In
principio era Ben Affleck, era la sua immutabile presenza attoriale prestata al
diavolo coraggioso e visibilmente più nera nel prossimo Batman. Ora l’eroe
cieco Daredevil risorge dalle proprie ceneri (grazie a Charlie Cox), in verità
generate da un fuoco appiccato dai suoi stessi inorriditi fan, per rivestire, o
più precisamente, cominciare a vestire i panni di uno dei prodotti Marvel con
maggior seguito. Senza troppi preamboli o giri di parole, la casa di produzione
fumettata, alza di molto l’asticella artistica, non solo per le sue
potenzialità, ma anche per le potenzialità di qualsivoglia eroe costumato.
Partendo dalla trama, Daredevil presenta la storia di Matt Murdock, avvocato
cieco con una doppia vita (come si conviene allo statuto). Conosce la Legge, sa
i suoi limiti e per questo interviene per vie traverse, prendendo letteralmente
a calci e pugni ogni malvivente, politico corrotto, spacciatore o più
liminarmente parlando, qualsiasi “malvagio” che gli si ponga davanti. Foggy
Nelson è il suo amico d’infanzia, il suo bastone, quando Matt non vede la
ragione, il suo socio nello studio che porta il loro nome, un amico
apparentemente impacciato. A completare il quadro, Karen Page, ex segretaria
della United Allied, scampata più volte alla morte grazie all’eroe mascherato
(sapeva troppo), approdata nello studio scalcinato dei due avvocati provetti. I
tre paladini si intrecciano nei loro percorsi di ricerca della giustizia, Matt
nascondendo a loro la sua vera identità, Foggy rimanendo saldo alla sua visione
pura e cruda della Legge e Karen indagando per suo conto assieme al famoso
giornalista del Bulletin Ben Urich. Il loro obbiettivo è, si scopre, comune:
inchiodare il Kingpin. No, non il Kingpin, ma Wilson Fisk, il suo vero nome,
perché qui non si sta raccontando la storia di Daredevil contro il Kingpin,
come nel fallimentare film, ma la crescita mentale, fisica e morale di Matt
Murdock e Wilson Fisk, portati dagli eventi ad evolversi dal loro status di semplici
aspiranti, a veri e proprio maestri del loro campo. Murdock vuole diventare il guardiano
della giustizia, l’eroe che tutti temono e che non si può sconfiggere. Fisk il
temuto Boss onnipotente e onnipresente che controlla ogni cosa. Ma per il momento
vedremo solo un vigilante con un costume casereccio che vaga nella notte
(tendente al ninja), che ascolta il vento grazie ai suoi sensi sviluppati e
colpisce dove deve, prendendole anche di santa ragione e finendo spesso e
volentieri a rischiare la vita (e salvato talvolta dall’infermiera Claire). Perché
Mutt Murdock non è Daredevil, non ancora, è solo un uomo fuori dal comune, con
un passato temprante e un senso morale spiccato che deve ancora crescere, che
sa che può farcela, ma sbaglia, che non sa cosa fare delle persone a cui tiene,
se utilizzare la loro forza per aumentare la propria o tenerli al sicuro
dall’iroso Fisk. Ed è proprio Fisk la sua nemesi, un potente uomo d’affari,
preda però dei suoi stessi istinti e del suo passato (come Murdock), capace di
amare (Vanessa, curatrice di una galleria), ma soprattutto di evolvere i propri
sentimenti contrastanti che finiranno (proprio come il vigilante) per
ritorcersi contro. Lo stesso Vince D’Onofrio (interpretazione tutta da gustare,
piena di sfaccettature tra debolezza e forza) ha descritto a pieno la figura
del futuro Kingpin “Fisk è allo stesso tempo un bambino e un mostro. Ogni mossa
che fa nella nostra storia viene da un profondo senso della morale".
