credo, lo segue, ma nemmeno lo conosce, che cavolo ti segui. Mah? Io me ne resto tranquillo, ci sono gli alberi in fiore tutti colorati. Che a correre tra l'altro sembrano acquerelli sbavati.
Ne passa un altro, SWUMM! Che vuoi? No, non vengo vi ho detto. Non perdono occasione. A pensarci bene l'altro giorno l'avevo visto in centro uno di questi, e un altro anche sotto casa, quando sono sceso a fare la spesa, e poi al negozio di computer, c'è pieno zeppo là. Sempre.
Che poi pretendono che li segui, mica si fermano a spiegarti, vanno avanti, veloci, tutti sempre agitati ed esigono di essere accompagnati avanti. Io però me ne sto qui; c'è pure il ruscello, tutto argentato, che se vai veloce ti scappa di andare al bagno.
Un altro. Ancora? Che vuoi ancora, vabbè ti seguo e che cavolo. Non mi fanno stare tranquillo. Non è che puoi decidere di non seguirli. Fanno loro il gioco.
Ecco, i capelli che mi vanno indietro. Non possiamo rallentare? Fa anche un po' freddo. No, bisogna per forza andare avanti. Dice lui. Perchè? Dico io. Perchè è importante andare avanti, se no che fai, ti fermi? Dice lui. No, passeggio. Vado piano, c'è l'aria fresca. Così veloce entrano i moscerini in bocca.
Devi seguirmi, devi fare così, devi fare colà. Mai che mi chiedesse il permesso. Ti carica su e ti porta via. Sembra che ci prenda pure gusto a non lasciarti fermo un attimo. A passeggiare ci sono i pensieri. Se vai veloce che fanno? Se ne vanno, ovvio. Anche perchè alla fine non fai altro che chiederti dove ti porta quello. E finisce che non riesci più a pensare. Diventi cretino poi.
Dove andiamo? Dico io. Siamo arrivati. Dice lui. Oh, un po' di riposo. Ma cos'è, un negozio di computer? Dico io. Sì, c'è il nuovo Apple. Dice lui. Non mi interessa a me. Dico io. Vieni. dice lui.
E mi porta frettolosamente che ancora i capelli mi vanno all'indietro. Ehi, hai visto? Che cosa? Dico io. C'è il nuovo Apple. Dice lui. Sì, me l'hai detto due secondi fa. Ti metti pure a ripetere? Dico io. No, quello nuovo. Dice lui. Ma era appena uscito l'altro. Dico io.
Vieni! E mi porta via. SWUMM! Dove andiamo ora? Dico io. Non possiamo rallentare? Ciò la pipì. Ad andare veloci poi bagni la tavoletta. Quel ruscello m'ha stimolato. NO! Mi risponde. Vieni con me.
Arriviamo in un ospedale. Perchè mi porti qui? Non ci voglio stare, mi mette tristezza. SWUMM! Ed entriamo in un laboratorio vicino. Guarda quello, ha la cura per il cancro. Ottimo! Dico io. Allora qualcosa di buono me la fai vedere. Senti però, possiamo uscire? SWUMM! Vedi quest'uomo? Dice lui. Eh. Dico io. E' stato trattato con la cura che t'ho mostrato prima. Dice lui. Ma è morto! Dico io. Era in fase sperimentale. E pensare che era sano. Dice lui. Cosa? Allora è cretino. Era. Dico io. No, l'ha fatto per il tuo futuro. Dice lui. Mio? Che c'entro io. Ma non potevano su un malato vero? Dico io. Non vogliono farlo. Sono egoisti. Se ne stanno più volentieri malati. Dice lui. Ma è assurdo. Dico io. SWUMM!
Dove siamo? Dico io. Su Plutone. Dice lui. Carino, ma non mi potevi portare più su Marte o anche su Giove, visto che ci siamo? Che poi me ne stavo tranquillo io, a passeggiare, c'erano i cagnolini che giocavano. E ora mi trovo su Plutone. Che l'hanno pure declassato. Ma da qui si vede l'altro Sistema Solare. Dice lui. Non me lo potevi mostrare con più calma. Mi viene l'agitazione. E poi io che ci faccio? Dico io.
E li che s'incazza, si gira totalmente. Mi prende a schiaffi, mi dice che non posso continuare ad andare avanti. Che ho finito lì. Ma come? Mi prendi, pretendi che vengo con te e poi mi dici che non continuiamo. Hai già visto abbastanza. Dice lui. Ma non ho visto un cazzo! Dico io. Funziona così oggi. Bisogna andare avanti. O mi segui...Dice lui...O resto indietro. Finisco io. No...o non ha senso continuare. Dice lui. E allora. Dico io. E allora addio. Dice lui.
Morale. Stavo passeggiando tranquillo e beato. Mi gustavo la vita e ora mi ritrovo qua, su un quasi pianeta disperso nel nulla per fissare il Sistema Solare del vicino. Che l'erba del Sistema Solare vicino è sempre più verde. Per cosa poi? Per trovarmi morto, stecchito? Per carità, ha anche senso. Essere morti su Plutone ha senso dopotutto. Ma che cavolo però, lasciami andare piano. Che ti costa. Mica faccio male a nessuno. Vabbè. Che ci vuoi fare. Niente. Tanto funziona così. 

Come mai gli italiani non capiscono l'arte?


