martedì 10 gennaio 2012

Puss in Boots

Lo spin-off, letteralmente “derivato”, sembra voler soppiantare il remake, per quanta celerità e abbondanza mettano negli ultimi anni i produttori americani.
X-Men Origins: Wolverine, l’assembramento di Iron Man, Thor, Captain America: The First Avenger, in vista dello “spin-on” The Avengers nel 2012, le serie televisive Angel e Ashes to Ashes, sono tutti legati da questo nuovo sottogenere che apparentemente porta soldoni nelle case delle major americane.
Ultimo, ma non ultimo, Puss in Boots, è lo spagnoleggiante Gatto visto nel e dal secondo capitolo della tetralogia di Shrek.
Ha con sé le movenze del micio più sornione, gli occhi che hanno ipnotizzato non solo i personaggi all’interno della scena, una personalità capace di annichilire sia l’orco protagonista sia il comprimario Ciuchino, rubandogli spesso e volentieri la scena. Meritava quindi un assolo.
Così la Dreamworks ha pensato bene di regalargli una via di mezzo tra prequel e spin-off, mostrando il gatto con gli stivali, lontano dalle fiabe dei Grimm (e dall’origine che pochi sanno essere italiana), nella sua vita passata, ma creando un universo estraneo alle vicende accadute con il suo futuro compagno dalla pelle verde.
Il Gatto vive a San Ricardo, in un orfanotrofio, insieme al suo amico Humpty Dumpty (personaggio di Through the Looking Glass and What Alice Found There di Lewis Carroll), un uovo antropomorfo, con il quale sogna di trovare i famosi fagioli magici e la conseguente gallina dalle uova d’oro (che poi è un’anatra).
L’unico problema al quale i produttori non avevano pensato è che la personalità che aveva mostrato in Shrek era dettata dal suo ruolo di comprimario. Posizionandolo là dove il protagonismo ha gli occhi di tutti, perde quell’effetto di macchia indelebile, che la parte di spalla gli aveva dato.
In più, Humpty Dumpty, con il suo sottile cinismo, figlio di una invidia poco latente, il suo zoppicante deambulare, costretto nella sua forma ovale e aiutato anche nei piccoli compiti quotidiani, essendo comprimario, scalza lo stesso Gatto dai riflettori, assurgendo a protagonista.
Il Gatto è quindi condannato a secondarietà proprio quando gli si offre la possibilità di essere protagonista già in partenza.
Il film inoltre risente di questo gioco di parti poco definito, portando una storia ad incastrarsi poco nel mondo dell’orco, anche se la base fiabesca permane (forse troppo esasperata).
Il risultato è comunque piacevole: le situazioni in cui il protagonista si lascia andare ai suoi istinti animaleschi sono esilaranti, le scene in cui si presenta la tondezza di Dumpty (su tutti la tutina d’oro per camuffarsi tra le uova dell’anatra) sono affascinanti, e la scorrevolezza fanciullesca abbastanza godibile.
Un product placement (come il gergo odierno impone) costruito degnamente per i giovani che in Shrek non avevano trovato spazio, vista l’adulta intromissione di citazionismo costante, e confezionato a dovere per chi vuole passare un’ora e mezza di assoluto relax, senza troppi voli pindarici.

Voto: 6/10

Andrea Bandolin

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