venerdì 22 novembre 2013

Thor: The Dark World, ovvero The Avengers parte prima...e mezza

Il progetto Marvel (Parte Seconda) è ufficialmente cominciato, un movimento fumettistico saldato e inchiavardato a doppia mandata che lega ogni eroe l’un l’altro, creando un Universo che gioca proprio sul citazionismo reciproco. Il dilemma che ne segue però non è tanto legato alla costruzione di situazioni ad hoc, dove Nick Fury va a far visita a Tony Stark, Vedova nera gironzola e si muove nel secondo Capitan America o dove proprio quest’ultimo che in Thor: The Dark World trova il modo migliore per la citazione più originale (sotto mentite spoglie), bensì una costruzione delle dinamiche filmiche che sembrano tutte figlie di The Avengers.
Thor (Chris Hemsworth), smessi ormai i panni del bamboccione tutto caciara del primo capitolo e profondamente cresciuto grazie all’amore della bella Jane Foster (Natalie Portman) e alla battaglia newyorkese in combo con gli altri Vendicatori, torna a fronteggiare l’ennesima minaccia per Asgard e l’immancabile Terra. Dopo un periodo di pace, sostenuto proprio dallo stesso Thor che non si sente pronto alla reggenza, uno strano evento terrestre coinvolge la scienziata Foster che viene posseduta da un raro oggetto, l’Aether, forza che risveglia attraverso la donna il malvagio elfo oscuro Malekith (il primo Doctor Who  moderno, Cristopher Eccleston) che vuole appunto riottenere il potere dell’oggetto, collegare nove mondi e distruggerli.
I Nove Regni sono dunque in pericolo e la strana accoppiata, Thor e suo fratello Loki (Tom Hiddleston), liberato dalla prigionia, sarà costretta ad andare contro l’ostinato padre Odino (Anthony Hopkins) e allo stesso tempo salvare l’amata Jane ormai contaminata e di conseguenza Asgard.
Thor: The Dark World ottiene buon ritmo grazie a chi non ti aspetti: una comprimaria, la stagista Darcy Lewis (la Kat Dennings di 2 Broke Girls), sempre pronta a svernare la monotonia insidiosa della figura della Foster (o più in genere le situazioni sulla Terra, un po’ sottotono) e Loki, apparentemente protagonista e aiutante per la missione sottobanco del fratello, ma scemante appena dopo la fuga da Agard, dove dà il meglio di sé, usando le sue abilità illusorie trasformandosi e scimmiottando il patriota Capitan America.
Oltre a questo utilizzo smodato dello sketch per tenere vivo un filo altrimenti cascante e pieno di falle, si nota come la mano di Joss Whedon sia intervenuta in aiuto del regista Alan Taylor (direttamente dalla serie tv Game of Thrones), apportando modifiche in una dinamica di plot non proprio esaltante e dove le battaglie non rendono come si conviene. Proprio nella lotta terrestre tra Thor, Malekith, gli Elfi oscuri e gli scienziati, si nota molto della guerriglia urbana avvenuta in The Avengers e in particolar modo nel momento clou, dove si cerca disperatamente di bloccare i portali, scopiazzatura non troppo velata da dove uscivano Chitauri a frotte.
Certamente il primo capitolo diretto da Kenneth Branagh non soddisfa all’uscita della sala, ma questo secondo intento convince in parte, soprattutto nelle già citate scenette che arricchiscono una trama blanda. A completare il tutto un casting eccellente, che riesce a far calzare ogni personaggio alla perfezione, Loki su tutti, abile a dissimulare fino al colpo di scena finale che quanto meno aleggiava nell’aria.

Una cosa però rimane ancora misteriosa: come mai il guardiano Heimdall (Idris Elba), colui che vede tutto e tutti, sia nel primo che nel secondo capitolo viene deriso dagli invasori? Come mai ricade sempre su di lui la scelta stilistica per far cominciare il tutto? Questo non ci è dato saperlo, ma per comprendere se il povero guardiano del Bifrost possa riaversi del suo carisma, basta aspettare il terzo capitolo. Dopotutto la scena alla fine dei titoli di coda ormai docet.