Daredevil è quindi una storia sulle diverse forme di morale che un mondo
odierno può presentare, sia dal mero lato dei buoni, ma anche e soprattutto da
quello dei cattivi (l’onore della triade orientale, la lealtà del fidato James
Wesley, aiutante di Fisk), partendo dalla classica morale forense, impersonata
dal dualismo della piccola Nelson&Murdock e del colosso Landman&Zack,
passando per quella del giornalista d’inchiesta, poi dall’eroe, dalla polizia e
da tutti gli abitanti che popolano le strade di una città. Daredevil non è un
prodotto di intrattenimento, non è Agent
Carter, non è The Avengers, ma un
prodotto artistico fatto e finito, ben più vicino al primo Batman (in quanto ad aspirazioni). Non si limita a mostrare la
potenza del protagonista contro il male, il suo primo fallimento e la sua
rinascita provvidenziale, ma crea un universo costellato di ostacoli, siano
essi fisici o mentali, che portano alla crescita non solo del vigilante, ma
anche di coloro che lo sostengono inconsapevolmente e di coloro che andrà a
combattere. Emblematico in questo senso è la figura di Vladimir, malvivente
russo molto legato al fratello, in affari con Fisk, forte e impulsivo, ma allo
stesso tempo onorevole e concentrato sul suo obbiettivo, anche se obbiettivo
moralmente discutibile. Una serie di personaggi tridimensionali al limite della
perfezione, su tutti proprio Fisk, ma anche delle prove attoriali degne di
nota, compreso lo stesso Murdock che forse, ahinoi, perde profondità e forza
proprio quando veste i panni di Daredevil. Si dovrebbe rispettare la caratura
di ogni singolo episodio, analizzarli uno ad uno, anche perché potrebbero
essere senza problemi dei lungometraggi efficacissimi sia dal punto di vista
artistico che di botteghino, ma questo genera spoiler e quindi limitarsi al
sunto generale di un’opera concreta, efficace, violenta, matura, pulp e
costruttiva, è quanto bisogna fare. Il motivo che però rende grande questa
serie targata Netflix, è l’assenza della CGI, tutto è frutto di pianificazione
registica, di intensa attività fisica degli attori e di carrellate lunghe e
movimentate che appassionano come mai prima in prodotti di questo genere. Daredevil è senza ombra di dubbio il miglior
prodotto creato dalla Marvel, anche se inizialmente doveva essere solo un
pretesto per presentare i Difensori (Jessica Jones, Luke Cage e Iron Fist). Ma
questo è solo passato. Per il futuro invece, visto l’alto indice di gradimento,
si prospetta una seconda stagione e gli addetti ai lavori stanno già
pianificando il tutto.
Uomo Da Presa
Tutto quello che avreste voluto sapere sul cinema, ma non avete mai osato chiedere
martedì 21 aprile 2015
mercoledì 11 marzo 2015
Agent Carter: il potere silenzioso delle donne ai tempi degli Avengers
Il mondo
della settima arte è ormai invaso dai cinecomic, non serve certo ribadirlo. Eroi
fumettati e le loro storie, spin-off dedicati alla loro unione contro la
minaccia comune, spin-off dello spin-off in diverse forme televisive e
creazioni collaterali di ogni genere per aumentare un universo che sta
evolvendo l’albo a fumetti in un albo in serie ad immagini in movimento. Tra
questo turbinio di epoca moderna, ecco spuntare un prodotto (perché ormai di
tale bisogna parlare, non più di opera) differente dagli altri. Nato dalla
mente dell’onnipresente Kevine Feige e trascritto dal duo di sceneggiatori
Cristopher Markus e Stephen McFeely, ecco Agent
Carter, serie televisiva trasmessa da ABC stranamente pubblicizzata da una
sordina quasi irriverente verso una otto episodi che aumenta di molto la
caratura artistica dell’intrattenimento marveliano. Hayley Atwell è Peggy
Carter, l’agente Peggy Carter del SSR, meglio conosciuta come l’amore di
Capitan America ai tempi del post bellico. Mentre l’eroe a stelle e strisce viene
criogenizzato e atteso nel nuovo millennio, la Carter prova a garantire con la
sua silenziosa azione, il futuro a cui lo S.H.I.E.L.D. si potrà aggrappare per
creare gli Avengers. E lo fa grazie all’aiuto di un nugolo di agenti, di uno
sfuggente Howard Stark, padre di Ironman e soprattutto dell’inglese e composto Edwin
Jarvis, lo stesso Jarvis robotico aiutante di Tony Stark, ma ancora umano.