Eh, come mai. Gli italiani sono come i ricchi viziati, vivono di quello che gli altri invidiano, ci sguazzano, lasciano allo scorrere del tempo, al divenire eracliteo, la loro intera esistenza, ripudiando la patria nel momento in cui un moto apparente scaturisse dalle loro viscere e allora non sono più italiani perchè i loro cervelli fuggono, manco fossero anime perse in Paradiso. Gli italiani sono talmente convinti che il loro operato sia di indubbio interesse che non provano nemmeno a capire l'evoluzione del mondo, i suoi desideri più intimi, le aspirazioni del tempo che prima era e non poteva non essere e che ora non è e che può essere. Un sintomo lo si vede, lo si evince, ma noi siamo ancorati alla nostra stessa virtù vecchia di decenni, secoli, portata dai grandi pittori, dalle parole di Dante all'estero, dai borghi medievali pregni di cultura mostrata a vanto. Non si rendono conto però che il movimento va assecondato o si resta indietro, lasciati a quella fermata di un paesino sperduto, dove il treno passa poche volte, Trenitalia poi li fa pure arrivare in ritardo che chissà quando arriva la nuova occasione, il biglietto c'è, magari con Italo le probabilità raddoppiano. E se il treno passa l'italiano viene fermato da un suo connazionale che fa il controllore e che dice che il biglietto è scaduto e ci si ritrova con Avati e il suo testimone che il biglietto l'ha beccato subito, mentre Tornatore restava indietro e l'Italia ancora una volta veniva snobbata perchè non è solo questione di quale treno prendi, ma anche di un domino tutto italiano, con le pedine mezze rosse e mezze verdi, e i pallini sempre bianchi, e del controllore che ha l'orologio tutto sballato perchè è andato da quell'orologiaio di fiducia che a sua volta lo regola in base al Sole, spaccato al raggio. Ecco come mai gli italiani non capiscono l'arte. Ecco perchè Crialese prende il treno quando ormai è tardi, ecco perchè gli italiani sanno tutto già in partenza, il loro unguè alla nascita è sintomo di intelligenza, ecco perchè i cretini si moltiplicano uscendo dalle scuole che tanto l'arte non serve, gli italiani la sanno ormai a menadito. Il treno, che sia Frecciarossa o amaranto, corre e chi c'è c'è, uno se vuole si attacca, ci sale e spera che il controllore non ci sia, che tanto gli italiani i soldi mica li fregano. Gli italiani fregano solo agli italiani. I ricchi fregano i politici, i politici fregano i poveri e i poveri provano a completare il sillogismo, ma mica ci riescono e quella che subisce alla fine è sempre l'arte. Povera crista, ormai ha la salute dei ruderi affascinanti lasciati al tempo, ma loro il treno l'hanno perso da tanto, sono solo costretti ad essere accuditi dalle loro badanti italiane che gli fregano tutto sotto il naso. Gli italiani sono i creatori dei motti, dei proverbi, perchè da altre parti non ce ne stanno e li seguono. Prendi l'arte e mettila da parte ormai è una legge prossima alla perfezione, all'infinito decesso di patrimoni terreni e futuri che gli italiani, si sa, portano all'interno dei propri corpi, ma non è che per leggere un libro o vedere un quadro uno deve comprarsi l'occorrente per una lobotomia, poi il bisturi non lo sa usare (ma questa è un'altra storia). Che poi basterebbe un po' di voglia, di costanza, dimenticare di essere italiani per un momento e costruire un nuovo Stato, magari chiamarlo pure Italia, senza stare tanto a cinquantarla, decidere cosa è bello e cosa no, spostarsi di lato, guardare l'arte, capirne di nuovo il senso e logicamente ripercorrere quel loop felice e duraturo che ci ha permesso di divenire quelli che eravamo fino a poco tempo fa, prima della Prima. Invece di aspettare che il treno passi, che poi si viene a scoprire che l'hanno comprato i giapponesi, basta costruire una stazione tutta propria, magari anche un doppione, tanto funziona, e sperare che vada bene, senza aspettare che all'italiano, per quello che nell'arte ha fatto, venga tutto dovuto. Il biglietto poi lo fanno comprare gli italiani agli altri, magari come tanto tanto tanto tanto tanto tempo fa.

lunedì 2 aprile 2012

The Hunger Games

Ormai si sta parlando talmente tanto di quanto in patria e nel mondo stia facendo questo blockbuster che in Italia siamo già stufi e gli addetti ai lavori, in attesa dell'uscita nelle nostre sale il 1° maggio, auspicano un violento ribasso rispetto agli incassi americani.
Hunger Games è un prodotto di intrattenimento puro, organizzato a dovere, con abilità e con voglia di stravolgere qualche concezione trita e ritrita del filmone da botteghino.
In un mondo futuro, per far piacere al pubblico televisivo, un'organizzazione seleziona in ognuno dei 12 distretti in cui è divisa l'America, due giovani combattenti, un maschio e una femmina che verranno portati in diretta tv a massacrarsi l'un l'altro per aver salva la vita e far ritorno a casa.
Katniss Everdeen è la protagonista, quella Jennifer Lawrence che sta scalando molto velocemente i gradimenti del pubblico statunitense da quel Winter's Bone che l'ha consacrata come brava attrice.
Assieme al suo amico riuscirà a stravolgere il sistema televisivo, molto vicino alle dinamiche del Grande Fratello, grazie alla sua tenacia e al suo senso di comunità.
Gary Ross, regista interessante per le sue scelte stilistiche (vedi Pleasentville e Seabiscuit), confeziona un film di buona fattura, mai noioso e mai fastidioso, nonostante la scelta molto discutibile di usare movimenti di macchina vicini e rapidi (simili all'epilettico modo di Michael Bay) che fanno perdere al fruitore in sala il senso dell'azione.
Fin dai costumi si nota un distaccamento tra i distretti e il ceto alto, i primi slandrati e con abiti sdruciti, i secondi sempre perfetti e lustrati come omini della Playmobil, con capelli sgargianti e false risate a piene dentature.
Già è in cantiere il secondo capitolo della saga (Catching Fire, sempre diretto da Gary Ross e in uscita nel 2014) visto che il pubblico pagante ormai è orfano di Harry Potter e sarà ancora più spaesato dopo la dipartita (ne siamo felici) di Twilight.
In un mondo alla Orwell, mischiato in un controllo spasmodico e divino simile a The Truman Show, questo film aggiunge una componente ancora più moralista, portando dei ragazzini a infastidire il fruitore grazie alla loro innata fragilità.
Un film per i minori, un film per gli adulti, un film per tutti, che legittima il suo successo nel mondo, ma che ha molta strada da fare se vorrà soppiantare agli occhi del collettivo il maghetto occhialuto o i vampiri emo.

Voto: 6.5/10

Andrea Bandolin

domenica 18 marzo 2012

Just Go with it (Mia moglie per finta)

Liberamente ispirato a Cactus Flower con l'accoppiata Ingrid Bergman-Walter Matthau, questa commedia americana, sempre collocata nella più classica e banale del genere, riesce comunque nel suo intento primordiale: far ridere.
Adam Sandler (Zohan) è Danny, chirurgo plastico lasciato all'altare che per ripicca contro le donne, usa la sua vecchia fede per portarsele a letto. Trovata poi l'anima gemella (Brooklyn Decker), farà di tutto per cambiare, ma incorrendo nelle più classiche menzogne che lo porteranno sempre più fuori dalla sua vera vita.
Infine costringerà la sua assistente Katherine (Jennifer Aniston) ad aiutarlo, combinando una farsa che vede la tranquilla e morigerata assistente a impersonare l'acolizzata ex moglie di lui, e Danny a calarasi nella parte del bravo padre, giocando con i figli di lei a cui poi si affezionerà.
Non ha spunti nuovi, né una sceneggiatura costruita con battute intelligenti o sketch esilaranti, la pellicola del regista Dennis Dugan (Jack and Jill), ma ha la ragion d'essere della vera commedia americana che si articola per intrattenere il fruitore e regalargli la giusta dose di spirito, non tralasciando i buoni sentimenti che arrivano in un finale tra i più scontati.
Due ore forse sono troppe per una storiella così acqua e sapone e alla fine si sente questo sforamento di durata, ma viene giustificata dal tanto agognato happy end che rimane interessante proprio quando viene tirato per le lunghe.
Come successo per il Gatto di Puss In Boots che da protagonista incontrastato si trova sbalzato dall'uovo Humpty Dumpty, così anche il protagonsita Sandler, comunque bravo con la sua mimica irriverente, viene eclissato dalla bella e brava Aniston che si trova sempre più a suo agio nella commedia romantica, ma che aspira a ben altri ruoli, giocando tra tranquillità e volgarità.
Presto detto, la pellicola ha il merito di essere divertente almeno in parte con dei comprimari veramente sopra le righe (come il cugino Nick Swardson alle prese con un accento germanizzante o Nicole Kidman che si lancia in una particina da applausi) e dalle ambientazioni ormai in voga nel panorama Hollywoodiano.
Se non c'è voglia di assurgere a dinamiche artistiche bene precise ed elevate, almeno si ha la convinzione che una pellicola creata per far ridere, senza troppi giri di parole, ha l'obbligo di farlo e con molta chiarezza, magari trasportata da attori validi e da seconde linee ancora più efficaci.
Dugan riesce in tutto questo, lasciando comunqune qualche dubbio su percorsi ritmici che a volte vanno alla deriva, lasciando lo spettatore un po' stranito. 


