martedì 21 aprile 2015

I mille volti dell'Impavidodiavolo

In principio era Ben Affleck, era la sua immutabile presenza attoriale prestata al diavolo coraggioso e visibilmente più nera nel prossimo Batman. Ora l’eroe cieco Daredevil risorge dalle proprie ceneri (grazie a Charlie Cox), in verità generate da un fuoco appiccato dai suoi stessi inorriditi fan, per rivestire, o più precisamente, cominciare a vestire i panni di uno dei prodotti Marvel con maggior seguito. Senza troppi preamboli o giri di parole, la casa di produzione fumettata, alza di molto l’asticella artistica, non solo per le sue potenzialità, ma anche per le potenzialità di qualsivoglia eroe costumato. Partendo dalla trama, Daredevil presenta la storia di Matt Murdock, avvocato cieco con una doppia vita (come si conviene allo statuto). Conosce la Legge, sa i suoi limiti e per questo interviene per vie traverse, prendendo letteralmente a calci e pugni ogni malvivente, politico corrotto, spacciatore o più liminarmente parlando, qualsiasi “malvagio” che gli si ponga davanti. Foggy Nelson è il suo amico d’infanzia, il suo bastone, quando Matt non vede la ragione, il suo socio nello studio che porta il loro nome, un amico apparentemente impacciato. A completare il quadro, Karen Page, ex segretaria della United Allied, scampata più volte alla morte grazie all’eroe mascherato (sapeva troppo), approdata nello studio scalcinato dei due avvocati provetti. I tre paladini si intrecciano nei loro percorsi di ricerca della giustizia, Matt nascondendo a loro la sua vera identità, Foggy rimanendo saldo alla sua visione pura e cruda della Legge e Karen indagando per suo conto assieme al famoso giornalista del Bulletin Ben Urich. Il loro obbiettivo è, si scopre, comune: inchiodare il Kingpin. No, non il Kingpin, ma Wilson Fisk, il suo vero nome, perché qui non si sta raccontando la storia di Daredevil contro il Kingpin, come nel fallimentare film, ma la crescita mentale, fisica e morale di Matt Murdock e Wilson Fisk, portati dagli eventi ad evolversi dal loro status di semplici aspiranti, a veri e proprio maestri del loro campo. Murdock vuole diventare il guardiano della giustizia, l’eroe che tutti temono e che non si può sconfiggere. Fisk il temuto Boss onnipotente e onnipresente che controlla ogni cosa. Ma per il momento vedremo solo un vigilante con un costume casereccio che vaga nella notte (tendente al ninja), che ascolta il vento grazie ai suoi sensi sviluppati e colpisce dove deve, prendendole anche di santa ragione e finendo spesso e volentieri a rischiare la vita (e salvato talvolta dall’infermiera Claire). Perché Mutt Murdock non è Daredevil, non ancora, è solo un uomo fuori dal comune, con un passato temprante e un senso morale spiccato che deve ancora crescere, che sa che può farcela, ma sbaglia, che non sa cosa fare delle persone a cui tiene, se utilizzare la loro forza per aumentare la propria o tenerli al sicuro dall’iroso Fisk. Ed è proprio Fisk la sua nemesi, un potente uomo d’affari, preda però dei suoi stessi istinti e del