domenica 19 maggio 2013

Il Grande Gatsby e la profondità di campo


All’incirca un anno e mezzo fa esce in Italia un’opera cinematografica dal forte senso morale, dalla speranza infranta che palesa un vivere totale dell’umanità stessa, poco avvezza alla risalita. Faust, ultimo di una trilogia, del regista russo Sokurov, prende possesso del mito letterario, descritto in righe e strofe da numerosi grandi romanzieri e la travisa rendendola sua, accattivandola sotto una chiave tutta diversa.

Lo scorso 16 maggio invece approda lo sfavillante luccichio degli anni ’20 e della cultura del proibizionismo, buona solamente ad alimentare i sogni di una vita spensierata. Il Grande Gatsby, corredato del sempre presente 3D, del regista Baz Luhrmann prende in prestito uno dei capisaldi letterari del ‘900 e ne stravolge parte dell’essenza, soppiantandola con un gusto eccessivo tutto personale. Apparentemente queste due pellicole hanno scopi diversi, ragioni opposte se vogliamo, ma analogie sintomatiche che danno la base per un successo critico.

Entrambi pescano dalla letteratura ovviamente, ma lo fanno non trasferendo l’opera intera nell’universo cinematografico, ma tagliuzzandola nelle parti in cui lo stile e il pensiero dei due cineasti non si va a sposare con quello degli sfruttati scrittori. Come Sokurov, Luhrmann fa sua la letteratura di Fitzgerald, racconta di eccessi, di colori sgargianti propri di quell’epoca, di un personaggio incline all’onnipotenza, di un’America disturbata dalla scissione tra ceto basso e ceto alto, integrando il tutto in chiave semi moderna, con costumi fedeli all’epoca e adattamenti musicali propri del nostro secolo.

Se da un lato Sokurov assembra e moralizza ancor più le parole di Goethe o Mann rendendoci partecipi e colpevoli della discesa del mondo mancante di speranza, Luhrmann estromette lo spettatore dalle sue emozioni e dalle sue idee ostentando una magnificenza visiva difficile da trovare e palesando infine la speranza che sembrava perduta; entrambi infine si accordano con i loro predecessori, accontentando il loro stile, mischiandolo però al proprio.

Staccandoci un attimo dalla stupenda e distruttiva opera di Sokurov, per verificare quali altri pregi e difetti presenta la nuova pellicola del regista australiano, troviamo quanto simili, nonostante la chiave modernizzata, possano essere Luhrmann e Fitzgerald.

Chi ha letto il romanzo trova sì enorme differenze, non può essere che ovvio, considerate le idee talvolta contrastanti di scrittura del primo e la messa in scena del secondo, ma ciò nonostante la figura del sempre ottimo Di Caprio emana una potenza unica e indelebile, coadiuvata dalle inquadrature che ne favoriscono l’ascesa alla leggenda, un mito che viene immaginato allo stesso modo e maniera. Il racconto per la cornice storica è semplice, ma efficace, distribuito a dovere nel corso della pellicola, senza troppe digressioni fuori tema. L’approccio visivo è unico, impreziosito stranamente dall’utilizzo del 3D, che esercita la sua presenza attraverso una profondità di campo che amplia gli spazi e non gioca solamente al mero gioco dell’oggetto contro lo schermo. Una profondità di campo, anima del cinema, spesso snobbata, ma fortuna di molte pellicole, grandi o meno, che hanno costellato la storia della settima arte.

I critici americani Eddie Harrison e Pete Hammond catturano attraverso le loro parole l’essenza del film. “L’approccio sgargiante di Luhrmann è appropriato al materiale” riferendosi certo ad una trasposizione non completamente fedele, ma organizzando una pellicola che alimenta Gatsby sotto una nuova luce; “Non c’è mai stato un film di questo genere” perché all’uscita della sala ti trovi di fronte ad un unicum strabiliante, una gioia di colori e di immagini, uno stile presente e una tecnica perfetta nell’esporre l’ostentazione di quegli anni tra le note della dance del nuovo millennio.

La trasposizione però ha sempre delle difficoltà e Luhrmann come ogni altro si scontra con quel qualcosa che tra libro e cinema difficilmente è fattibile. Il grande Gatsby letterario è un misto di pathos e satira, due universi opposti che si attraggono grazie alla maestria dello scrittore. Il regista ci prova, asseconda le vicende e le rende vivide agli occhi del fruitore, ma riuscire nell’impresa di collegare la tensione tra gli sguardi degli attanti che attendono le reazioni dei protagonisti (i momenti nella pellicola sono di alto cinema, perfettamente riusciti) agli ironici e divertenti imbarazzi tra Daisy e Gatsby ritrovati dopo una pausa forzata (qui Luhrmann zoppica leggermente) è una faccenda di tutt’altro peso e il regista non sempre riesce ad unire le parti.

Il Grande Gatsby di Luhrmann è allo stesso tempo il suo grande Gatsby e Il Grande Gatsby di Fitzgerald, togliendo un po’ delle dinamiche letterarie dove le menzogne sospingono e creano il mito del protagonista, ma acquisendo materiale visivo e scenografie perfette proprie dell’universo di argento e pixel.

Forse l’unico appunto che destabilizza il film sono proprio le parole dello stesso Fitzgerald che passano sovraimpressione, come dattiloscritti animati da Carraway (Tobey Maguire, nella sua prima interpretazione interessante) o camuffati nella neve che scende sulla città. Parole che sembrano sterili accorpate alle immagini, che rendono vano lo sforzo grafico elegante e potente di Luhrmann che esce da questa sfida certamente vincente dopo il deludente e alquanto pesante passaggio nella terra natale.


Grazie anche ad un cast ottimo, con la migliore interpretazione attoriale del sempre snobbato Di Caprio e gli ammiccanti sguardi della sorpresa Mulligan, il film cattura lo spettatore, lo immerge nell’epoca e gli racconta le vicende di Gatsby, imprenditore di se stesso, amante timido, amico unico e scostante quanto basta per amarlo, che come modello di vita ha Dio stesso e la sua grandezza. Luhrmann riesce nell’impresa, anche se una riserva, dovuta ai collegamenti narrativi, fa mancare al regista l’appuntamento con la storia.