Voto: 6/10


Andrea Bandolin

sabato 10 marzo 2012

Easy A (Easy Girl)

Ci sono due universi scolastici nel cinema che noi italiani conosciamo: quello californiano, tutto zazzere biondicce e tavole da surf, e quello romano, terra terra, rozzo e votato al disfattismo interiore. L'uno piacevolmente irritante, l'altro apparentemente depressivo. Tralasciando ovviamente i vari topoi provenienti dagli altri Paesi.

Easy A invece, rappresenta quel mondo a parte che sembra collocarsi più in su, dove il cinema acquisisce una certa nomea, un certo qualsivoglia culto adolescenziale, trasportando lo spettatore comune verso lidi che sembrano non esistere, surreali o inventati che siano.

Will Gluck (Friends withBenefits) non è certamente quel regista esperienziato e talentuoso che si può intuire leggendo qualche rivista poco specializzata, ma in questo caso qualche piglio simpatico e interessante lo tira fuori (ma lo depone come bandiera bianca nel successivo già citato film).

Tutto ruota attorno a Olive Penderghast (Emma Stone, alla sua prima da protagonista), liceale intelligente, superiore e splendidamente rauca, che si trova catapultata in quel vorticoso ammasso di pettegolezzi che travolgono un'adolescente di quell'età.

Detta una bugia all'amica, sulla presunta perdita della verginità, la notizia si diffonde ponendola al centro delle chiacchiere da armadietto e aizzandola a continuare anch'essa il gioco come fosse un esperimento socio-antropologico, marchiandosi addirittura una A scarlatta sul petto.

Come detto, questa pellicola non è ne palesemente americana, né diversamente nostrana, ma viaggia su di un binario tutto suo, se vogliamo anche originale, premettendo però che l'originalità non sempre è sintomo di bellezza.

La protagonista è perfetta, l'alveare scolastico alla Mean Girls, creativamente caratterizzato, ma sia la regia, troppo incongrua per far parte dello stesso film e la sceneggiatura, spaziano in questioni filosofiche al di sopra delle potenzialità.

Gluck in ogni caso ha la bravura di aver scelto un'attrice che si farà notare nel mondo attoriale (già la vedremo nel colossal The Amazing Spider-Man), brava, bella e con un talento tutto da scoprire.

Gustatevi la sua roca interpretazione, che aumenta la caratura di questa pellicola interessante in principio, ma dai limiti evidenti.

Voto: 6/10

Andrea Bandolin

sabato 25 febbraio 2012

War Horse

Steven Spielberg ha quell'aura benefica, quell'intuito e quel principio che legano indissolubilmente un uomo al cinema. Lui espleta i suoi doveri per l'arte, perchè di arte si sta parlando, la settima, ma strizzando l'occhio a quello spettatore senza il quale questa arte sarebbe un quadro in una casa, per il quale solo il proprietario può godere delle sue potenzialità.
C'è da dire che questo regista, a discapito di chi pensa possa essere un infallibile oracolo, ricorre alla fusione dei due intenti, arte e businness, per avere ragione della sua bravura. Che poi bravura non è, ma soprattutto furbizia. Sì perchè, se esplicitamente Schindler's List è un film sull'olocausto, un documentario chiaro e diretto, sintomaticamente è uno specchietto per le allodole, ovvero un prodotto costruito per le emozioni, per il dispiacere, ma infine poco resta, se non la bambina con il vestito rosso nel mare bianco e nero. E così si potrebbe dire per quasi tutta la filmografia di questo creatore di illusioni, sempre fermo restando che di qualità ce n'è comunque molta.
L'ultima sua fatica, animalesca, come accaduto per Jurassic Park e Jaws, è War Horse, film cavalleresco situato tra Saving Private Ryan e l'ultimo The Adventures of Tintin: The Secret of the Unicorn. Dal primo prende l'ovvia ambientazione bellica, dall'altro la visione cartoonesca, disneyana, della vita impervia di un equino, tal Joey, pagato fior fior di quattrini da un agricoltore, allenato da un ragazzo e spedito in guerra per salvare la famiglia ormai sul lastrico; percorso continuato dal susseguirsi di tanti padroni, di tanti Paesi in conflitto, di tanti e diversissimi pensieri che al cavallo passano inosservati, da un orecchio all'atro.
La morale dell'animale viene palesata da questa commistione di intenti, dei soldati padroni, svariati nella forma e nelle direzioni, portati al piccolo trotto verso una fine addolcita fin troppo da frasi ad effetto, mielose e diritte al cuore.
Il protagonista ha le espressioni incartapecorite dei leoni di The Lion King, dei nemiciamici The Fox and the Hound e degli stravaganti abitanti di The Jungle Book, non tanto per la vera forma digitale, ma per la forza impartita dallo stesso Spielberg che deforma agli occhi questo personaggio muto e falsamente espressivo.
Questo suo ultimo lavoro, quasi più vicino al cartone animato di quanto lo possa essere il tridimensionato personaggio di Hergé, affiancherà domenica pellicole che ci domandiamo se abbiano punti in comune con tanta superficialità.
Certamente The Artist è un interessante film, trasportato dalla foga generale e Hugo ricompensa il cinema con il cinema stesso, relegando a volte la storia a comprimario, ma entrambi ambiscono e livelli di popolarità e artisticità che War Horse non sembra voler raggiungere, anzi si frena da sé, attraverso un galoppo ritmato che affonda sempre più nel fango delle trincee, ostacolando visione, piacere e lacrime.
Spielberg, per l'ennesima volta, ha dimostrato come non serva una dedizione all'arte per fare arte, ma basta un pizzico di astuzia, un manciata di buon senso e tre cucchiai belli pieni di abilità tecnologica per risultare amato, osannato e appagato.
Il foulard che come filo conduttore, già proposto con il biglietto in Saving Private Ryan, attraversa tutto il film portando un filo comune alla vicenda, riusciendo nel tenere insieme una storia altrimenti al limite del ridicolo, cosa per altro non riuscita al vero protagonista che il foulard se lo porta appresso, vero emblema di un film arrischiatosi in territori dissestati e poco praticabili.

Voto: 6.5/10

Andrea Bandolin

giovedì 23 febbraio 2012

No Strings Attacched (Amici, amanti e...)