suo passato (come Murdock), capace di amare (Vanessa, curatrice di una galleria), ma soprattutto di evolvere i propri sentimenti contrastanti che finiranno (proprio come il vigilante) per ritorcersi contro. Lo stesso Vince D’Onofrio (interpretazione tutta da gustare, piena di sfaccettature tra debolezza e forza) ha descritto a pieno la figura del futuro Kingpin “Fisk è allo stesso tempo un bambino e un mostro. Ogni mossa che fa nella nostra storia viene da un profondo senso della morale". Daredevil è quindi una storia sulle diverse forme di morale che un mondo odierno può presentare, sia dal mero lato dei buoni, ma anche e soprattutto da quello dei cattivi (l’onore della triade orientale, la lealtà del fidato James Wesley, aiutante di Fisk), partendo dalla classica morale forense, impersonata dal dualismo della piccola Nelson&Murdock e del colosso Landman&Zack, passando per quella del giornalista d’inchiesta, poi dall’eroe, dalla polizia e da tutti gli abitanti che popolano le strade di una città. Daredevil non è un prodotto di intrattenimento, non è Agent Carter, non è The Avengers, ma un prodotto artistico fatto e finito, ben più vicino al primo Batman (in quanto ad aspirazioni). Non si limita a mostrare la potenza del protagonista contro il male, il suo primo fallimento e la sua rinascita provvidenziale, ma crea un universo costellato di ostacoli, siano essi fisici o mentali, che portano alla crescita non solo del vigilante, ma anche di coloro che lo sostengono inconsapevolmente e di coloro che andrà a combattere. Emblematico in questo senso è la figura di Vladimir, malvivente russo molto legato al fratello, in affari con Fisk, forte e impulsivo, ma allo stesso tempo onorevole e concentrato sul suo obbiettivo, anche se obbiettivo moralmente discutibile. Una serie di personaggi tridimensionali al limite della perfezione, su tutti proprio Fisk, ma anche delle prove attoriali degne di nota, compreso lo stesso Murdock che forse, ahinoi, perde profondità e forza proprio quando veste i panni di Daredevil. Si dovrebbe rispettare la caratura di ogni singolo episodio, analizzarli uno ad uno, anche perché potrebbero essere senza problemi dei lungometraggi efficacissimi sia dal punto di vista artistico che di botteghino, ma questo genera spoiler e quindi limitarsi al sunto generale di un’opera concreta, efficace, violenta, matura, pulp e costruttiva, è quanto bisogna fare. Il motivo che però rende grande questa serie targata Netflix, è l’assenza della CGI, tutto è frutto di pianificazione registica, di intensa attività fisica degli attori e di carrellate lunghe e movimentate che appassionano come mai prima in prodotti di questo genere.  Daredevil è senza ombra di dubbio il miglior prodotto creato dalla Marvel, anche se inizialmente doveva essere solo un pretesto per presentare i Difensori (Jessica Jones, Luke Cage e Iron Fist). Ma questo è solo passato. Per il futuro invece, visto l’alto indice di gradimento, si prospetta una seconda stagione e gli addetti ai lavori stanno già pianificando il tutto.