Carter è sola come detto, in un ’46 dove la donna è solo colei che porta il caffè
e che non sa gestire paura e pressione. Nessun problema, lei è l’amante di
Steve Rogers, non può essere da meno e da sola, in un’ambientazione rilassata
ed ovattata post seconda guerra mondiale, risolve i problemi legati alle
invenzioni di Howard Stark, ricercato per tradimento. La produzione aveva stilato
una scaletta che avrebbe portato una serie tv da 13 episodi e una seconda stagione,
terminando però a soli 8 e una mera possibilità di seguito. Le critiche sono
unanimi: Agent Carter è piacevole,
attorialmente perfetto e caratterizzato, ritmicamente adatto all’ambientazione.
L’unica imperfezione di questo prodotto è la poca convinzione della Marvel nel
promuoverlo non tenendo conto di quanto un’eroina femminile solitaria possa
attirare maggiori schiere di appassionati. Inoltre ignorare così tanto
potenziale, utile per gestire nel migliore dei modi il futuro, è quantomeno discutibile,
soprattutto per lasciare spazio ad un Agent
of Shield che porta avanti un abbastanza banale actioncomic (nella prima
stagione in realtà molto efficace, poi omologato) dissipato tra poteri
ultraterreni, delatori ossessivi e il personaggio di Coulson.
Automata: un conflitto evitabile
Lo
ammetto, di primo acchito anche io ho pensato che Automata dello spagnolo Ibàñez, interpretato e diretto da Antonio
Banderas, fosse uno snodo per intraprendere ancora una volta la ribellione
della macchina creata dall’uomo, senza pensare che viviamo in un periodo, in un
filone, che vuole districarsi nell’analisi filosofica dell’umanità, portando con
sé proprio quei circuiti assemblati, rendendoli benevoli e creando un quieto
vivere, padre fondatore di un’evoluzione possibile. Nel 2044 Jacq Vaucan è un
detective a libri in una società di assicurazioni che gestisce le diatribe sull’utilizzo
dei pilgrim, androidi utilizzati nelle più disparate situazioni in un
quotidiano post apocalittico. Un gruppo sparuto di robot però viola un
fondamentale protocollo, che non permette agli stessi di evolversi e di gestire
in proprio i circuiti di cui sono costituiti, di ripararsi. Questa anomalia stravolge la
megalopoli in cui vive Jacq e la sua vita da frustrato assicuratore in attesa
di diventare padre. Sarà però, proprio grazie alla nascente coscienza di questi
compagni inusuali che, attraverso il deserto che circonda la sua città, scopre
quanto involuzione ci sia nell’umanità dei suoi simili. Automata quindi, non è una rivolta del popolo cibernetico contro l’umanità,
ma una richiesta di indipendenza, un’umanità collaterale che scaturisce dalla
violazione dei limiti imposti da una specie in pericolante via di estinzione.
Per spezzare una lancia in favore dei robot, bistrattati e trattati come babau
dentro l’armadio, Ibàñez cita Asimov e la coscienza androidica da lui creata,
cita Blade Runner e l’ambientazione
noir di una distopica Los Angeles, cita Ghost
in the Shell per quella fondamentale voglia di emancipazione robotica. Il
regista gestisce bene il tutto, si interroga attraverso un incipit che si
protrae per consentire al fruitore di assorbire la sua personale mitologia, ma
cede in seguito al dilungarsi, allo spiegare quello che già dalle splendide
immagini del deserto contaminato, si poteva carpire. Film pregevole anche per
originalità, o più precisamente, per l’evoluzione di un’idea già consegnata
tempo addietro alle menti comuni. Purtroppo, come detto, si perde nel
raccontarsi, ma sintomaticamente si chiede cosa succederebbe se questi robot
che hanno violato il secondo protocollo, violassero anche il divieto di fare
danno all’umano padrone.
