venerdì 27 gennaio 2012

Cowboys and Aliens

Freud, e gli psicologi patentati, avrebbero qualcosa da dire sulla capacità dell'uomo (in questo caso registi, produttori e sceneggiatori), di pensare alle razze aliene al di là della troposfera, come esseri senzienti nettamente più avanzati di noi, almeno nella sfera tecnologica.
Studierebbero il nostro complesso di inferiorità verso l'ignoto e verso ogni forma di corsa contro il tempo.
Sulla Terra (non sappiamo se ci sia una Hollywood anche su Marte), che siano personaggini verdognoli tendenti alla pace come gli spielberghiani Close Encounters of the Third Kind e E.T. - Extra-Terrestrial, o mostri demoniaci in cerca di risorse organiche (Man in Black o Super 8 per rimanere in tema di Spielberg, qui produttore), l'alieno è sempre un passo avanti al terrestre; che venga da Giove, da Urano o da un Universo fuori dal nostro Sistema Solare.
Cowboys and Aliens segue l'onda ovviamente, innestando al suo interno caratteri del western che non sa né di carne né di pesce. Ricorda nelle intenzioni Unforgiven e il True Grit del 2010, mentre mescola qua e là ricordi filmici di Per un pugno di dollari o in genere del pistolero per eccellenza Clint Eastwood.
John Favreau (i due Iron Man e Zathura – The Space Adventures) dopotutto non dimostra grande attenzione al citazionismo e all'originalità o comunque a tutto quello che riguarda uno script funzionante, ma rivolge tutti e cinque i sensi verso i suoi produttori e come cagnolino addestrato a dovere mostra quello che il terzo incomodo vuole, sperando in una lobotomizzazione totale del pubblico in sala.
Daniel Craig (Casino Royale), l'impassibile e richiestissimo attore dal talento quasi del tutto nullo, è Jake Lonergan, uomo del selvaggio West (datato 1837) che rimane senza memoria dopo essere scampato ad un rapimento alieno. Quando fanno ritorno i mostri per trovare altre cavie nel nostro mondo, Lonergan, insieme a Harrison Ford/Woodrow Dolarhyde (Morning Glory), a Olivia Wilde/Ella Swenson (In Time) e ad un gruppo misto di fuorilegge ed indiani, per la più eterogenea delle rivolte cinematografiche contro la minaccia proveniente da un altro pianeta.
Se Favreau e Spielberg, con una certa premura, cercano di mostrare un'originalità forzata, direttamente proporzionale ad un'indiscriminato utilizzo degli effetti speciali, allora il blockbuster che ne viene fuori, sostantivo ormai ad uso negativamente discriminatorio, è servito su di un piatto d'argento.
Non si trova né la parvenza del western da cui la pellicola inizia, nascosto dietro i gesti superficiali dei rudi pistoleri, né la commistione con la fantascienza da cui si evolve, deflorata attraverso la banalizzazione più totale.
Una sorta di intrattenimento abbastanza piacevole bisogna riconoscerglielo, ma è dovuto soprattutto ai ricordi del passato, trasmessi da Sergio Leone, da John Ford, da Ron Howard (del piccolo ed emozionante Cocoon) e persino da Rolland Emmerich, che influenzano la nostra capacità di giudizio verso un percorso filmico afastellato di incongruenze stilistiche e personaggi vuoti e stantii (con qualche merito alla stupenda Wilde che fa suo un monodimensionale comprimario femminile).
Oltre a domandarci ancora come mai non arrivi un ribaltamento tecnologico tra noi e gli alieni, con conseguente rapimento dei cugini stellari, ci attanagliamo per capire il perché registi come Favreau continuino imperterriti a giocare con e dietro la m.d.p., pagati fior fiori di quattrini da registi che di cinema, diciamolo, non conoscono pressoché nulla.

Voto: 5/10

Andrea Bandolin

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