Dal
citazionismo funzionale al cinema seriale. La seconda fase della Marvel è
appena iniziata e già il cambiamento è talmente potente e unico da risultare
ammirevole. Da sempre trilogie, quadrilogie, spin-off, remake, hanno tentato di
rendere la serialità al cinema un effettivo valore aggiunto, ma risultando
sempre (o quasi) un piccolo prestito da restituire senza interessi. Il CEO
Kevin Feige e l’allegra combriccola di supereroi, hanno delineato un mondo a sé
stante, che prima flirtava con il telefilm, con la storia a puntate, regalando
citazioni per tenere unito il progetto. Ora però il progetto si è evoluto nella
Fase 2, ha mostrato un continuum spazio temporale, una serialità predominante e
zoccolo duro dell’enorme successo di The
Avengers e compagni. Se però il progetto risulta una grande trovata
mediatica, di ritorno economico e unica nel suo genere, il lato artistico, fino
al 26 marzo, sembrava relegato, dipeso quasi interamente dalla buona riuscita
di un aspetto chiamato intrattenimento. Iron
Man, Avengers, Captain America: The First Avenger, sono
ottimi figli dell’entertainment puro, confezionati per il vasto pubblico; ma
gli è mancato qualcosa. Fino al 26 marzo,
dicevamo. Fino all’uscita del secondo capitolo del patriottico uomo scudato, Captain America: The Winter Soldier. La
pellicola, diretta dai fratelli Anthony e Joe Russo (apprezzati da pubblico e
critica per lavori televisivi, come la puntata, premiata con l’Emmy, del
geniale Arrested Development), segue
i dettami di Feige e assembla un prodotto di intrattenimento senza pecche,
funzionale alla causa marveliana e seriale, ma soprattutto elevato a rango di
opera artistica ben riuscita. Gli effetti speciali, le dinamiche d’azione e le
gag tra eroi, sono orchestrati a dovere. L’innesto di Vedova Nera (Scarlett
Johansson) e del solito Nick Fury (Samuel L. Jackson), tolgono scene al solido
e belloccio Capitan America (Chris Evans, veramente perfetto per il ruolo), ma
rendono più appetibile le dinamiche filmiche e danno modo al percorso
marveliano di divenire maggiormente completante. Infine il lato artistico. Il
primo episodio era un esempio di buon intrattenimento, come detto, ma questo
secondo step non si limita a gestire gag, esplosioni e arti marziali, ma
costruisce un’intricata e sapiente spy-story (che ricorda molto la quadrilogia di Bourne), con interpreti degni di nota e
una scorrevolezza quasi perfetta. Un film adatto ad ogni genere di fruitore.
Capitan America deve quindi fare i conti con l’HYDRA, apparentemente distrutta
decenni addietro, ma presenza solida e in crescita, un virus all’interno della
stessa S.H.I.E.L.D, capitanata dal monocolare Fury. Proprio Fury diventerà lo
snodo del plot. Lui che appariva come un Dio di conoscenza, lui che gestiva
questa conoscenza, tenendo allo scuro persino il gran patriota a stella e
strisce verticali (e note di predominante blu), si trova spaesato quando scopre di aver perso la sua
prerogativa principale. Sarà poi il solito uomo scudato, aiutato dalla
misteriosa Vedova Nera e dal reduce di guerra Sam Wilson (Anthony Mackie),
alias Falcon, qui in versione tecnologica rispetto al piumato fumetto, a
cercare di sventare il progetto di ricostruzione apocalittica dell’HYDRA. Sotterfugi,
delatori, intrighi e azione dipaneranno la vicenda insieme al titolato Winter
Soldier, l’amico di Cap, Bucky Burnes (Sebastian Stan, già visto nel primo
episodio), criogenizzato, lobotomizzato e über pompato come nemesi del
protagonista. I suoi ricordi sfumati e tenuti segreti a doppia mandata in un
antro della sua mente, saranno l’imput per rendere la psicologia di America più
profonda e per altro funzionale alla vicenda (e probabilmente alla trama del
terzo capitolo, insieme al possibile antagonista Brock Rumlow/Crossbones interpretato
qui da Frank Grillo). Le gag sono ridotte rispetto agli altri prodotti di
Feige, un utile modo di rendere la pellicola più pimpante; l’azione è evoluta,
dinamica e molto piacevole, con utilizzo sapiente e non ingombrante, degli
effetti speciali; Capitan America è molto più combattivo e, proprio come nel
fumetto, non si separa mai dal fidato scudo, regalando scene di combattimento
tra le migliori degli ultimi anni (anche la Vedova è molto più badass rispetto
alla subdola spia); la profondità dei personaggi fa acquisire più strati alla
pellicola, rendendola drammatica e introspettiva al punto giusto, giostrata tra mancanza di fiducia e riscatto di chi non ti aspetti; la gestione
dei personaggi è quasi perfetta e viene articolata grazie anche alla non sempre
presente figura di Cap. Molti lo hanno definito il miglior film della Marvel e
certamente è da una decina d’anni, da X-Men
2, che l’approccio alla produzione non bada solo alla spettacolarità e all’intrattenimento.
Finalmente un’evoluzione degna di nota per la compagine fumettata, che ha da
sempre battuto la concorrente e rivale DC Comics per progettualità e successo,
anche se nel lato artistico, grazie soprattutto al doppio ciclo di Batman e a Watchmen, ha dovuto inchinarsi alla completezza
dei film altrui. Captain America: The
Winter Soldier è finalmente un bel film targato Marvel, forse il migliore,
e se anche la solita comparsata di Stan Lee merita la palma di più azzeccata e
riuscita, allora possiamo etichettare questo film dei fratelli Russo, un vero e
proprio successo tout court. P.s.: doveroso attendere la fine dei titoli di
coda, il collegamento a The Avengers: Age
of Ultron, genera sicuramente una grande attesa.
VOTO: 7.5/10