L'inversione di tendenza non è un concetto fine a se stesso, radicato magari in un ambito culturale o sociale, ma è un'estrapolazione di un vissuto più ambito della condizione umana. L'amore e il sesso, sono una delle parti preponderanti di questo vissuto e gioco forza influenzano ogni aspetto della nostra vita portando qualsiasi indivivuo a trattare l'argomento a proprio modo e maniera. Il cinema non ne è esente, anzi, assorbe la storia, che si novecentesca o preistorica, e la realizza sotto crismi soggettivi ideati da registi, sceneggiatori e putroppo produttori.
Il tema dell'amore e del sesso sta vivendo ora questa inversione: decenni fa, il sesso era tabù, relegato a forma peccatoria di un vivere comune, mentre l'amore era semplice e vivido, trasportato da sani principi e complicità.
Oggi, forse anche indotti e indottrinati dall'evolversi della tecnologia e dalla celerità con cui il mondo si muove, le parti si sono invertite, si è probabilmente più istintivi e meno ragionati, più portati alle facezie e meno alla responsabilità. In tutto questo, amore e sesso si alternano. L'amore è ormai quel sentimento scomodo che destabilizza talmente tanto da non essere sopportato per più di qualche periodo, mentre il sesso è lo sfogo dalla vita frenetica, ciò che rimette al mondo, che superficializza il contesto sociale.
Anche nel cinema, baluardo vero e proprio della rimarcazione reale, si nota questa tendenza.
Friends with Benefits, creato ad hoc proprio per esaltare la riluttanza al legame, One Day che trasporta, in un reiterato gioco temporale, due ragazzi a giocare e poi ad amarsi e Love and other Drugs, dove l'intromissione della malattia terminale cerca di stemperare un adamitico e sudato progetto filmico.
Il tutto sempre, o quasi, relegato a commedia, come se l'amore e il sesso fossero solo dei giochi da adulti, contrapposti nel concetto a quei cult che ancora regalano soddisfazione e gioia per il cinema; uno su tutti When Harry Met Sally...
Proprio agganciandosi a questo ultimo film, si allaccia No Strings Attacched, pellicola che segue il filone prosex, staccandosi però dal movimento seriale che attanaglia il periodo contemporaneo.
Ivan Reitman è regista capace di filmetti acqua e sapone, ma dotati di un'aura potente e imperitura, soggetti a innamoramenti che ancor oggi rifuggiamo. Tralasciando lo spettacolare Ghostbusters, per il quale è in fase di preproduzione il terzo capitolo, film come Dave, Junior e Twins rappresentano questa sua velata abilità.
Certo è che questo ultimo lavoro, non ha la caratura necessaria per permanere nella mente per più di un biennio, ma sicuramente ha la forza di uscire dal gruppo e non essere additata come banale o stereotipata.
Infatti, in una storia dove Emma/Natalie Portman (forse più incisiva che in Black Swan) cerca in tutti i modi di scappare dall'amore, qui rappresentato dal toy boy Adam/Ashton Kutcher (New Year's Eve), soppiantando il sentimento all'evacuzione fisica, il lato amoroso sembra una comparsa.
Invece, distanziandosi dalla pellicola sopracitata di Will Gluck, dove il sentimento è una semplice lieto fine, qui i due mondi si intrecciano, si sfiorano trasportati dall'indecisione di un'ottima Portman, senza troppi orpelli, o mercificazioni, o scene clou, ma rimanendo in un interessante anonimato che distribuisce un senso compiuto a tutta la sceneggiatura.
E senza troppe spiegazioni, perchè d'altronde l'amore non si può razionalizzare, Reitman conclude questo gioco di parti classico (banale) e standardizzato (efficace) in una scena finale degna dell'amore stesso: imprevedibile, infinito e soggettivo. 

Voto: 6.5/10

Andrea Bandolin

sabato 18 febbraio 2012

Dawson isla 10

Siamo nel 1973: una delle più controverse storie militari-politiche del secolo passato vengono trascritte, decodificate e proposte in chiave semiromanzata.
Pinochet indice un golpe e rovescia il neo presidente Allende insediandosi al suo posto, guidato anche da una non passiva America, regalando pagine di storia legate allo spionaggio industriale, ai servizi segreti e ovviamente alla Guerra Fredda.
Da El Chacal de Nahueltoro, suo film d'esordio, Miguel Littin ha sempre condiviso a suo modo e maniera la riluttanza per i soprusi. Essendo un patriota a tutti gli effetti dedica la sua carriera a mostrare le vicende scabrose del suo Paese, dandogli un effetto che intreccia documentario e finzione, donando spessore ad ogni suo personaggio.
Già con Actas de Marusia e Alsinio y el condor, entrambi in concorso agli Oscar come miglior film straniero, ci eravamo resi conto della bravura e della maestria con cui Lattin giocava con silenzi e personaggi, dissipando dubbi e rancori attraverso gli sguardi degli stessi.
Nel 2009 era uscito nelle sale con Dawson Isla 10 incorniciando la sua trama attraverso il colpo di Stato propugnato da Pinochet parlando della storia singolare di un gruppo di magistrati legati ad Allende che, rapiti, vengono imprigionati in un'isola al largo dello stretto di Magellano. Seviziati e trattati come bestie, riescono a far emergere le proprie parole e i  propri pensieri attraverso l'autobiografia di Sergio Bitar (Benjamin Vicuña), membro del Governo presente sull'isola che da voce a sé e ai suoi compagni di sventure.
Littin continua imperterrito a mostrarci eventi dimenticati della storia cilena, delegando a volte la stessa storia a spiegare un percorso filmico di vero effetto. Votato a elevare la dignità dei personaggi schiacciati da questioni troppo più grandi di loro (lo scambio di vitamine per una matita, simbolo di libertà di espressione, ne è la prova).
Questo prodotto cinematografico è a tratti intenso, intervallato da sequenze di repertorio del '73 dello stesso golpe che Littin chiama (affiancandosi al JFK di Oliver Stone) per concludere il suo vero discorso che fino alla fine pare nascosto: Allende non si è suicidato, ma è stato ucciso.
I magistrati subiscono gli abusi senza poter fare niente e tramite silenzi e paesaggi uggiosi il regista regala spezzoni fantasiosi di una storia vera, anche se a volte si rilassa troppo nell'immergersi in quel percorso mentale chiamato psicologia.
Infatti in alcuni momenti la pellicola si ingolfa mostrando lacune discorsive che nonostante tutto esaltano le doti di Littin che si prodiga nel rendere omaggio ai deceduti di quell'insana strage politica per ripercorre le parole strazianti del magistrato-scrittore.
Non segue molto le orme dei suoi due precedenti film premiati, né l'altro interessante lungometraggio Tierra de fuego, ma attraverso un percorso anche biografico (considerando che proprio a seguito del golpe venne esiliato in Messico) trasporta lo spettatore in una docu-fiction di buon livello che aumenta grazie alla caratura degli attori e alla distribuzione della psicologia della macchiette nel film.
Attendiamo con ansia il suo prossimo lavoro.

