Gerry
Boyle è un
eroe. Non dei più convenzionali, ma è un eroe. La sua furbizia è
una piacevole sfida per lo spettatore, che si inganna tentando di
capire se quella furbizia non sia invece stupidità; e poco c'è da
stupirsi se ci si trova nel film, ad accompagnare con lo sguardo le
espressioni incredule dell'agente Wendell
Everett.
Non ci si può soffermare troppo sulla traduzione
italiana del titolo, ma bisogna obbligatoriamente voltarsi, seguire
il flm e concedersi ad esso come prodotto americano qual é, senza
porsi il problema di come in Italia ci sia ancora qualcuno che
crede nella diversità tra pubblico nostrano e fruitore
hollywoodiano.
Bisogna concedersi ad esso per un semplice ed
insindacabile motivo: John Michael McDonagh, inglese di
nascita, ma irlandese per passione, orchestra una stereotipata ed
esilarante commedia dall'humor nero, sollevata dal sempre
intenso grugno di Brendan Gleeson.
Ed è proprio Gleeson, ottimo attore irlandese dalla
faccia irlandese, ad incarnare un personaggio costruito ad hoc dal
regista per dipanare una storia che si evolve nell'Irlanda
occidentale, nella contea dai tratti selvaggi di Connemara.
Proprio in questo contesto gaelico, l'agente irlandese Gerry Boyle si
propone come eroe, aiutato dall'agente americano Everett (Don
Cheadle), per sgominare un giro di cocaina di enormi proporzioni.
Se Boyle è il protagonista, Everett è la sua nemesi.
Boyle infatti incarna quell'essere irlandese che McDonagh esplicita
nel film. Lo spettatore viene condotto attraverso i meandri della
mente del protagonista, etichettandolo come idiota, riavendosi poco
dopo grazie a commenti intelligenti e citazioni colte, additandolo
come inumano, ritraendo il dito accorgendosi della disponibile
vulnerabilità per la madre malata, sentenziandolo come
menefreghista, capendo però che la potenzialità del personaggio ha
bisogno di schiudersi per essere carpita.
Everett
invece viene posizionato là dove il film acquista la sua
esagerazione. E l'esagerazione ha bisogno di essere bilanciata per
non cadere nel troppo eccesso. L'agente americano con la sua
pacatezza, la sua proverbiale correttezza e disciplina, sostiene
ancor di più il personaggio; evidenziando ogni suo tratto e al
contempo bilanciando la sua sfacciataggine. E si muove così tutta la
pellicola, costellata di bilanciamenti nascosti che la adagiano sul
binario giusto. Gleeson poi, sfonda lo schermo, chiama lo spettatore
alla visione e decide lui per tutti, costringendo a mettere da parte
falsi pregiudizi. Si
è talmente affascinati dall'immoralità apparente del protagonista
che si é tentati di approfondirne i tratti.
Ma non c'è solo Boyle ad affascinare nella
sceneggiatura di McDonagh, anche il trio di commercianti di droga
viene curato nella loro stereotipata crudeltà. L'uno, Mark Strong
(Sherlock Holmes),
é l'inglese superbo, gli altri due, David Wilmot e Liam
Cunningham, gli irlandesi doc. L'uno battibecca con gli altri a
suon di citazioni filosofiche, distribuendo offese sulla loro
origine, mentre gli altri due rispondono con guerre letterarie per
difendere la loro posizione
Il protagonista rimane sempre Gleeson/Boyle che percorre
tutta la sua storia in un'ora e mezza. Si delizia con prostitute,
sequestra droga per motivi personali, passa il suo orario di lavoro a
bere Guinness e infine si intasca una derringer rubata che gli
servirà in seguito, aiutando l'IRA, ma detestando la corruzione.
La sua ascesa verso l'Olimpo degli eroi é
giustificata dal percorso filmico. Un eroe é solitario, nell'amore e
nelle idee, é anticonvenzionale, é coraggioso e convinto va verso
la sua meta. Ed infine la sua ascesa é conclusa nel forse poco lieto
fine, dove Everett ride della sottile linea che in Boyle separa
stupidità da furbizia.
Non c'è molto da criticare su questa irriverente ed
intelligente prima volta di McDonagh, anche se forse qualche eccesso
di prosopopea viene concessa. Il regista grida al mondo quanto lui
possa essere appassionato di filosofia e letteratura, disturbando a
volte la visione, e la sua stereotipata visione di
inglesi-americani-irlandesi a volte toglie presenza alla bravura di
Gleeson.
Non c'è da arrovellarsi su questioni così piccole
però, basta sedersi sulla poltrona, in una sala oscurata per
l'occasione, per gustarsi l'impatto di Gleeson, e degli altri attori,
ridere della sua dubbia moralità e sentirsi da principio disturbati,
ed infine appagati, passando sopra una contagiosa irriverenza che ci
viene inculcata fin dall'inizio.
Voto: 7/10
Voto: 7/10
Andrea Bandolin

Nessun commento:
Posta un commento