mercoledì 11 marzo 2015

Agent Carter: il potere silenzioso delle donne ai tempi degli Avengers

Il mondo della settima arte è ormai invaso dai cinecomic, non serve certo ribadirlo. Eroi fumettati e le loro storie, spin-off dedicati alla loro unione contro la minaccia comune, spin-off dello spin-off in diverse forme televisive e creazioni collaterali di ogni genere per aumentare un universo che sta evolvendo l’albo a fumetti in un albo in serie ad immagini in movimento. Tra questo turbinio di epoca moderna, ecco spuntare un prodotto (perché ormai di tale bisogna parlare, non più di opera) differente dagli altri. Nato dalla mente dell’onnipresente Kevine Feige e trascritto dal duo di sceneggiatori Cristopher Markus e Stephen McFeely, ecco Agent Carter, serie televisiva trasmessa da ABC stranamente pubblicizzata da una sordina quasi irriverente verso una otto episodi che aumenta di molto la caratura artistica dell’intrattenimento marveliano. Hayley Atwell è Peggy Carter, l’agente Peggy Carter del SSR, meglio conosciuta come l’amore di Capitan America ai tempi del post bellico. Mentre l’eroe a stelle e strisce viene criogenizzato e atteso nel nuovo millennio, la Carter prova a garantire con la sua silenziosa azione, il futuro a cui lo S.H.I.E.L.D. si potrà aggrappare per creare gli Avengers. E lo fa grazie all’aiuto di un nugolo di agenti, di uno sfuggente Howard Stark, padre di Ironman e soprattutto dell’inglese e composto Edwin Jarvis, lo stesso Jarvis robotico aiutante di Tony Stark, ma ancora umano. Carter è sola come detto, in un ’46 dove la donna è solo colei che porta il caffè e che non sa gestire paura e pressione. Nessun problema, lei è l’amante di Steve Rogers, non può essere da meno e da sola, in un’ambientazione rilassata ed ovattata post seconda guerra mondiale, risolve i problemi legati alle invenzioni di Howard Stark, ricercato per tradimento. La produzione aveva stilato una scaletta che avrebbe portato una serie tv da 13 episodi e una seconda stagione, terminando però a soli 8 e una mera possibilità di seguito. Le critiche sono unanimi: Agent Carter è piacevole, attorialmente perfetto e caratterizzato, ritmicamente adatto all’ambientazione. L’unica imperfezione di questo prodotto è la poca convinzione della Marvel nel promuoverlo non tenendo conto di quanto un’eroina femminile solitaria possa attirare maggiori schiere di appassionati. Inoltre ignorare così tanto potenziale, utile per gestire nel migliore dei modi il futuro, è quantomeno discutibile, soprattutto per lasciare spazio ad un Agent of Shield che porta avanti un abbastanza banale actioncomic (nella prima stagione in realtà molto efficace, poi omologato) dissipato tra poteri ultraterreni, delatori ossessivi e il personaggio di Coulson. 

Automata: un conflitto evitabile

Lo ammetto, di primo acchito anche io ho pensato che Automata dello spagnolo Ibàñez, interpretato e diretto da Antonio Banderas, fosse uno snodo per intraprendere ancora una volta la ribellione della macchina creata dall’uomo, senza pensare che viviamo in un periodo, in un filone, che vuole districarsi nell’analisi filosofica dell’umanità, portando con sé proprio quei circuiti assemblati, rendendoli benevoli e creando un quieto vivere, padre fondatore di un’evoluzione possibile. Nel 2044 Jacq Vaucan è un detective a libri in una società di assicurazioni che gestisce le diatribe sull’utilizzo dei pilgrim, androidi utilizzati nelle più disparate situazioni in un quotidiano post apocalittico. Un gruppo sparuto di robot però viola un fondamentale protocollo, che non permette agli stessi di evolversi e di gestire in proprio i circuiti di cui sono costituiti, di ripararsi. Questa anomalia stravolge la megalopoli in cui vive Jacq e la sua vita da frustrato assicuratore in attesa di diventare padre. Sarà però, proprio grazie alla nascente coscienza di questi compagni inusuali che, attraverso il deserto che circonda la sua città, scopre quanto involuzione ci sia nell’umanità dei suoi simili. Automata quindi, non è una rivolta del popolo cibernetico contro l’umanità, ma una richiesta di indipendenza, un’umanità collaterale che scaturisce dalla violazione dei limiti imposti da una specie in pericolante via di estinzione. Per spezzare una lancia in favore dei robot, bistrattati e trattati come babau dentro l’armadio, Ibàñez cita Asimov e la coscienza androidica da lui creata, cita Blade Runner e l’ambientazione noir di una distopica Los Angeles, cita Ghost in the Shell per quella fondamentale voglia di emancipazione robotica. Il regista gestisce bene il tutto, si interroga attraverso un incipit che si protrae per consentire al fruitore di assorbire la sua personale mitologia, ma cede in seguito al dilungarsi, allo spiegare quello che già dalle splendide immagini del deserto contaminato, si poteva carpire. Film pregevole anche per originalità, o più precisamente, per l’evoluzione di un’idea già consegnata tempo addietro alle menti comuni. Purtroppo, come detto, si perde nel raccontarsi, ma sintomaticamente si chiede cosa succederebbe se questi robot che hanno violato il secondo protocollo, violassero anche il divieto di fare danno all’umano padrone.