VOTO: 6.5/10
Kingsman - Miscellaneous Service
Partiamo
dalla fine. Oltre le luci spente, oltre i commenti post titoli di coda, oltre
il tragitto fino alle rispettive case e proprio al termine della lettura
curiosa di alcune recensione tra web e quotidiani. Proprio lì, alla voce Kingsman – Secret Service, trovate
alcune informazioni non captate durante la proiezione, ma questo accade
sostanzialmente ad ogni visione. Leggendo anche io svariate critiche su questa
pellicola diretta da Matthew Vaughn, ho notato però che la curiosità nella fruizione
non sia stata soddisfatta, in quanto molteplici visioni si sono affastellate
per delucidare il voto finale dato. Si è parlato di citazioni
pulp-tarantiniane, di ovvie intromissioni fumettistiche da cui l’opera trae e
nel 90% dei casi, di semplice prodotto di intrattenimento, facile da svelare.
In realtà, o meglio, nella mia personale visione, gli agenti segreti della
tavola rotonda usano citazioni, spy action puro, dialoghi classici tra
delatori, ma se si osserva in profondità, questo film non è il solito film
d’azione. Ha un’anima dettata principalmente dallo stile di Vaughn che da Kick ass gioca con lo stereotipo,
cambiandone forma ed aggiungendo quella vivace forma di cinismo che tanto
alberga nel cinema moderno. Kingsman –
Secret Service è un film sulle spie, su un gruppo di agenti super segreti,
eleganti, acculturati e armi letali. Artù ne è il capo, Galahad l’uomo che
vuole vivere di espiazione, Eggsy il giovanotto tutto strada e bullismo che
scopre di voler prendere il posto di Lancillotto, un tempo ruolo del padre,
mentre il cattivone miliardario di turno è Valentine, un cinico e spietato
distruttore di mondo, dal singolare abbigliamento hip hop. La trama è semplice
e divisa in due tranche. Un addestramento di Lancillotto, una spia all’interno
delle spie, un uomo che vuole purificare il mondo da se stesso e un gruppo
eterogeneo di eroi che vuole fermare l’apocalisse. Se vogliamo scovare
intromissioni del B-movie tarantiniano, dobbiamo soffermarci solamente sulle
protesi della violenta Gazelle, dalle acrobatiche movenze e soprattutto dalle
caratteristiche lame, sostituzione dei propri limiti inferiori, che ricordano
vagamente il fucile innestato a Rose McGowan in Planet Terror. Tolto questo, è puro stile vaughniano, con fusioni
classiche e moderne, passando dal found footage al montaggio sveglio e ritmato.
Kingsman è sì un prodotto di
intrattenimento, ma lontano dall’essere un mero film dall’oblio facile. Finendo
con l’inizio infatti, durante la proiezione, non si può fare a meno di
ripensare, profondamente divertiti, alla lunga battle royale di Colin Firth in
chiesa o alla detonazione seriale e colorata dei microchip. Peccato per
quell’ostentato citazionismo del protagonista verso il proprio mentore e
tutore, ma è una pecca perdonabile, soprattutto se alla fine, prima dei titoli
di coda, la chiusura del contiuum ci strappa un sorriso malizioso.