Voto: 7/10

Andrea Bandolin

lunedì 6 febbraio 2012

Immaturi: manifesto di un'Italia allo sbando


Il cinema italiano spesso imbastisce i multiplex e le monosale di tutto lo Stivale con pellicolucce, filmetti, lungometraggiucoli che anche solo dalle locandine si può capire quanto possano essere irritanti e poco funzionali alla salvaguardia di un'arte in via di decadimento.
Infatti porsi davanti a quattro, cinque, sei attori, messi in fila su di una superficie colorata e monodimensionale, sorretti da un titolo che gioca sulle parole amore-natale-felicità, spiega quanta fantasia mettano i produttori nell'esporre ad un pubblico ormai abituato male, operazioni mediatiche di scarso linguaggio, di scarso interesse, di scarsa fruibilità.
Il duo Immaturi e Immaturi – Il viaggio, assecondano in pieno questo gergo da business dedicato al presente; come se fosse impossibile salvare la settima arte da un tracollo senza eguali e ci si affanna a racimolare quanti più soldi prima di chiudere baracca e burattini.
Il lavoro sintomatico di questa commedia d'oggi viene distribuito nell'arco di circa due ore da Paolo Genovese, che in passato aveva già lavorato con Luca Miniero (quello dei due film con l'accoppiata Bisio-Siani), portando situazioni stereotipate attraverso un incipit che nel primo capitolo pare interessante, ma che viene mano a mano distrutto dall'alternarsi di scene “che ci devono essere”.
All'inizio la storia ha contorni originali, dove sette ex compagni di scuola del liceo, si ritrovano a dover ripercorrere (quarantenni) il tremendo giorno degli esami, visto che gli viene revocato il diploma; poi complice attori senza personalità (eccezion fatta per il Paolo Kessisoglu che non ti aspetti), una stesura con dialoghi alquanto obsoleti e un secondo capitolo figlio di un buon successo al botteghino, ma alquanto forzato nell'esposizione, portano queste due pellicole ad affiancarsi ai vari Boldi-De Sica-Pieraccioni-Aldo, Giovani e Giacomo.
Spunti interessanti per fortuna ce ne sono, tralasciando il già citato incipit: la storia tra l'impenitente Kessisoglu e la malata Anita Caprioli ne Il viaggio o alcune battute del bamboccione Ricky Memphis del primo film (in discoteca rivolto a Barbara Bobulova: “io volevo invitarti a ballare, ma aspettavo il lento”).
Il problema, che come già detto attanaglia il nostro panorama artistico quasi in toto, risiede proprio nel voler a tutti i costi distribuire pellicole che apparentemente potrebbero fare la fortuna dei nostri imprenditori, ma tornando anche solo poco indietro nel tempo, ci si accorge di come Gomorra e Il divo, non solo abbiano portato una considerevole ventata artistica, ma hanno oltremodo stuzzicato il pubblico in sala, grazie ad ascolti record.
Non ci vuole dunque molto a guardare ai veri talenti nostrani, a publicizzarli, e dopotutto non sarebbe nemmeno un azzardo, visti i risultati delle poche pellicole narrativamente valide di questi dieci anni, esaltare all'estero le nostre abilità.
Almeno nel cinema saremmo considerati degni di fiducia. Monti docet.

Voto: 5.5/10

Andrea Bandolin

Source Code

Il tema del destino ha sempre regalato al cinema linguaggi interessanti da sviluppare; più precisamente la possibiltà per l'uomo di poterlo cambiare a proprio piacimento.
Già Bill Murray in Groundhog Day aveva saggiato suo malgrado questa esperienza e Gwyneth Paltrow aveva scelto la sua strada (apparentemente giusta) per cambiare così eventi negativi nel film Sliding Doors.
Quasi sempre però, questo genere nasconde un animo incurabile, radicato fin nell'osso in moralismi del più classico dei pessimisti.
Source Code, secondo lungometraggio del talentuoso Duncan Jones, ammirato per la sua versione psicologica e monologica del viaggio lunare in Moon, rielabora in chiave fantascientifica il modus operandi del dover affrontare sempre gli stessi momenti. In questo caso 8 minuti, spiegati dall'aura di memoria che giace in un individuo dopo la sua morte e che può essere riutilizzata attraverso un marchingegno d'altri tempi, per prendere possesso dei pensieri in questione e tornare quindi indietro nel tempo.
Il capitano Colter Stevens, interpretato da un buon Jake Gyllenhaal (Jarhead), morto in battaglia si ritrova sospeso in un mondo (concretizzato nel film da una capsula), in cui viene utilizzato dal Governo per capire chi aveva messo un ordigno nel treno che la stessa mattina aveva fatto molte vittime.
Tra queste c'era un insegnante, compatibile con Stevens, quindi idoneo a quel trasporto temporale e psichico che consente al protagonista di sventare il secondo e futuro atto terroristico. Una sorta di Quantum Leap in versione più personalizzante.
Quegli 8 minuti sono pochi e dettati probabilmente da un'incoscia voglia di mettersi per forza i bastoni fra le ruote, anche quando si prova a cambiare il fato avverso.
Finiti i preamboli di questo falsamente intricato plot, quello che rimane non è un nulla come può accadere nei vani tentativi di un prodotto da business, ma emerge un'intricato e studiato percorso del personaggio principale che si districa tra realizzazioni di morte, tentativi di chiamate al padre da un mondo parallelo e innamoramenti precoci con la vicina di sedile (la Michelle Monaghan di Eagle Eye).
Duncan predilige, e si vede, un approccio più votato alla caratterizzazione dei suoi individui, portando una trama al servizio degli sguardi del traghettatore della vicenda.
Aggiunge inoltre un sistema che nel cinema rimaneva obsoleto. Infatti, non è mai stata trovata una soluzione al banale countdown che porta all'esplosione di una bomba. O viene fatta esplodere ad un secondo dalla fine, cosa che ammazza la suspense (invece di crearla), o brilla nei secondi successivi, disorientando lo spettatore.
Il regista qui crea un gioco d'angoscia attraverso quegli 8 minuti che sono infinitesimali a confronto del tempo che servirebbe per scoprire un attentatore e ciò manifesta un movimento adrenalinico efficace.
Per concludere, segnalando una nota stonata (tutto sommato però soggettiva), il film termina con il classico lieto fine banalizzato, dopo una scena, d'impatto, che avrebbe tenuto il gioco di sospensione temporale ancora più attivo, anche al di fuori della sala. Invece Duncan ha preferito discostarsi da quel tratto pessimistico che raggruma tutta questa serie di pellicole dedicate al destino, formulando la creazione di un universo parallelo che riporta in vita il capitano, l'innamoramento precoce e la tanto agognata chiamata al padre.
Se non altro si tenta di dare speranza, che in questo mondo può veramente fare la differenza per cambiare il proprio futuro.

Voto: 7/10

Andrea Bandolin

mercoledì 1 febbraio 2012

Bar Sport

Se c'è una scelta discutibile riguardo a questa trasposizione di Massimo Martelli del celeberrimo Bar Sport di Stefano Benni, è proprio la scelta stessa di avere la presunzione di adattare un opera così surreale e supportata proprio dal potere delle parole, banalizzandola con l'aiuto di grafica e digitalizzazione.
Partendo da questo presupposto non si può far altro che partire con alcuni preconcetti, ma per dovere di cronaca la visione, se si ha amato il linguaggio ironico dello scrittore bolognese, è d'obbligo.
I personaggi fantasiosi, ma legati ad una generale visione comune del paesano dedito alle chiacchiere da bar, sono ricalcati, caricaturati da attori bravi (alcuni meno) e legati a interpretazioni poco avvezze ad un lungometraggio, costretti in quei panni che al giorno d'oggi chiamiamo Zelig.
Bisio, Messini, Vito, Cornacchione e Impastato sono tutti scuola cabaret, improntati come sono nel loro gergo da pianobar. Catania, Battiston, Savino e Finocchiaro, sono un compensato di caratteristi di talento che a seguire questo stuolo di comici impenitenti, si ritrovano a saggiare l'universo della battuta, assecondando la satira dei loro coattori.
Bar Sport, con questa sequela di semplificazioni del genere, risulta essere non una trasposizione dell'amato Benni, ma un omaggio omonimo allo stesso scrittore, che per altro ripudia questa pellicola azzardata.
Azzardata sì, perchè il libro era concepito come un mondo a sé, fatto di piccole storie sospese in aria, senza uno sfondo, lanciato nell'etereo modo d'essere della periferia emiliana.
Il film, invece, palesa questa aleatoria visione del vissuto, anzi la rende concreta e quindi la stravolge, dando vita ad un compendio di umori e situazioni che si intrecciano tra loro.
Benni in un'intervista, alla presentazione del suo nuovo La traccia dell'angelo, ha risposto così alla domanda di un giornalista che gli chiedeva se avesse visto il film:

Preferisco non commentare, per non rigirare il dito nella piaga, più che altro.”

