domenica 30 marzo 2014

Captain America: The Winter Soldier, quando l'arte non è messa da parte

Dal citazionismo funzionale al cinema seriale. La seconda fase della Marvel è appena iniziata e già il cambiamento è talmente potente e unico da risultare ammirevole. Da sempre trilogie, quadrilogie, spin-off, remake, hanno tentato di rendere la serialità al cinema un effettivo valore aggiunto, ma risultando sempre (o quasi) un piccolo prestito da restituire senza interessi. Il CEO Kevin Feige e l’allegra combriccola di supereroi, hanno delineato un mondo a sé stante, che prima flirtava con il telefilm, con la storia a puntate, regalando citazioni per tenere unito il progetto. Ora però il progetto si è evoluto nella Fase 2, ha mostrato un continuum spazio temporale, una serialità predominante e zoccolo duro dell’enorme successo di The Avengers e compagni. Se però il progetto risulta una grande trovata mediatica, di ritorno economico e unica nel suo genere, il lato artistico, fino al 26 marzo, sembrava relegato, dipeso quasi interamente dalla buona riuscita di un aspetto chiamato intrattenimento. Iron Man, Avengers, Captain America: The First Avenger, sono ottimi figli dell’entertainment puro, confezionati per il vasto pubblico; ma gli è mancato qualcosa. Fino al 26 marzo, dicevamo. Fino all’uscita del secondo capitolo del patriottico uomo scudato, Captain America: The Winter Soldier. La pellicola, diretta dai fratelli Anthony e Joe Russo (apprezzati da pubblico e critica per lavori televisivi, come la puntata, premiata con l’Emmy, del geniale Arrested Development), segue i dettami di Feige e assembla un prodotto di intrattenimento senza pecche, funzionale alla causa marveliana e seriale, ma soprattutto elevato a rango di opera artistica ben riuscita. Gli effetti speciali, le dinamiche d’azione e le gag tra eroi, sono orchestrati a dovere. L’innesto di Vedova Nera (Scarlett Johansson) e del solito Nick Fury (Samuel L. Jackson), tolgono scene al solido e belloccio Capitan America (Chris Evans, veramente perfetto per il ruolo), ma rendono più appetibile le dinamiche filmiche e danno modo al percorso marveliano di divenire maggiormente completante. Infine il lato artistico. Il primo episodio era un esempio di buon intrattenimento, come detto, ma questo secondo step non si limita a gestire gag, esplosioni e arti marziali, ma costruisce un’intricata e sapiente spy-story (che ricorda molto la quadrilogia di Bourne), con interpreti degni di nota e una scorrevolezza quasi perfetta. Un film adatto ad ogni genere di fruitore. Capitan America deve quindi fare i conti con l’HYDRA, apparentemente distrutta decenni addietro, ma presenza solida e in crescita, un virus all’interno della stessa S.H.I.E.L.D, capitanata dal monocolare Fury. Proprio Fury diventerà lo snodo del plot. Lui che appariva come un Dio di conoscenza, lui che gestiva questa conoscenza, tenendo allo scuro persino il gran patriota a stella e strisce verticali (e note di predominante blu), si trova spaesato quando scopre di aver perso la sua prerogativa principale. Sarà poi il solito uomo scudato, aiutato dalla misteriosa Vedova Nera e dal reduce di guerra Sam Wilson (Anthony Mackie), alias Falcon, qui in versione tecnologica rispetto al piumato fumetto, a cercare di sventare il progetto di ricostruzione apocalittica dell’HYDRA. Sotterfugi, delatori, intrighi e azione dipaneranno la vicenda insieme al titolato Winter Soldier, l’amico di Cap, Bucky Burnes (Sebastian Stan, già visto nel primo episodio), criogenizzato, lobotomizzato e über pompato come nemesi del protagonista. I suoi ricordi sfumati e tenuti segreti a doppia mandata in un antro della sua mente, saranno l’imput per rendere la psicologia di America più profonda e per altro funzionale alla vicenda (e probabilmente alla trama del terzo capitolo, insieme al possibile antagonista Brock Rumlow/Crossbones interpretato qui da Frank Grillo). Le gag sono ridotte rispetto agli altri prodotti di Feige, un utile modo di rendere la pellicola più pimpante; l’azione è evoluta, dinamica e molto piacevole, con utilizzo sapiente e non ingombrante, degli effetti speciali; Capitan America è molto più combattivo e, proprio come nel fumetto, non si separa mai dal fidato scudo, regalando scene di combattimento tra le migliori degli ultimi anni (anche la Vedova è molto più badass rispetto alla subdola spia); la profondità dei personaggi fa acquisire più strati alla pellicola, rendendola drammatica e introspettiva al punto giusto, giostrata tra mancanza di fiducia e riscatto di chi non ti aspetti; la gestione dei personaggi è quasi perfetta e viene articolata grazie anche alla non sempre presente figura di Cap. Molti lo hanno definito il miglior film della Marvel e certamente è da una decina d’anni, da X-Men 2, che l’approccio alla produzione non bada solo alla spettacolarità e all’intrattenimento. Finalmente un’evoluzione degna di nota per la compagine fumettata, che ha da sempre battuto la concorrente e rivale DC Comics per progettualità e successo, anche se nel lato artistico, grazie soprattutto al doppio ciclo di Batman e a Watchmen, ha dovuto inchinarsi alla completezza dei film altrui. Captain America: The Winter Soldier è finalmente un bel film targato Marvel, forse il migliore, e se anche la solita comparsata di Stan Lee merita la palma di più azzeccata e riuscita, allora possiamo etichettare questo film dei fratelli Russo, un vero e proprio successo tout courtP.s.: doveroso attendere la fine dei titoli di coda, il collegamento a The Avengers: Age of Ultron, genera sicuramente una grande attesa.

VOTO: 7.5/10