VOTO: 7/10
domenica 30 marzo 2014
Captain America: The Winter Soldier, quando l'arte non è messa da parte
Dal
citazionismo funzionale al cinema seriale. La seconda fase della Marvel è
appena iniziata e già il cambiamento è talmente potente e unico da risultare
ammirevole. Da sempre trilogie, quadrilogie, spin-off, remake, hanno tentato di
rendere la serialità al cinema un effettivo valore aggiunto, ma risultando
sempre (o quasi) un piccolo prestito da restituire senza interessi. Il CEO
Kevin Feige e l’allegra combriccola di supereroi, hanno delineato un mondo a sé
stante, che prima flirtava con il telefilm, con la storia a puntate, regalando
citazioni per tenere unito il progetto. Ora però il progetto si è evoluto nella
Fase 2, ha mostrato un continuum spazio temporale, una serialità predominante e
zoccolo duro dell’enorme successo di The
Avengers e compagni. Se però il progetto risulta una grande trovata
mediatica, di ritorno economico e unica nel suo genere, il lato artistico, fino
al 26 marzo, sembrava relegato, dipeso quasi interamente dalla buona riuscita
di un aspetto chiamato intrattenimento. Iron
Man, Avengers, Captain America: The First Avenger, sono
ottimi figli dell’entertainment puro, confezionati per il vasto pubblico; ma
gli è mancato qualcosa. Fino al 26 marzo,
dicevamo. Fino all’uscita del secondo capitolo del patriottico uomo scudato, Captain America: The Winter Soldier. La
pellicola, diretta dai fratelli Anthony e Joe Russo (apprezzati da pubblico e
critica per lavori televisivi, come la puntata, premiata con l’Emmy, del
geniale Arrested Development), segue
i dettami di Feige e assembla un prodotto di intrattenimento senza pecche,
funzionale alla causa marveliana e seriale, ma soprattutto elevato a rango di
opera artistica ben riuscita. Gli effetti speciali, le dinamiche d’azione e le
gag tra eroi, sono orchestrati a dovere. L’innesto di Vedova Nera (Scarlett
Johansson) e del solito Nick Fury (Samuel L. Jackson), tolgono scene al solido
e belloccio Capitan America (Chris Evans, veramente perfetto per il ruolo), ma
rendono più appetibile le dinamiche filmiche e danno modo al percorso
marveliano di divenire maggiormente completante. Infine il lato artistico. Il
primo episodio era un esempio di buon intrattenimento, come detto, ma questo
secondo step non si limita a gestire gag, esplosioni e arti marziali, ma
costruisce un’intricata e sapiente spy-story (che ricorda molto la quadrilogia di Bourne), con interpreti degni di nota e
una scorrevolezza quasi perfetta. Un film adatto ad ogni genere di fruitore.
Capitan America deve quindi fare i conti con l’HYDRA, apparentemente distrutta
decenni addietro, ma presenza solida e in crescita, un virus all’interno della
stessa S.H.I.E.L.D, capitanata dal monocolare Fury. Proprio Fury diventerà lo
snodo del plot. Lui che appariva come un Dio di conoscenza, lui che gestiva
questa conoscenza, tenendo allo scuro persino il gran patriota a stella e
strisce verticali (e note di predominante blu), si trova spaesato quando scopre di aver perso la sua
prerogativa principale. Sarà poi il solito uomo scudato, aiutato dalla
misteriosa Vedova Nera e dal reduce di guerra Sam Wilson (Anthony Mackie),
alias Falcon, qui in versione tecnologica rispetto al piumato fumetto, a
cercare di sventare il progetto di ricostruzione apocalittica dell’HYDRA. Sotterfugi,
delatori, intrighi e azione dipaneranno la vicenda insieme al titolato Winter
Soldier, l’amico di Cap, Bucky Burnes (Sebastian Stan, già visto nel primo
episodio), criogenizzato, lobotomizzato e über pompato come nemesi del
protagonista. I suoi ricordi sfumati e tenuti segreti a doppia mandata in un
antro della sua mente, saranno l’imput per rendere la psicologia di America più
profonda e per altro funzionale alla vicenda (e probabilmente alla trama del
terzo capitolo, insieme al possibile antagonista Brock Rumlow/Crossbones interpretato
qui da Frank Grillo). Le gag sono ridotte rispetto agli altri prodotti di
Feige, un utile modo di rendere la pellicola più pimpante; l’azione è evoluta,
dinamica e molto piacevole, con utilizzo sapiente e non ingombrante, degli
effetti speciali; Capitan America è molto più combattivo e, proprio come nel
fumetto, non si separa mai dal fidato scudo, regalando scene di combattimento
tra le migliori degli ultimi anni (anche la Vedova è molto più badass rispetto
alla subdola spia); la profondità dei personaggi fa acquisire più strati alla
pellicola, rendendola drammatica e introspettiva al punto giusto, giostrata tra mancanza di fiducia e riscatto di chi non ti aspetti; la gestione
dei personaggi è quasi perfetta e viene articolata grazie anche alla non sempre
presente figura di Cap. Molti lo hanno definito il miglior film della Marvel e
certamente è da una decina d’anni, da X-Men
2, che l’approccio alla produzione non bada solo alla spettacolarità e all’intrattenimento.