VOTO: 6.5/10

Kingsman - Miscellaneous Service

Partiamo dalla fine. Oltre le luci spente, oltre i commenti post titoli di coda, oltre il tragitto fino alle rispettive case e proprio al termine della lettura curiosa di alcune recensione tra web e quotidiani. Proprio lì, alla voce Kingsman – Secret Service, trovate alcune informazioni non captate durante la proiezione, ma questo accade sostanzialmente ad ogni visione. Leggendo anche io svariate critiche su questa pellicola diretta da Matthew Vaughn, ho notato però che la curiosità nella fruizione non sia stata soddisfatta, in quanto molteplici visioni si sono affastellate per delucidare il voto finale dato. Si è parlato di citazioni pulp-tarantiniane, di ovvie intromissioni fumettistiche da cui l’opera trae e nel 90% dei casi, di semplice prodotto di intrattenimento, facile da svelare. In realtà, o meglio, nella mia personale visione, gli agenti segreti della tavola rotonda usano citazioni, spy action puro, dialoghi classici tra delatori, ma se si osserva in profondità, questo film non è il solito film d’azione. Ha un’anima dettata principalmente dallo stile di Vaughn che da Kick ass gioca con lo stereotipo, cambiandone forma ed aggiungendo quella vivace forma di cinismo che tanto alberga nel cinema moderno. Kingsman – Secret Service è un film sulle spie, su un gruppo di agenti super segreti, eleganti, acculturati e armi letali. Artù ne è il capo, Galahad l’uomo che vuole vivere di espiazione, Eggsy il giovanotto tutto strada e bullismo che scopre di voler prendere il posto di Lancillotto, un tempo ruolo del padre, mentre il cattivone miliardario di turno è Valentine, un cinico e spietato distruttore di mondo, dal singolare abbigliamento hip hop. La trama è semplice e divisa in due tranche. Un addestramento di Lancillotto, una spia all’interno delle spie, un uomo che vuole purificare il mondo da se stesso e un gruppo eterogeneo di eroi che vuole fermare l’apocalisse. Se vogliamo scovare intromissioni del B-movie tarantiniano, dobbiamo soffermarci solamente sulle protesi della violenta Gazelle, dalle acrobatiche movenze e soprattutto dalle caratteristiche lame, sostituzione dei propri limiti inferiori, che ricordano vagamente il fucile innestato a Rose McGowan in Planet Terror. Tolto questo, è puro stile vaughniano, con fusioni classiche e moderne, passando dal found footage al montaggio sveglio e ritmato. Kingsman è sì un prodotto di intrattenimento, ma lontano dall’essere un mero film dall’oblio facile. Finendo con l’inizio infatti, durante la proiezione, non si può fare a meno di ripensare, profondamente divertiti, alla lunga battle royale di Colin Firth in chiesa o alla detonazione seriale e colorata dei microchip. Peccato per quell’ostentato citazionismo del protagonista verso il proprio mentore e tutore, ma è una pecca perdonabile, soprattutto se alla fine, prima dei titoli di coda, la chiusura del contiuum ci strappa un sorriso malizioso.

