Quando un film, nella sua narrazione, diventa figlio e
artefice di una scena tratta da C’è posta per te
(Di Maria de Filippi, non quella di Tom Hanks), il risultato che ne
viene fuori non può che essere sconcertante.
C’è una gerarchia apparente nella cinematografia
italiana, nei cine-panettoni che infestano le sale dello
Stivale come fameliche locuste che divorano ogni parvenza di dignità
rimasta lontana nel tempo, al Neorealismo.
Prima Christian De Sica e Massimo Boldi vivevano
sullo stesso schermo, vicini e affiatati, poi litigando per non
pestarsi i piedi, all’uno è rimasto il freddo natalizio, all’altro
un ramingo vagare dall’estate a novembre.
Poi Aldo Giovanni & Giacomo sono spuntati nel
periodo innevato pretendendo spazio nei botteghini e contendendo a
volte la palma di migliori.
Infine è giunto Leonardo Pieraccioni con la sua
toscanità fin troppo preponderante, lasciando un marchio indelebile
nei fruitori bassi.
La gerarchia era quindi costituita: dopo i già citati
De Sica e Boldi, al trio andavano gli anni pari del periodo di
Natale, all’ultimo i dispari.
Con questo preambolo si può analizzare con chiarezza e
senza falsi stereotipi tutta la filmografia italiana della commedia.
Finalmente la felicità
non è un film, come non lo sono La banda dei Babbi
Natali
o Vacanze di Natale a Cortina,
ma un prodotto, una confezione creata dai distributori italiani per
guadagnare, portati a credere che sia l’unica vera maniera di far
risorgere il cinema in decadimento.
Uno sbaglio totale, sciocco, condiviso da ogni amante
della settima arte, da ogni critico, da ogni produttore oltreconfine.
Questa pellicola ha la classica investitura delle
commedia alla Pieraccioni: scialba, narrativamente inutile,
registicamente inattiva, scorrevolmente piacevole perché liscia e
piatta, di fruibile pochezza.
Non ha alti né bassi, né luoghi di intrattenimento, né
ritmi interessanti. Solo qualche macchietta qua e là, che supera il
nulla con qualche piglio comunque insufficiente.
La storia vuole essere in linea con i tempi moderni: un
musicista crea, ma è spiantato, perché la sua idea è stata rubata,
allora, tramite il programma della de Filippi, incontra una
brasiliana, adottata in gioventù dalla madre morta e di lei il
protagonista si innamora perché come al solito, questa è straniera
e bellissima.
Attraversato da un senso di nulla assoluto, a
parte qualche momento felice di Rocco Pappaleo, e da una
comicità ovviamente toscana, ma pur sempre poco volgare, questo film
è un dispiacere per gli occhi, per la mente e per il futuro del
nostro cinema.
Ormai non ci si chiede più quale sia il motivo di tanto
accanimento nello sfornare questi tremendi manifesti della pochezza,
lasciando i distributori nel loro brodo a costruire un’impalcatura
talmente fragile che a breve cadrà, portando il cinema italiano ad
un collasso senza eguali, risanato in un futuro (probabilmente non
troppo lontano) da produzioni multilingue che dimezzano le spese e di
seguito i proventi.
Voto: 4/10
Andrea Bandolin

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