VOTO: 6/10

domenica 19 maggio 2013

Il Grande Gatsby e la profondità di campo


All’incirca un anno e mezzo fa esce in Italia un’opera cinematografica dal forte senso morale, dalla speranza infranta che palesa un vivere totale dell’umanità stessa, poco avvezza alla risalita. Faust, ultimo di una trilogia, del regista russo Sokurov, prende possesso del mito letterario, descritto in righe e strofe da numerosi grandi romanzieri e la travisa rendendola sua, accattivandola sotto una chiave tutta diversa.

Lo scorso 16 maggio invece approda lo sfavillante luccichio degli anni ’20 e della cultura del proibizionismo, buona solamente ad alimentare i sogni di una vita spensierata. Il Grande Gatsby, corredato del sempre presente 3D, del regista Baz Luhrmann prende in prestito uno dei capisaldi letterari del ‘900 e ne stravolge parte dell’essenza, soppiantandola con un gusto eccessivo tutto personale. Apparentemente queste due pellicole hanno scopi diversi, ragioni opposte se vogliamo, ma analogie sintomatiche che danno la base per un successo critico.

Entrambi pescano dalla letteratura ovviamente, ma lo fanno non trasferendo l’opera intera nell’universo cinematografico, ma tagliuzzandola nelle parti in cui lo stile e il pensiero dei due cineasti non si va a sposare con quello degli sfruttati scrittori. Come Sokurov, Luhrmann fa sua la letteratura di Fitzgerald, racconta di eccessi, di colori sgargianti propri di quell’epoca, di un personaggio incline all’onnipotenza, di un’America disturbata dalla scissione tra ceto basso e ceto alto, integrando il tutto in chiave semi moderna, con costumi fedeli all’epoca e adattamenti musicali propri del nostro secolo.

Se da un lato Sokurov assembra e moralizza ancor più le parole di Goethe o Mann rendendoci partecipi e colpevoli della discesa del mondo mancante di speranza, Luhrmann estromette lo spettatore dalle sue emozioni e dalle sue idee ostentando una magnificenza visiva difficile da trovare e palesando infine la speranza che sembrava perduta; entrambi infine si accordano con i loro predecessori, accontentando il loro stile, mischiandolo però al proprio.

Staccandoci un attimo dalla stupenda e distruttiva opera di Sokurov, per verificare quali altri pregi e difetti presenta la nuova pellicola del regista australiano, troviamo quanto simili, nonostante la chiave modernizzata, possano essere Luhrmann e Fitzgerald.

Chi ha letto il romanzo trova sì enorme differenze, non può essere che ovvio, considerate le idee talvolta contrastanti di scrittura del primo e la messa in scena del secondo, ma ciò nonostante la figura del sempre ottimo Di Caprio emana una potenza unica e indelebile, coadiuvata dalle inquadrature che ne favoriscono l’ascesa alla leggenda, un mito che viene immaginato allo stesso modo e maniera. Il racconto per la cornice storica è semplice, ma efficace, distribuito a dovere nel corso della pellicola, senza troppe digressioni fuori tema. L’approccio visivo è unico, impreziosito stranamente dall’utilizzo del 3D, che esercita la sua presenza attraverso una profondità di campo che amplia gli spazi e non gioca solamente al mero gioco dell’oggetto contro lo schermo. Una profondità di campo, anima del cinema, spesso snobbata, ma fortuna di molte pellicole, grandi o meno, che hanno costellato la storia della settima arte.