VOTO: 7/10

domenica 30 marzo 2014

Captain America: The Winter Soldier, quando l'arte non è messa da parte

Dal citazionismo funzionale al cinema seriale. La seconda fase della Marvel è appena iniziata e già il cambiamento è talmente potente e unico da risultare ammirevole. Da sempre trilogie, quadrilogie, spin-off, remake, hanno tentato di rendere la serialità al cinema un effettivo valore aggiunto, ma risultando sempre (o quasi) un piccolo prestito da restituire senza interessi. Il CEO Kevin Feige e l’allegra combriccola di supereroi, hanno delineato un mondo a sé stante, che prima flirtava con il telefilm, con la storia a puntate, regalando citazioni per tenere unito il progetto. Ora però il progetto si è evoluto nella Fase 2, ha mostrato un continuum spazio temporale, una serialità predominante e zoccolo duro dell’enorme successo di The Avengers e compagni. Se però il progetto risulta una grande trovata mediatica, di ritorno economico e unica nel suo genere, il lato artistico, fino al 26 marzo, sembrava relegato, dipeso quasi interamente dalla buona riuscita di un aspetto chiamato intrattenimento. Iron Man, Avengers, Captain America: The First Avenger, sono ottimi figli dell’entertainment puro, confezionati per il vasto pubblico; ma gli è mancato qualcosa. Fino al 26 marzo, dicevamo. Fino all’uscita del secondo capitolo del patriottico uomo scudato, Captain America: The Winter Soldier. La pellicola, diretta dai fratelli Anthony e Joe Russo (apprezzati da pubblico e critica per lavori televisivi, come la puntata, premiata con l’Emmy, del geniale Arrested Development), segue i dettami di Feige e assembla un prodotto di intrattenimento senza pecche, funzionale alla causa marveliana e seriale, ma soprattutto elevato a rango di opera artistica ben riuscita. Gli effetti speciali, le dinamiche d’azione e le gag tra eroi, sono orchestrati a dovere. L’innesto di Vedova Nera (Scarlett Johansson) e del solito Nick Fury (Samuel L. Jackson), tolgono scene al solido e belloccio Capitan America (Chris Evans, veramente perfetto per il ruolo), ma rendono più appetibile le dinamiche filmiche e danno modo al percorso marveliano di divenire maggiormente completante. Infine il lato artistico. Il primo episodio era un esempio di buon intrattenimento, come detto, ma questo secondo step non si limita a gestire gag, esplosioni e arti marziali, ma costruisce un’intricata e sapiente spy-story (che ricorda molto la quadrilogia di Bourne), con interpreti degni di nota e una scorrevolezza quasi perfetta. Un film adatto ad ogni genere di fruitore. Capitan America deve quindi fare i conti con l’HYDRA, apparentemente distrutta decenni addietro, ma presenza solida e in crescita, un virus all’interno della stessa S.H.I.E.L.D, capitanata dal monocolare Fury. Proprio Fury diventerà lo snodo del plot. Lui che appariva come un Dio di conoscenza, lui che gestiva questa conoscenza, tenendo allo scuro persino il gran patriota a stella e strisce verticali (e note di predominante blu), si trova spaesato quando scopre di aver perso la sua prerogativa principale. Sarà poi il solito uomo scudato, aiutato dalla misteriosa Vedova Nera e dal reduce di guerra Sam Wilson (Anthony Mackie), alias Falcon, qui in versione tecnologica rispetto al piumato fumetto, a cercare di sventare il progetto di ricostruzione apocalittica dell’HYDRA. Sotterfugi, delatori, intrighi e azione dipaneranno la vicenda insieme al titolato Winter Soldier, l’amico di Cap, Bucky Burnes (Sebastian Stan, già visto nel primo episodio), criogenizzato, lobotomizzato e über pompato come nemesi del protagonista. I suoi ricordi sfumati e tenuti segreti a doppia mandata in un antro della sua mente, saranno l’imput per rendere la psicologia di America più profonda e per altro funzionale alla vicenda (e probabilmente alla trama del terzo capitolo, insieme al possibile antagonista Brock Rumlow/Crossbones interpretato qui da Frank Grillo). Le gag sono ridotte rispetto agli altri prodotti di Feige, un utile modo di rendere la pellicola più pimpante; l’azione è evoluta, dinamica e molto piacevole, con utilizzo sapiente e non ingombrante, degli effetti speciali; Capitan America è molto più combattivo e, proprio come nel fumetto, non si separa mai dal fidato scudo, regalando scene di combattimento tra le migliori degli ultimi anni (anche la Vedova è molto più badass rispetto alla subdola spia); la profondità dei personaggi fa acquisire più strati alla pellicola, rendendola drammatica e introspettiva al punto giusto, giostrata tra mancanza di fiducia e riscatto di chi non ti aspetti; la gestione dei personaggi è quasi perfetta e viene articolata grazie anche alla non sempre presente figura di Cap. Molti lo hanno definito il miglior film della Marvel e certamente è da una decina d’anni, da X-Men 2, che l’approccio alla produzione non bada solo alla spettacolarità e all’intrattenimento. Finalmente un’evoluzione degna di nota per la compagine fumettata, che ha da sempre battuto la concorrente e rivale DC Comics per progettualità e successo, anche se nel lato artistico, grazie soprattutto al doppio ciclo di Batman e a Watchmen, ha dovuto inchinarsi alla completezza dei film altrui. Captain America: The Winter Soldier è finalmente un bel film targato Marvel, forse il migliore, e se anche la solita comparsata di Stan Lee merita la palma di più azzeccata e riuscita, allora possiamo etichettare questo film dei fratelli Russo, un vero e proprio successo tout courtP.s.: doveroso attendere la fine dei titoli di coda, il collegamento a The Avengers: Age of Ultron, genera sicuramente una grande attesa.

