martedì 10 gennaio 2012

Awekening


Quando un bambino canta una filastrocca, una porta geme sospinta dal vento o urla e graffi percorrono case silenziose senza dare punti di riferimento, allora si può citare la ghost story.
Nata nell’epoca vittoriana come genere letterario, ottiene ben pochi favori, anzi dissapori perchè tacciata come sobillatrice di un’aculturale commercializzazione dei derivati romanzeschi. Poi, per tutto l’Ottecento fino allo scadere della Prima Guerra Mondiale, recupera il mal tolto, posizionadosi là dove l’arte diventa necessaria.
Awekening (da non confondersi con l’omonimo film di Penny Marshall), sposta l’attenzione dal moderno e dissipato genere horror (come ora lo conosciamo), al vecchio ed efficace ghost story.
Nick Murphy non si limita a questo però, perchè decide di ambientare la sua storia (la sua prima storia), proprio a cavallo della Prima Guerra Mondiale, dove l’investigatrice, smascheratrice di truffe, Florence Cathcart, viene chiamata in un vecchio collegio per razionalizzare la comparsa di un bambino che ne infesta i corridoi.
Sì perchè la protagonista, un’ottima Rebecca Hall (Vicky Christina Barcelona), è scettica sull’argomento e svela i trucchi più arcani dei delinquenti, capaci di vivere alle spese delle vedove di guerra. Uno scetticismo che piano piano la logora dentro, portandola all’esaurimento, causato da un fantasma a lei legato che fino alla fine cerca invano di rifuggere, provandone l’esistenza con metodi scientifici.
Una pellicola dai toni dimessi, come i paesaggi uggiosiamente inglesi che fanno da sfondo, dalle pretese basse, ma dignitose nell’esposizione, calcolando con occhio vintage un percorso ed un ritmo fedele al più classico del genere.
Anche se persino nella bella fotografia marroncina di Eduard Grau (Buried) tutto il complesso orchestrato da Murphy si indirizza su toni blandi e sempre carichi di tensione simili a The Others, si possono comunque ritrovare qua e là intromissioni dell’horror contemporaneo, nascosto tra le facce distorte di The Ring e gli scatti di The Darkness (anche se riconoscibili in quasi tutta la filmografia degli ultimi dieci anni).
Sospinto quindi da una protagonista che sente il peso della sua storia e la trasmette con abile autodistruzione, la pellicola si trasporta in un complesso giro di angosce latenti, anche se infine, forse per distrarre lo spettatore da troppa tensione, finisce per essere troppo complicata, esibendo nel finale un tripudio di colpi di scena.
Nonostante il finale cervellotico, si è piacevolmente colpiti dall’atmosfera che regala; se poi affianchiamo alla pellicola anche The Orphanage, dagli oggettivi valori interessanti e originali, possiamo dire che una riscossa dell’horror sta per giungere.

Voto: 6.5/10

Andrea Bandolin

Nessun commento:

Posta un commento