martedì 10 gennaio 2012

The Guard


Gerry Boyle è un eroe. Non dei più convenzionali, ma è un eroe. La sua furbizia è una piacevole sfida per lo spettatore, che si inganna tentando di capire se quella furbizia non sia invece stupidità; e poco c'è da stupirsi se ci si trova nel film, ad accompagnare con lo sguardo le espressioni incredule dell'agente Wendell Everett.
Non ci si può soffermare troppo sulla traduzione italiana del titolo, ma bisogna obbligatoriamente voltarsi, seguire il flm e concedersi ad esso come prodotto americano qual é, senza porsi il problema di come in Italia ci sia ancora qualcuno che crede nella diversità tra pubblico nostrano e fruitore hollywoodiano.
Bisogna concedersi ad esso per un semplice ed insindacabile motivo: John Michael McDonagh, inglese di nascita, ma irlandese per passione, orchestra una stereotipata ed esilarante commedia dall'humor nero, sollevata dal sempre intenso grugno di Brendan Gleeson.
Ed è proprio Gleeson, ottimo attore irlandese dalla faccia irlandese, ad incarnare un personaggio costruito ad hoc dal regista per dipanare una storia che si evolve nell'Irlanda occidentale, nella contea dai tratti selvaggi di Connemara. Proprio in questo contesto gaelico, l'agente irlandese Gerry Boyle si propone come eroe, aiutato dall'agente americano Everett (Don Cheadle), per sgominare un giro di cocaina di enormi proporzioni.
Se Boyle è il protagonista, Everett è la sua nemesi. Boyle infatti incarna quell'essere irlandese che McDonagh esplicita nel film. Lo spettatore viene condotto attraverso i meandri della mente del protagonista, etichettandolo come idiota, riavendosi poco dopo grazie a commenti intelligenti e citazioni colte, additandolo come inumano, ritraendo il dito accorgendosi della disponibile vulnerabilità per la madre malata, sentenziandolo come menefreghista, capendo però che la potenzialità del personaggio ha bisogno di schiudersi per essere carpita.
Everett invece viene posizionato là dove il film acquista la sua esagerazione. E l'esagerazione ha bisogno di essere bilanciata per non cadere nel troppo eccesso. L'agente americano con la sua pacatezza, la sua proverbiale correttezza e disciplina, sostiene ancor di più il personaggio; evidenziando ogni suo tratto e al contempo bilanciando la sua sfacciataggine. E si muove così tutta la pellicola, costellata di bilanciamenti nascosti che la adagiano sul binario giusto. Gleeson poi, sfonda lo schermo, chiama lo spettatore alla visione e decide lui per tutti, costringendo a mettere da parte falsi pregiudizi. Si è talmente affascinati dall'immoralità apparente del protagonista che si é tentati di approfondirne i tratti.
Ma non c'è solo Boyle ad affascinare nella sceneggiatura di McDonagh, anche il trio di commercianti di droga viene curato nella loro stereotipata crudeltà. L'uno, Mark Strong (Sherlock Holmes), é l'inglese superbo, gli altri due, David Wilmot e Liam Cunningham, gli irlandesi doc. L'uno battibecca con gli altri a suon di citazioni filosofiche, distribuendo offese sulla loro origine, mentre gli altri due rispondono con guerre letterarie per difendere la loro posizione
Il protagonista rimane sempre Gleeson/Boyle che percorre tutta la sua storia in un'ora e mezza. Si delizia con prostitute, sequestra droga per motivi personali, passa il suo orario di lavoro a bere Guinness e infine si intasca una derringer rubata che gli servirà in seguito, aiutando l'IRA, ma detestando la corruzione.
La sua ascesa verso l'Olimpo degli eroi é giustificata dal percorso filmico. Un eroe é solitario, nell'amore e nelle idee, é anticonvenzionale, é coraggioso e convinto va verso la sua meta. Ed infine la sua ascesa é conclusa nel forse poco lieto fine, dove Everett ride della sottile linea che in Boyle separa stupidità da furbizia.
Non c'è molto da criticare su questa irriverente ed intelligente prima volta di McDonagh, anche se forse qualche eccesso di prosopopea viene concessa. Il regista grida al mondo quanto lui possa essere appassionato di filosofia e letteratura, disturbando a volte la visione, e la sua stereotipata visione di inglesi-americani-irlandesi a volte toglie presenza alla bravura di Gleeson.
Non c'è da arrovellarsi su questioni così piccole però, basta sedersi sulla poltrona, in una sala oscurata per l'occasione, per gustarsi l'impatto di Gleeson, e degli altri attori, ridere della sua dubbia moralità e sentirsi da principio disturbati, ed infine appagati, passando sopra una contagiosa irriverenza che ci viene inculcata fin dall'inizio.


Voto: 7/10

Andrea Bandolin

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