VOTO: 7.5/10

venerdì 22 novembre 2013

Thor: The Dark World, ovvero The Avengers parte prima...e mezza

Il progetto Marvel (Parte Seconda) è ufficialmente cominciato, un movimento fumettistico saldato e inchiavardato a doppia mandata che lega ogni eroe l’un l’altro, creando un Universo che gioca proprio sul citazionismo reciproco. Il dilemma che ne segue però non è tanto legato alla costruzione di situazioni ad hoc, dove Nick Fury va a far visita a Tony Stark, Vedova nera gironzola e si muove nel secondo Capitan America o dove proprio quest’ultimo che in Thor: The Dark World trova il modo migliore per la citazione più originale (sotto mentite spoglie), bensì una costruzione delle dinamiche filmiche che sembrano tutte figlie di The Avengers.
Thor (Chris Hemsworth), smessi ormai i panni del bamboccione tutto caciara del primo capitolo e profondamente cresciuto grazie all’amore della bella Jane Foster (Natalie Portman) e alla battaglia newyorkese in combo con gli altri Vendicatori, torna a fronteggiare l’ennesima minaccia per Asgard e l’immancabile Terra. Dopo un periodo di pace, sostenuto proprio dallo stesso Thor che non si sente pronto alla reggenza, uno strano evento terrestre coinvolge la scienziata Foster che viene posseduta da un raro oggetto, l’Aether, forza che risveglia attraverso la donna il malvagio elfo oscuro Malekith (il primo Doctor Who  moderno, Cristopher Eccleston) che vuole appunto riottenere il potere dell’oggetto, collegare nove mondi e distruggerli.
I Nove Regni sono dunque in pericolo e la strana accoppiata, Thor e suo fratello Loki (Tom Hiddleston), liberato dalla prigionia, sarà costretta ad andare contro l’ostinato padre Odino (Anthony Hopkins) e allo stesso tempo salvare l’amata Jane ormai contaminata e di conseguenza Asgard.
Thor: The Dark World ottiene buon ritmo grazie a chi non ti aspetti: una comprimaria, la stagista Darcy Lewis (la Kat Dennings di 2 Broke Girls), sempre pronta a svernare la monotonia insidiosa della figura della Foster (o più in genere le situazioni sulla Terra, un po’ sottotono) e Loki, apparentemente protagonista e aiutante per la missione sottobanco del fratello, ma scemante appena dopo la fuga da Agard, dove dà il meglio di sé, usando le sue abilità illusorie trasformandosi e scimmiottando il patriota Capitan America.
Oltre a questo utilizzo smodato dello sketch per tenere vivo un filo altrimenti cascante e pieno di falle, si nota come la mano di Joss Whedon sia intervenuta in aiuto del regista Alan Taylor (direttamente dalla serie tv Game of Thrones), apportando modifiche in una dinamica di plot non proprio esaltante e dove le battaglie non rendono come si conviene. Proprio nella lotta terrestre tra Thor, Malekith, gli Elfi oscuri e gli scienziati, si nota molto della guerriglia urbana avvenuta in The Avengers e in particolar modo nel momento clou, dove si cerca disperatamente di bloccare i portali, scopiazzatura non troppo velata da dove uscivano Chitauri a frotte.
Certamente il primo capitolo diretto da Kenneth Branagh non soddisfa all’uscita della sala, ma questo secondo intento convince in parte, soprattutto nelle già citate scenette che arricchiscono una trama blanda. A completare il tutto un casting eccellente, che riesce a far calzare ogni personaggio alla perfezione, Loki su tutti, abile a dissimulare fino al colpo di scena finale che quanto meno aleggiava nell’aria.

