martedì 10 gennaio 2012

Real Steel


Prendete la Dream Works di Spielberg, qui produttore esecutivo, e l'ImageMovers di Zemeckis, produttore, aggiungete un pizzico di sci-fi alla Richard Matheson, mescolate il tutto in salsa motion captures e sarete tentati di etichettare Real Steel come blockbuster. Di quelli banali, senza troppa voglia di emozionare, solo trick e track e bombe a mano.
Non soffermandosi sul trailer o sulla mera pubblicità si capisce subito che non c'è solo scorza action nel film di Shawn Levy, ma anche un'anima sentimentale che riporta alla mente a Over the top.
Quest'anima risiede nel rapporto tra Charlie Kenton, impulsivo e fallito allenatore di automi pugili, e Max, figlio saggio e caparbio di cui si deve occupare dopo la morte della ex. Il tutto in un futuro poco lontano, il 2020, dove il vero businness sportivo è il robotpugilato.
Max aiuterà il padre in un percorso interiore portandolo a credere in se stesso, a convivere con i fantasmi del passato, a diventare finalmente un buon padre e un grande allenatore.
A legare i due protagonisti è Atom (dalle fattezze che ricordano The Iron Giant), marionetta/pungiball dal volto inespressivo, ma dall'emozionalità latente. Un Cuore d'acciaio, come azzarda il titolo italiano.
Il sci-fi sopra citato è solo un contorno labile, un contesto per raccontare il rapporto familiare padre/figlio in un futuro prossimo.
La pellicola di Levy sa affascinare, si destreggia nelle emozioni, dirette e pure, senza orpelli, traghettate da una coppia di attori poco incisivi ma dalla gestualità attraente, non dimenticando le scazzottate truculente sul ring.
Se quindi si accantonano i macchinari alla Transformers, i combattimenti già visti in Alì e la storia d'amore con Evangeline Lilly/Bailey (per altro abbastanza inutile nella trama), non ci si trova di fronte ad un'operazione commerciale, ma ad una pellicola che mischia la freschezza di Scialla! alla meccanica espressiva di Short Circuit.
Il banale blockbuster quindi è scongiurato, anche se ancora una volta il regista (le “Notti al museo” e The Pink Panther) si autolimita, schiacciando le sue impressioni future sotto l'egida del politically correct.

Voto: 6.5/10

Andrea Bandolin

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