Quando un bambino canta una filastrocca,
una porta geme sospinta dal vento o urla e graffi percorrono case silenziose
senza dare punti di riferimento, allora si può citare la ghost story.
Nata nell’epoca vittoriana come genere
letterario, ottiene ben pochi favori, anzi dissapori perchè tacciata come
sobillatrice di un’aculturale commercializzazione dei derivati romanzeschi.
Poi, per tutto l’Ottecento fino allo
scadere della Prima Guerra Mondiale, recupera il mal tolto, posizionadosi là
dove l’arte diventa necessaria.
Awekening (da non
confondersi con l’omonimo film di Penny
Marshall), sposta l’attenzione dal moderno e dissipato genere horror (come
ora lo conosciamo), al vecchio ed efficace ghost
story.
Nick
Murphy non si limita a questo però, perchè decide di
ambientare la sua storia (la sua prima storia), proprio a cavallo della Prima
Guerra Mondiale, dove l’investigatrice, smascheratrice di truffe, Florence Cathcart, viene chiamata in un
vecchio collegio per razionalizzare la comparsa di un bambino che ne infesta i
corridoi.
Sì perchè la protagonista, un’ottima Rebecca Hall (Vicky Christina Barcelona), è scettica sull’argomento e svela i
trucchi più arcani dei delinquenti, capaci di vivere alle spese delle vedove di
guerra. Uno scetticismo che piano piano la logora dentro, portandola
all’esaurimento, causato da un fantasma a lei legato che fino alla fine cerca
invano di rifuggere, provandone l’esistenza con metodi scientifici.
Una pellicola dai toni dimessi, come i paesaggi uggiosiamente inglesi che fanno da
sfondo, dalle pretese basse, ma dignitose nell’esposizione, calcolando con
occhio vintage un percorso ed un
ritmo fedele al più classico del genere.
Anche se persino nella bella fotografia
marroncina di Eduard Grau (Buried) tutto il complesso orchestrato
da Murphy si indirizza su toni blandi e sempre carichi di tensione simili a The
Others, si possono comunque ritrovare qua e là intromissioni dell’horror
contemporaneo, nascosto tra le facce distorte di The Ring e gli scatti di The
Darkness (anche se riconoscibili in quasi tutta la filmografia degli
ultimi dieci anni).
Sospinto quindi da una protagonista che
sente il peso della sua storia e la trasmette con abile autodistruzione, la
pellicola si trasporta in un complesso giro di angosce latenti, anche se
infine, forse per distrarre lo spettatore da troppa tensione, finisce per
essere troppo complicata, esibendo nel finale un tripudio di colpi di scena.
Nonostante il finale cervellotico, si è
piacevolmente colpiti dall’atmosfera che regala; se poi affianchiamo alla pellicola
anche The Orphanage, dagli oggettivi valori interessanti e originali,
possiamo dire che una riscossa dell’horror sta per giungere.
Voto: 6.5/10
Andrea Bandolin

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