Una cosa però rimane ancora misteriosa: come mai il guardiano Heimdall (Idris Elba), colui che vede tutto e tutti, sia nel primo che nel secondo capitolo viene deriso dagli invasori? Come mai ricade sempre su di lui la scelta stilistica per far cominciare il tutto? Questo non ci è dato saperlo, ma per comprendere se il povero guardiano del Bifrost possa riaversi del suo carisma, basta aspettare il terzo capitolo. Dopotutto la scena alla fine dei titoli di coda ormai docet.

VOTO: 6/10

domenica 19 maggio 2013

Il Grande Gatsby e la profondità di campo


All’incirca un anno e mezzo fa esce in Italia un’opera cinematografica dal forte senso morale, dalla speranza infranta che palesa un vivere totale dell’umanità stessa, poco avvezza alla risalita. Faust, ultimo di una trilogia, del regista russo Sokurov, prende possesso del mito letterario, descritto in righe e strofe da numerosi grandi romanzieri e la travisa rendendola sua, accattivandola sotto una chiave tutta diversa.

Lo scorso 16 maggio invece approda lo sfavillante luccichio degli anni ’20 e della cultura del proibizionismo, buona solamente ad alimentare i sogni di una vita spensierata. Il Grande Gatsby, corredato del sempre presente 3D, del regista Baz Luhrmann prende in prestito uno dei capisaldi letterari del ‘900 e ne stravolge parte dell’essenza, soppiantandola con un gusto eccessivo tutto personale. Apparentemente queste due pellicole hanno scopi diversi, ragioni opposte se vogliamo, ma analogie sintomatiche che danno la base per un successo critico.

Entrambi pescano dalla letteratura ovviamente, ma lo fanno non trasferendo l’opera intera nell’universo cinematografico, ma tagliuzzandola nelle parti in cui lo stile e il pensiero dei due cineasti non si va a sposare con quello degli sfruttati scrittori. Come Sokurov, Luhrmann fa sua la letteratura di Fitzgerald, racconta di eccessi, di colori sgargianti propri di quell’epoca, di un personaggio incline all’onnipotenza, di un’America disturbata dalla scissione tra ceto basso e ceto alto, integrando il tutto in chiave semi moderna, con costumi fedeli all’epoca e adattamenti musicali propri del nostro secolo.

Se da un lato Sokurov assembra e moralizza ancor più le parole di Goethe o Mann rendendoci partecipi e colpevoli della discesa del mondo mancante di speranza, Luhrmann estromette lo spettatore dalle sue emozioni e dalle sue idee ostentando una magnificenza visiva difficile da trovare e palesando infine la speranza che sembrava perduta; entrambi infine si accordano con i loro predecessori, accontentando il loro stile, mischiandolo però al proprio.

Staccandoci un attimo dalla stupenda e distruttiva opera di Sokurov, per verificare quali altri pregi e difetti presenta la nuova pellicola del regista australiano, troviamo quanto simili, nonostante la chiave modernizzata, possano essere Luhrmann e Fitzgerald.