Finalmente un’evoluzione degna di nota per la compagine fumettata, che ha da
sempre battuto la concorrente e rivale DC Comics per progettualità e successo,
anche se nel lato artistico, grazie soprattutto al doppio ciclo di Batman e a Watchmen, ha dovuto inchinarsi alla completezza
dei film altrui. Captain America: The
Winter Soldier è finalmente un bel film targato Marvel, forse il migliore,
e se anche la solita comparsata di Stan Lee merita la palma di più azzeccata e
riuscita, allora possiamo etichettare questo film dei fratelli Russo, un vero e
proprio successo tout court. P.s.: doveroso attendere la fine dei titoli di
coda, il collegamento a The Avengers: Age
of Ultron, genera sicuramente una grande attesa.
VOTO: 7.5/10
venerdì 22 novembre 2013
Thor: The Dark World, ovvero The Avengers parte prima...e mezza
Il
progetto Marvel (Parte Seconda) è ufficialmente cominciato, un movimento
fumettistico saldato e inchiavardato a doppia mandata che lega ogni eroe l’un l’altro,
creando un Universo che gioca proprio sul citazionismo reciproco. Il dilemma
che ne segue però non è tanto legato alla costruzione di situazioni ad hoc,
dove Nick Fury va a far visita a Tony Stark, Vedova nera gironzola e si muove
nel secondo Capitan America o dove proprio quest’ultimo che in Thor: The Dark World trova il modo
migliore per la citazione più originale (sotto mentite spoglie), bensì una
costruzione delle dinamiche filmiche che sembrano tutte figlie di The Avengers.
Thor
(Chris Hemsworth), smessi ormai i panni del bamboccione tutto caciara del primo
capitolo e profondamente cresciuto grazie all’amore della bella Jane Foster
(Natalie Portman) e alla battaglia newyorkese in combo con gli altri
Vendicatori, torna a fronteggiare l’ennesima minaccia per Asgard e l’immancabile
Terra. Dopo un periodo di pace, sostenuto proprio dallo stesso Thor che non si
sente pronto alla reggenza, uno strano evento terrestre coinvolge la scienziata
Foster che viene posseduta da un raro oggetto, l’Aether, forza che risveglia
attraverso la donna il malvagio elfo oscuro Malekith (il primo Doctor Who moderno, Cristopher Eccleston) che vuole
appunto riottenere il potere dell’oggetto, collegare nove mondi e distruggerli.
I
Nove Regni sono dunque in pericolo e la strana accoppiata, Thor e suo fratello
Loki (Tom Hiddleston), liberato dalla prigionia, sarà costretta ad andare
contro l’ostinato padre Odino (Anthony Hopkins) e allo stesso tempo salvare l’amata
Jane ormai contaminata e di conseguenza Asgard.
Thor: The Dark World ottiene buon ritmo grazie a chi non ti aspetti: una
comprimaria, la stagista Darcy Lewis (la Kat Dennings di 2 Broke Girls), sempre pronta a svernare la monotonia insidiosa
della figura della Foster (o più in genere le situazioni sulla Terra, un po’
sottotono) e Loki, apparentemente protagonista e aiutante per la missione
sottobanco del fratello, ma scemante appena dopo la fuga da Agard, dove dà il
meglio di sé, usando le sue abilità illusorie trasformandosi e scimmiottando il
patriota Capitan America.