Non servono ulteriori commenti su di una pellicola già di partenza falsata da un soggetto stravagante nella forma e nella preparazione, indicizzato all'incipit che stravolge la poetica dell'autore.
Seguire il “liberamente tratto” non ha mai portato grandi giovamenti al cinema tout court, basti pensare a bizzarrie come Troy, che ha inspiegabilmente riposizionato ogni luogo e ogni situazione ripudiando completamente Omero.
Il film di Martelli rimane quindi un prodotto che segue l'onda, dove i produttori acquisiscono i diritti della tal opera letteraria, la riscrivono, nemmeno fossero abili parolai, e la propinano come abominio, lasciando estrerrefatti gli amanti dei vari autori.
Bisognerebbe prendere esempio dalla HBO che ha scritturato tra gli sceneggiatori dell'interessantissimo Game of Thrones, proprio l'autore della saga di carta George R. R. Martin. Il telefilm è stato osannato da critica e pubblico, forse qualche spiegazione esiste.

Voto: 5/10

Andrea Bandolin

lunedì 30 gennaio 2012

Mission: Impossible - Ghost Protocol

Nel mondo cinematografico ricostruito come intrattenimento videoludico, assecondando le spacconerie hi-tech, passando per l'uso smodato di trand action prefatti per il pubblico amante del vacuo pensiero, Mission: Impossible – Ghost Protocol si colloca come immenso e costoso baluardo tra il blockbuster e la voglia di riscossa di un cinema votato al denaro.
A differenza delle saghe che spopolano nell'universo d'argento e pixel, o della serie omonima, quella di Mission: Impossible ha una caratteristica che la fa emergere dal resto della sarabanda serial.
Infatti, partendo da Brian De Palma, con lo spionistico e ottimo primo capitolo, si approda ad un diverso universo stilistico come quello di John Woo, fatto di azione pura e di dettagli maniacali. Se poi, prima di arrivare al quarto “momento” targato Brad Bird, si prova il continuo flashback tanto caro al creatore di Lost, J.J. Abrams, si può dare un quadro generale di questa saga, nettamente distante dai concetti seriali a cui solitamente i registi si devono attenere.
Bird infatti, già molto apprezzato per i premiati The Incredibles e Ratatouille, si discosta dall'animazione per dedicarsi ad un prodotto totalmente diverso, sia economicamente, sia di gestione, sia di linguaggio.
Infatti quello che esce da Ghost Protocol è un buon film sia a livello visivo, sia a livello di trovate (l'ologramma ingannatore che simula addirittura un intero corridoio è da segnare sull'agenda), anche se pecca qua e là di trovate di dubbio gusto (come l'umanizzazione di Ethan Hunt o l'intromissione di clichè spionistici solo a livello liminare).
Di Bird non c'è molto, se vogliamo, ma la faccia simpatica di Simon Pegg (Hot Fuzz), qua collaboratore di Tom Cruise/Hunt, ricorda molto la cartoonesca giovialità dei suoi due prodotti precedenti che qui regala uno straniamento efficace dal movimento sincopato che un film action spy richiede.
Momenti di intrattenimento più incisivi rispetto al terzo capitolo diretto da Abrams, con situazioni a dir poco eccessive, (come la tempesta di sabbia, legata poco alla sceneggiatura fin lì concreta), ma con un'anima che il regista ha palesato anche se in piccola parte.
Poi bisogna assolutamente prendere atto di un'altra nuova stella in ascesa ad Hollywood, Jeremy Renner (The Hurt Locker) che qui surclassa persino Cruise, attraverso un personaggio fisico, tridimensionale, mostrandosi là dove il film dà il massimo. Una coincidenza che palesa la staticità del protagonista e della sua voglia di rendersi più umano, concedendo forse un passaggio di consegna all'allievo che vedremo anche nel colosso The Avengers.
Dopo aver perso la pazienza nell'ennesimo fallimentare film della saga della vampira Selene, Underworld: Awakening e essersi a tratti annoiati con la trasposizione di Tomorrow, When the War Began, questo prodotto seriale con il solito Cruise risulta essere, nonostante abbia falle evidenti, una boccata d'aria fresca.
Dopo il già citato The Avengers, in arrivo il 25 aprile, speriamo che questa parossistica visione del cinema televisivo, possa avere termine, ritornando magari a distrarsi proprio dalla letteratura e da tutto ciò che di poco originale e di molto fossilizzante esiste nel guardare nel giardino verde del vicino.

Voto: 6.5/10

Andrea Bandolin

Benvenuti al nord

Non era difficile auspicarsi una secondo capitolo, un Benvenuti al sud 2. Invece ci si trova, come fosse un documentario comico, a far marcia indietro, invertite le parti e a portare la strada verso il settentrione, a Milano, da Alberto Colombo/Claudio Bisio, sancendo la nascita di un sequel/spin-off: Benvenuti al nord.
Mattia Volpe/Alessandro Siani (erroneamente elevato a rango di erede di Troisi, quando a quest'ultimo rimane semplicemente debitore), per risollevare il proprio matrimonio con Maria/Valentina Lodovini, si ritrova nella caotica città della Madunina per mostrarle un rinnovato senso di responsabilità.
L'amico ricambia il favore del primo capitolo e lo ospita in casa sua dove, con la moglie Silvia/Angela Finocchiaro, tira aria di divorzio.
Ripreso nella condizione volutamente stereotipata del primo, nella iella matrimoniale che scaturisce dal loro incontro, nelle situazioni rocambolesche per strappare qualche risata, Benvenuti al nord dà la sensazione di non essere un prodotto filmico ideato per concludere la panoramica meridionale, ma un universo a sé stante utilizzato a dovere per il mero botteghino.
Infatti il film del 2010 nasce per volere della Medusa Film che, visto il successo di Bienvienue chez les Ch'tis da cui prende spunto, affidato poi il tutto al regista napoletano Luca Miniero (Questa notte è ancora nostra), concretizza un successo dedicando la sua forma alla difficoltà del milanese, tutto lavoro e celerità, ad ambientarsi in una piccola provincia campana agli antipodi negli usi e nei costumi.
Se quindi Benvenuti al sud è il remake del film francese di Danny Boon, Benvenuti al nord risulta essere solo un archetipo fine a se stesso, che non dimostra nulla creando il “viceversa” forzato che non si colloca da nessuna parte, essendo di fatto una spiegazione dell'ovvio, un'inutile agglomerato di scenette che potevano essere inserite già nel primo capitolo, senza destabilizzarlo.
Definita quindi la natura inconcludente e di partenza aleatoria di questo film, si possono annoverare, senza troppe analogie estranee alla pellicola, linguaggi stereotipati poco efficaci, un scarso utilizzo dei comprimari che con Constabile Piccolo e Grande aveva rafforzato le situazioni sudiste e gag cittadine avvezze più alla risata immediata che al reiterato sorriso.
Un prodotto già di partenza stantio che si disarticola man mano che il conteggio dei minuti sale, portandosi alla fine dove lo scontato finale chiude un lineare passaggio di consegna con un risultato pecuniario più che soddisfacente.
Degne di note sono però: l'innamoramento fulmineo del Signor Scapece/Salvatore Misticone con la suocera di Colombo (sempre interpreta dalla Finocchiaro) dando vita a siparietti dove i due snocciolano proprie dialettali idiosincrasie e la continua intromissione di Magonza/Gianmarco Pozzoli (comico di Zelig), convinto di poter entrare alle Poste Italiane, utilizzando lo stratagemma fallimentare del primo capitolo.
Bisogna però considerare che Benvenuti al nord viene distribuito per un unico e solo motivo: il successo al botteghino.
Nonostante ciò, rimane sempre il dubbio che il cinema italiano, che sia commerciale o artistico, abbia ancora una grave carenza di idee e di estro, rimasto ancora al successo meritato di Gomorra e Il divo.