Chi ha letto il romanzo trova sì enorme differenze, non può essere che ovvio, considerate le idee talvolta contrastanti di scrittura del primo e la messa in scena del secondo, ma ciò nonostante la figura del sempre ottimo Di Caprio emana una potenza unica e indelebile, coadiuvata dalle inquadrature che ne favoriscono l’ascesa alla leggenda, un mito che viene immaginato allo stesso modo e maniera. Il racconto per la cornice storica è semplice, ma efficace, distribuito a dovere nel corso della pellicola, senza troppe digressioni fuori tema. L’approccio visivo è unico, impreziosito stranamente dall’utilizzo del 3D, che esercita la sua presenza attraverso una profondità di campo che amplia gli spazi e non gioca solamente al mero gioco dell’oggetto contro lo schermo. Una profondità di campo, anima del cinema, spesso snobbata, ma fortuna di molte pellicole, grandi o meno, che hanno costellato la storia della settima arte.

I critici americani Eddie Harrison e Pete Hammond catturano attraverso le loro parole l’essenza del film. “L’approccio sgargiante di Luhrmann è appropriato al materiale” riferendosi certo ad una trasposizione non completamente fedele, ma organizzando una pellicola che alimenta Gatsby sotto una nuova luce; “Non c’è mai stato un film di questo genere” perché all’uscita della sala ti trovi di fronte ad un unicum strabiliante, una gioia di colori e di immagini, uno stile presente e una tecnica perfetta nell’esporre l’ostentazione di quegli anni tra le note della dance del nuovo millennio.

La trasposizione però ha sempre delle difficoltà e Luhrmann come ogni altro si scontra con quel qualcosa che tra libro e cinema difficilmente è fattibile. Il grande Gatsby letterario è un misto di pathos e satira, due universi opposti che si attraggono grazie alla maestria dello scrittore. Il regista ci prova, asseconda le vicende e le rende vivide agli occhi del fruitore, ma riuscire nell’impresa di collegare la tensione tra gli sguardi degli attanti che attendono le reazioni dei protagonisti (i momenti nella pellicola sono di alto cinema, perfettamente riusciti) agli ironici e divertenti imbarazzi tra Daisy e Gatsby ritrovati dopo una pausa forzata (qui Luhrmann zoppica leggermente) è una faccenda di tutt’altro peso e il regista non sempre riesce ad unire le parti.

Il Grande Gatsby di Luhrmann è allo stesso tempo il suo grande Gatsby e Il Grande Gatsby di Fitzgerald, togliendo un po’ delle dinamiche letterarie dove le menzogne sospingono e creano il mito del protagonista, ma acquisendo materiale visivo e scenografie perfette proprie dell’universo di argento e pixel.

Forse l’unico appunto che destabilizza il film sono proprio le parole dello stesso Fitzgerald che passano sovraimpressione, come dattiloscritti animati da Carraway (Tobey Maguire, nella sua prima interpretazione interessante) o camuffati nella neve che scende sulla città. Parole che sembrano sterili accorpate alle immagini, che rendono vano lo sforzo grafico elegante e potente di Luhrmann che esce da questa sfida certamente vincente dopo il deludente e alquanto pesante passaggio nella terra natale.


Grazie anche ad un cast ottimo, con la migliore interpretazione attoriale del sempre snobbato Di Caprio e gli ammiccanti sguardi della sorpresa Mulligan, il film cattura lo spettatore, lo immerge nell’epoca e gli racconta le vicende di Gatsby, imprenditore di se stesso, amante timido, amico unico e scostante quanto basta per amarlo, che come modello di vita ha Dio stesso e la sua grandezza. Luhrmann riesce nell’impresa, anche se una riserva, dovuta ai collegamenti narrativi, fa mancare al regista l’appuntamento con la storia.