martedì 10 gennaio 2012

Finalmente la felicità


Quando un film, nella sua narrazione, diventa figlio e artefice di una scena tratta da C’è posta per te (Di Maria de Filippi, non quella di Tom Hanks), il risultato che ne viene fuori non può che essere sconcertante.
C’è una gerarchia apparente nella cinematografia italiana, nei cine-panettoni che infestano le sale dello Stivale come fameliche locuste che divorano ogni parvenza di dignità rimasta lontana nel tempo, al Neorealismo.
Prima Christian De Sica e Massimo Boldi vivevano sullo stesso schermo, vicini e affiatati, poi litigando per non pestarsi i piedi, all’uno è rimasto il freddo natalizio, all’altro un ramingo vagare dall’estate a novembre.
Poi Aldo Giovanni & Giacomo sono spuntati nel periodo innevato pretendendo spazio nei botteghini e contendendo a volte la palma di migliori.
Infine è giunto Leonardo Pieraccioni con la sua toscanità fin troppo preponderante, lasciando un marchio indelebile nei fruitori bassi.
La gerarchia era quindi costituita: dopo i già citati De Sica e Boldi, al trio andavano gli anni pari del periodo di Natale, all’ultimo i dispari.
Con questo preambolo si può analizzare con chiarezza e senza falsi stereotipi tutta la filmografia italiana della commedia.
Finalmente la felicità non è un film, come non lo sono La banda dei Babbi Natali o Vacanze di Natale a Cortina, ma un prodotto, una confezione creata dai distributori italiani per guadagnare, portati a credere che sia l’unica vera maniera di far risorgere il cinema in decadimento.
Uno sbaglio totale, sciocco, condiviso da ogni amante della settima arte, da ogni critico, da ogni produttore oltreconfine.
Questa pellicola ha la classica investitura delle commedia alla Pieraccioni: scialba, narrativamente inutile, registicamente inattiva, scorrevolmente piacevole perché liscia e piatta, di fruibile pochezza.
Non ha alti né bassi, né luoghi di intrattenimento, né ritmi interessanti. Solo qualche macchietta qua e là, che supera il nulla con qualche piglio comunque insufficiente.
La storia vuole essere in linea con i tempi moderni: un musicista crea, ma è spiantato, perché la sua idea è stata rubata, allora, tramite il programma della de Filippi, incontra una brasiliana, adottata in gioventù dalla madre morta e di lei il protagonista si innamora perché come al solito, questa è straniera e bellissima.
Attraversato da un senso di nulla assoluto, a parte qualche momento felice di Rocco Pappaleo, e da una comicità ovviamente toscana, ma pur sempre poco volgare, questo film è un dispiacere per gli occhi, per la mente e per il futuro del nostro cinema.
Ormai non ci si chiede più quale sia il motivo di tanto accanimento nello sfornare questi tremendi manifesti della pochezza, lasciando i distributori nel loro brodo a costruire un’impalcatura talmente fragile che a breve cadrà, portando il cinema italiano ad un collasso senza eguali, risanato in un futuro (probabilmente non troppo lontano) da produzioni multilingue che dimezzano le spese e di seguito i proventi.

Voto: 4/10

Andrea Bandolin

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