Oltre
a questo utilizzo smodato dello sketch per tenere vivo un filo altrimenti
cascante e pieno di falle, si nota come la mano di Joss Whedon sia intervenuta
in aiuto del regista Alan Taylor (direttamente dalla serie tv Game of Thrones), apportando modifiche
in una dinamica di plot non proprio esaltante e dove le battaglie non rendono
come si conviene. Proprio nella lotta terrestre tra Thor, Malekith, gli Elfi
oscuri e gli scienziati, si nota molto della guerriglia urbana avvenuta in The Avengers e in particolar modo nel
momento clou, dove si cerca disperatamente di bloccare i portali, scopiazzatura
non troppo velata da dove uscivano Chitauri a frotte.
Certamente
il primo capitolo diretto da Kenneth Branagh non soddisfa all’uscita della
sala, ma questo secondo intento convince in parte, soprattutto nelle già citate
scenette che arricchiscono una trama blanda. A completare il tutto un casting
eccellente, che riesce a far calzare ogni personaggio alla perfezione, Loki su
tutti, abile a dissimulare fino al colpo di scena finale che quanto meno
aleggiava nell’aria.
Una
cosa però rimane ancora misteriosa: come mai il guardiano Heimdall (Idris Elba),
colui che vede tutto e tutti, sia nel primo che nel secondo capitolo viene
deriso dagli invasori? Come mai ricade sempre su di lui la scelta stilistica
per far cominciare il tutto? Questo non ci è dato saperlo, ma per comprendere
se il povero guardiano del Bifrost possa riaversi del suo carisma, basta
aspettare il terzo capitolo. Dopotutto la scena alla fine dei titoli di coda
ormai docet.
VOTO: 6/10
domenica 19 maggio 2013
Il Grande Gatsby e la profondità di campo
All’incirca
un anno e mezzo fa esce in Italia un’opera cinematografica dal forte senso morale, dalla speranza infranta che palesa un vivere totale dell’umanità stessa,
poco avvezza alla risalita. Faust,
ultimo di una trilogia, del regista russo Sokurov, prende possesso del mito
letterario, descritto in righe e strofe da numerosi grandi romanzieri e la
travisa rendendola sua, accattivandola sotto una chiave tutta diversa.
Lo
scorso 16 maggio invece approda lo sfavillante luccichio degli anni ’20 e della
cultura del proibizionismo, buona solamente ad alimentare i sogni di una vita
spensierata. Il Grande Gatsby,
corredato del sempre presente 3D, del regista Baz Luhrmann prende in prestito
uno dei capisaldi letterari del ‘900 e ne stravolge parte dell’essenza,
soppiantandola con un gusto eccessivo tutto personale. Apparentemente
queste due pellicole hanno scopi diversi, ragioni opposte se vogliamo, ma
analogie sintomatiche che danno la base per un successo critico.
Entrambi
pescano dalla letteratura ovviamente, ma lo fanno non trasferendo l’opera
intera nell’universo cinematografico, ma tagliuzzandola nelle parti in cui lo
stile e il pensiero dei due cineasti non si va a sposare con quello degli
sfruttati scrittori. Come Sokurov, Luhrmann fa sua la letteratura di
Fitzgerald, racconta di eccessi, di colori sgargianti propri di quell’epoca, di
un personaggio incline all’onnipotenza, di un’America disturbata dalla
scissione tra ceto basso e ceto alto, integrando il tutto in chiave semi
moderna, con costumi fedeli all’epoca e adattamenti musicali propri del nostro
secolo.
Se
da un lato Sokurov assembra e moralizza ancor più le parole di Goethe o Mann
rendendoci partecipi e colpevoli della discesa del mondo mancante di speranza,
Luhrmann estromette lo spettatore dalle sue emozioni e dalle sue idee ostentando
una magnificenza visiva difficile da trovare e palesando infine la speranza che
sembrava perduta; entrambi infine si accordano con i loro predecessori,
accontentando il loro stile, mischiandolo però al proprio.
Staccandoci
un attimo dalla stupenda e distruttiva opera di Sokurov, per verificare quali altri
pregi e difetti presenta la nuova pellicola del regista australiano, troviamo
quanto simili, nonostante la chiave modernizzata, possano essere Luhrmann e
Fitzgerald.