Voto: 5/10  

Andrea Bandolin

venerdì 27 gennaio 2012

Cowboys and Aliens

Freud, e gli psicologi patentati, avrebbero qualcosa da dire sulla capacità dell'uomo (in questo caso registi, produttori e sceneggiatori), di pensare alle razze aliene al di là della troposfera, come esseri senzienti nettamente più avanzati di noi, almeno nella sfera tecnologica.
Studierebbero il nostro complesso di inferiorità verso l'ignoto e verso ogni forma di corsa contro il tempo.
Sulla Terra (non sappiamo se ci sia una Hollywood anche su Marte), che siano personaggini verdognoli tendenti alla pace come gli spielberghiani Close Encounters of the Third Kind e E.T. - Extra-Terrestrial, o mostri demoniaci in cerca di risorse organiche (Man in Black o Super 8 per rimanere in tema di Spielberg, qui produttore), l'alieno è sempre un passo avanti al terrestre; che venga da Giove, da Urano o da un Universo fuori dal nostro Sistema Solare.
Cowboys and Aliens segue l'onda ovviamente, innestando al suo interno caratteri del western che non sa né di carne né di pesce. Ricorda nelle intenzioni Unforgiven e il True Grit del 2010, mentre mescola qua e là ricordi filmici di Per un pugno di dollari o in genere del pistolero per eccellenza Clint Eastwood.
John Favreau (i due Iron Man e Zathura – The Space Adventures) dopotutto non dimostra grande attenzione al citazionismo e all'originalità o comunque a tutto quello che riguarda uno script funzionante, ma rivolge tutti e cinque i sensi verso i suoi produttori e come cagnolino addestrato a dovere mostra quello che il terzo incomodo vuole, sperando in una lobotomizzazione totale del pubblico in sala.
Daniel Craig (Casino Royale), l'impassibile e richiestissimo attore dal talento quasi del tutto nullo, è Jake Lonergan, uomo del selvaggio West (datato 1837) che rimane senza memoria dopo essere scampato ad un rapimento alieno. Quando fanno ritorno i mostri per trovare altre cavie nel nostro mondo, Lonergan, insieme a Harrison Ford/Woodrow Dolarhyde (Morning Glory), a Olivia Wilde/Ella Swenson (In Time) e ad un gruppo misto di fuorilegge ed indiani, per la più eterogenea delle rivolte cinematografiche contro la minaccia proveniente da un altro pianeta.
Se Favreau e Spielberg, con una certa premura, cercano di mostrare un'originalità forzata, direttamente proporzionale ad un'indiscriminato utilizzo degli effetti speciali, allora il blockbuster che ne viene fuori, sostantivo ormai ad uso negativamente discriminatorio, è servito su di un piatto d'argento.
Non si trova né la parvenza del western da cui la pellicola inizia, nascosto dietro i gesti superficiali dei rudi pistoleri, né la commistione con la fantascienza da cui si evolve, deflorata attraverso la banalizzazione più totale.
Una sorta di intrattenimento abbastanza piacevole bisogna riconoscerglielo, ma è dovuto soprattutto ai ricordi del passato, trasmessi da Sergio Leone, da John Ford, da Ron Howard (del piccolo ed emozionante Cocoon) e persino da Rolland Emmerich, che influenzano la nostra capacità di giudizio verso un percorso filmico afastellato di incongruenze stilistiche e personaggi vuoti e stantii (con qualche merito alla stupenda Wilde che fa suo un monodimensionale comprimario femminile).
Oltre a domandarci ancora come mai non arrivi un ribaltamento tecnologico tra noi e gli alieni, con conseguente rapimento dei cugini stellari, ci attanagliamo per capire il perché registi come Favreau continuino imperterriti a giocare con e dietro la m.d.p., pagati fior fiori di quattrini da registi che di cinema, diciamolo, non conoscono pressoché nulla.

Voto: 5/10

Andrea Bandolin

giovedì 26 gennaio 2012

Underworld: Awakening

Cosa succede al cinema moderno, troppo parco di idee, troppo distratto per voltarsi e guardare avanti, troppo impaurito per azzardare. Una spiegazione è ancora in cantiere, ma la sua fifa è disarmante e viene mostrata in tutta la sua riluttanza, che esprime attraverso serial filmici progettati in stock, dove solo il maghetto ha più di qualche chance di salvarsi.
Underworld: Awakening nasce nel nuovo 2012, come proposta per risollevare le sorti della settima arte ormai alla deriva. Cosa di più sbagliato continuare a propinare quella misura di intenti che fino ad ora avevano mandato al tracollo il sistema.
Per cercare inoltre di perseverare in questa dannazione senza termine, frettolosamente si approvano schizzi di personalità, format desueti e impronte pseudo-stilistiche, buone solo per il dimenticatoio.
La creazione di Marlind e Stein (Shelter) racconta di Selene, donna vampira, che risvegliatasi dalla criogenizzazione, dodici anni dopo lo sterminio di parenti e lycan, scopre di avere una figlia ibrida, avuta nel precedente Underworld: Evolution. Il resto della storia si limita ad un'agenzia che modifica geneticamente qualsiasi essere vivente e crea un super lycan che Selene dovrà affrontare.
Questo non è un riassunto, non fatevi trarre in inganno, ma è la conseguenza di una superficialità nel redigere lo script. La storia è tutta qua. Il resto è semplicemente un ammasso di variazioni su tema, mosso da scontri, botte, sangue, gratuito sangue (che con i vampiri va a nozze), voli non pindarici che la protagonista compie inconsapevole.
Kate Beckinsale, splendida nel suo latex attillato di un nero traslucido, sembra rimanere alquanto stupita tant'è che non riesce a serrare le labbra nemmeno in un minuto della pellicola; impegnata com'è a volare di qua e di là, portata alla fuga dal centro genetico o sollevata con forza dal bruto lycan.
Il film ha la sostanza di un foglio di carta velina, copre un buono spazio, ma si può guardare anche oltre.
Il format ancora una volta risiede nella mistura forzata del melò paranormale, figlio di Twilight e cugino povero di Resident Evil, sistemato a sproposito per spillare soldi (maggiorati dalla versione 3D) all'ingenuo fruitore.
Un'opera, se si può anche lontanamente nominare questo sostantivo, ridicola in ogni sua parte, dalle scene d'azione (uno snervante 90% del film) dove non accade nulla, dalla trama talmente intrisa di pochezza da non sembrare reale, da una vacuità di personaggi femminili che gridano al maschilismo sintomatico.
Non c'è stranezza nel dire che guardando questo film, magari distraendosi per un po' e tornando a immergersi nello schermo cinematografico, si ritrova la Beckinsale nella stessa identica posa di dieci minuti prima: una gamba indietro, l'altra raccolta per cercare di rialzarsi, accompagnata dagli arti superiori e dalla sempre presente bocca semichiusa; costantemente accanto ad un muro scalfito dalla sua schiena da supervillain. Pellicole di tal fatta si spiegano da sole e azzerano le possibilità di ripresa del cinema. 
Se l'Italia ha bisogno di un Governo tecnico, il cinema lo deve oltremodo allontanare.