Chi
ha letto il romanzo trova sì enorme differenze, non può essere che ovvio,
considerate le idee talvolta contrastanti di scrittura del primo e la messa in
scena del secondo, ma ciò nonostante la figura del sempre ottimo Di Caprio
emana una potenza unica e indelebile, coadiuvata dalle inquadrature che ne
favoriscono l’ascesa alla leggenda, un mito che viene immaginato allo stesso
modo e maniera. Il racconto per la cornice storica è semplice, ma efficace,
distribuito a dovere nel corso della pellicola, senza troppe digressioni fuori
tema. L’approccio visivo è unico, impreziosito stranamente dall’utilizzo del
3D, che esercita la sua presenza attraverso una profondità di campo che amplia
gli spazi e non gioca solamente al mero gioco dell’oggetto contro lo schermo.
Una profondità di campo, anima del cinema, spesso snobbata, ma fortuna di molte
pellicole, grandi o meno, che hanno costellato la storia della settima arte.
I
critici americani Eddie Harrison e Pete Hammond catturano attraverso le loro
parole l’essenza del film. “L’approccio sgargiante di Luhrmann è appropriato al
materiale” riferendosi certo ad una trasposizione non completamente fedele, ma
organizzando una pellicola che alimenta Gatsby sotto una nuova luce; “Non c’è
mai stato un film di questo genere” perché all’uscita della sala ti trovi di
fronte ad un unicum strabiliante, una gioia di colori e di immagini, uno stile
presente e una tecnica perfetta nell’esporre l’ostentazione di quegli anni tra
le note della dance del nuovo millennio.
La
trasposizione però ha sempre delle difficoltà e Luhrmann come ogni altro si
scontra con quel qualcosa che tra libro e cinema difficilmente è fattibile. Il grande Gatsby letterario è un misto di pathos e satira, due
universi opposti che si attraggono grazie alla maestria dello scrittore. Il
regista ci prova, asseconda le vicende e le rende vivide agli occhi del
fruitore, ma riuscire nell’impresa di collegare la tensione tra gli sguardi
degli attanti che attendono le reazioni dei protagonisti (i momenti nella
pellicola sono di alto cinema, perfettamente riusciti) agli ironici e
divertenti imbarazzi tra Daisy e Gatsby ritrovati dopo una pausa forzata (qui
Luhrmann zoppica leggermente) è una faccenda di tutt’altro peso e il regista
non sempre riesce ad unire le parti.
Il Grande Gatsby di Luhrmann è allo stesso tempo il suo grande Gatsby
e Il Grande Gatsby di Fitzgerald,
togliendo un po’ delle dinamiche letterarie dove le menzogne sospingono e
creano il mito del protagonista, ma acquisendo materiale visivo e scenografie perfette
proprie dell’universo di argento e pixel.
Forse
l’unico appunto che destabilizza il film sono proprio le parole dello stesso
Fitzgerald che passano sovraimpressione, come dattiloscritti animati da
Carraway (Tobey Maguire, nella sua prima interpretazione interessante) o camuffati
nella neve che scende sulla città. Parole che sembrano sterili accorpate alle
immagini, che rendono vano lo sforzo grafico elegante e potente di Luhrmann che
esce da questa sfida certamente vincente dopo il deludente e alquanto pesante
passaggio nella terra natale.
Grazie anche ad un cast ottimo, con la migliore
interpretazione attoriale del sempre snobbato Di Caprio e gli ammiccanti
sguardi della sorpresa Mulligan, il film cattura lo spettatore, lo immerge nell’epoca
e gli racconta le vicende di Gatsby, imprenditore di se stesso, amante timido,
amico unico e scostante quanto basta per amarlo, che come modello di vita ha
Dio stesso e la sua grandezza. Luhrmann riesce nell’impresa, anche se una
riserva, dovuta ai collegamenti narrativi, fa mancare al regista l’appuntamento con la
storia.
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