Voto: 4.5/10

Andrea Bandolin

mercoledì 25 gennaio 2012

Tinker, Taylor, Soldier, Spy (La Talpa)

La sottile linea di demarcazione che separa un attore che tenta di imitare l'impossibile da un altro che l'impossibile lo fa trasparire con estrema semplicità, è pressoché nulla.
Andando per esempi, si potrebbe indicare nel primo caso un mestierante estremamente dipeso dalle sue plateali forme di recitazione, Brad Pitt, come nell'ultimo episodio della sua filmografia, il rude mondo di Moneyball, dove abbindola lo spettatore medio attraverso gesti esasperati, tipici di un'ira poco moderata e non abbastanza efficace; nel secondo caso, invece, sempre rimanendo in ambiti vicini nel tempo, lode e applausi vanno sprecati per il Gary Oldman di Tinker, Taylor, Soldier, Spy, dove immenso, regala un'interpretazione ai suoi massimi livelli, giocata su impercettibili movimenti del capo, di sguardi collocati a dovere ad assecondare la scena. Questo è il modello da imitare.
Addentrandoci poi nella pellicola dell'ottimo e giovane Tomas Alfredson (già apprezzato per l'horror Lat den rätte komma in), la figura di Oldman si palesa come presenza dotata di grande delicatezza, ma carica di peso.
La vicenda, tratta dall'omonimo best seller di John Le Carré, ha l'intricata messa in scena delle pagine di carta, ma con un'anima da regista che lo stesso romanziere ha apprezzato ed elogiato.
Oldman è George Smiley, spia dal lungo e onorato servizio, scaricata anzitempo e costretta al prepensionamento. In tempo di Guerra Fredda (1973) però, non si può lesinare e lasciar andare uomini della sua esperienza, quindi, riconvocato dal sottosegretario governativo inglese (ovviamente in segreto), indaga su di una fantomatica talpa filosovietica.
La mano del regista si denota, si evince nei dettagli, nei sospiri, nei silenzi, nelle guerre psicologiche che la spy story meriterebbe, ma che spesso vengono dimenticati o, come accade in pellicole movimentate come Spy Game o Casino Royale, lasciata ad un marginale ed insignificante presenzialismo.
In tutto l'arco del film Alfredson da modo di assaporare l'ambientazione dell'uggiosa Upper class, dei motori pacati e velati di vendetta repressa dei suoi protagonisti, delle intricate evoluzioni di una storia difficile da intendere e persino dei mobili polverosi delle abitazioni neutrali dove le stesse spie esercitano le loro pressioni mentali.
Non c'è azione nel mondo dei delatori, ma ad ogni modo, come si può vedere nella primissima scena, dall'azione, il lavoro apparentemente tranquillo, parte e termina nel più pacato dei modi.
Alfredson forse ci riserverà una sorpresa finale il 26 febbraio quando stringerà tra le mani il secondo zio d'America, grazie all'abilità con cui ha mostrato un'anticonformista storia di spie che si avvicinano al nostro mondo, fatto di visite dall'oculista e di una pressante vita privata dove l'amore è sempre il punto più importante (velato in un'espressione omosessuale), ma che in questo caso, per professione, viene rigettato.

Voto: 7.5/10

Andrea Bandolin 

venerdì 20 gennaio 2012

What's Your Number?


Ci sono due tipi di intrattenimento che convogliano tutto il loro essere nell'assurda convinzione del preconcetto. Per entrambi la commedia è il loro terreno fertile. Il primo è il più classico dei modi di fare cinema, l'umorismo sottile, quello che alcuni erroneamente chiamano “all'inglese”, ma che aiuta le labbra a storcersi in genuini sorrisi. Il secondo invece è quel tema che i produttori, soprattutto americani, inseguono, portati dal trash italiano di Pierino o dalle esplosioni di madame francesi che mostravano gratuitamente il loro corpo, al servizio del capitombolo dell'imbranato protagonista.
Proprio in questa seconda trance della commedia sexy rientra Waht's Your Number?, per il quale anche il critico più affermato prova difficoltà a trovarle una ragion d'essere. Il sistema adottato è semplice: lei è la “classica” troietta disoccupata (così almeno la protagonista si definisce con agitato orgoglio) che arrivata al suo diciannovesimo incontro notturno si trova a dover assimilare la notizia che una donna può arrivare massimo a venti, prima di rischiare la zitellaggine. Il panico serpeggia nella sua mente quando si trova a letto, con l'ultimo uomo a sua disposizione.
Decide allora, supportata da idee che solo le dodicenni davanti ad un numero di Cioè possono avere, di rincorrere tutti i suoi ex per trovare finalmente marito e non sforare nei ventuno. L'aiuterà il vicino, lo stallone di turno, perennemente in costume adamitico. Non sapendo come affiancare l'apollo Chris Evans (Captain America: The First Avenger) alla frustrata disoccupata, il regista Mark Mylod (Ali G Indahouse) ha optato per una trovata probabilmente ragionata tra i cinque e i venti secondi.
L'altalenante Anna Faris (The House Bunny), che ancora non capiamo se sia simpatica ma bruttina per le sue labbra perennemente ritratte e bagnate e il suo accennato slapstick o se sia bella ma antipatica per la gratuita mostra che fa del suo corpo tonico e il suo ritrito modus da commedia, si butta in questo obrobrio senza capo né coda.
L'innamoramento, il lieto fine, il marito agognato, sono palesi, ma anche se scontati ci dovrebbe essere comunque spazio per virtuosismi registici, battute frizzanti, ritmi incessanti. Il mistero dopotutto non si addice alla commedia. Il regista però, insieme a Gabrielle Allen e Jennifer Crittenden qui sceneggiatrici, si dimentica tutto o quasi, portando la sua blanda idea iniziale come unico baluardo prima della noia.
Si prova ad inserire il matrimonio della sorella per aumentare gli ambienti dediti all'humor, ma anche questa soluzione risulta scialba e la pellicola non solo non decolla mai, ma instaura un rapporto con il pubblico che varia tra la rabbia intellettuale e la depressione metafisica.
Seguire le orme di Friends With Beneftis o Virgin Territory non è mai un bene, se poi ci si trova di fronte ad un prodotto addirittura inferiore, allora non si può fare altro che girare lo sguardo alla locandina accanto e provare a rilassarsi con altri generi o altri clichè.
Dire che il titolo italiano Sex List, forse per la prima volta nella Nostra storia, rende pù giustizia di quello originale, allora la frittata è bella che fatta.

Voto: 4.5/10

Andrea Bandolin