I critici americani Eddie Harrison e Pete Hammond catturano attraverso le loro parole l’essenza del film. “L’approccio sgargiante di Luhrmann è appropriato al materiale” riferendosi certo ad una trasposizione non completamente fedele, ma organizzando una pellicola che alimenta Gatsby sotto una nuova luce; “Non c’è mai stato un film di questo genere” perché all’uscita della sala ti trovi di fronte ad un unicum strabiliante, una gioia di colori e di immagini, uno stile presente e una tecnica perfetta nell’esporre l’ostentazione di quegli anni tra le note della dance del nuovo millennio.

La trasposizione però ha sempre delle difficoltà e Luhrmann come ogni altro si scontra con quel qualcosa che tra libro e cinema difficilmente è fattibile. Il grande Gatsby letterario è un misto di pathos e satira, due universi opposti che si attraggono grazie alla maestria dello scrittore. Il regista ci prova, asseconda le vicende e le rende vivide agli occhi del fruitore, ma riuscire nell’impresa di collegare la tensione tra gli sguardi degli attanti che attendono le reazioni dei protagonisti (i momenti nella pellicola sono di alto cinema, perfettamente riusciti) agli ironici e divertenti imbarazzi tra Daisy e Gatsby ritrovati dopo una pausa forzata (qui Luhrmann zoppica leggermente) è una faccenda di tutt’altro peso e il regista non sempre riesce ad unire le parti.

Il Grande Gatsby di Luhrmann è allo stesso tempo il suo grande Gatsby e Il Grande Gatsby di Fitzgerald, togliendo un po’ delle dinamiche letterarie dove le menzogne sospingono e creano il mito del protagonista, ma acquisendo materiale visivo e scenografie perfette proprie dell’universo di argento e pixel.

Forse l’unico appunto che destabilizza il film sono proprio le parole dello stesso Fitzgerald che passano sovraimpressione, come dattiloscritti animati da Carraway (Tobey Maguire, nella sua prima interpretazione interessante) o camuffati nella neve che scende sulla città. Parole che sembrano sterili accorpate alle immagini, che rendono vano lo sforzo grafico elegante e potente di Luhrmann che esce da questa sfida certamente vincente dopo il deludente e alquanto pesante passaggio nella terra natale.


Grazie anche ad un cast ottimo, con la migliore interpretazione attoriale del sempre snobbato Di Caprio e gli ammiccanti sguardi della sorpresa Mulligan, il film cattura lo spettatore, lo immerge nell’epoca e gli racconta le vicende di Gatsby, imprenditore di se stesso, amante timido, amico unico e scostante quanto basta per amarlo, che come modello di vita ha Dio stesso e la sua grandezza. Luhrmann riesce nell’impresa, anche se una riserva, dovuta ai collegamenti narrativi, fa mancare al regista l’appuntamento con la storia.

domenica 21 aprile 2013

The Place Beyond the Hitchcock


Spesso i film sono spunti, tendenzialmente per discorsi più ampi, per ragionare su quanto ci si sia evoluti o regrediti, sul perché di certe scelte, sintomo di un irreversibile moto nascosto e raramente su quante analogie ci siano tra un determinato stile e il suo contraltare passato.
In questo caso però, uscendo dalla sala, o meglio, già in itinere durante la proiezione (motivo di una momentanea destabilizzazione), le scene di The Place Beyond the Pines, del neofita americano Derek Cianfrance, mi hanno portato alla mente questioni irrisolte che avevo preso in considerazione e lasciate poi lì a fermentare, colpevolmente non ragionandovi su.
Da qui in poi l’avvertimento al lettore è che non mi limiterò per evitare spoiler sgraditi, ma proprio analizzando il percorso filmico sviscererò (più a me stesso che altro) quella famosa questione irrisolta. Quindi, se la vostra intenzione è godervi la proiezione, smettete di leggere e ritornate in futuro, dopo la visione, se ne avrete voglia.
Mi scuseranno gli amanti del gran cinema per questo accostamento irriverente, anche se di accostamento non si tratta, ma il pensiero vola e spesso non c’è modo di bloccarlo, massimo celarlo per un coraggioso futuro.
Riprendendo il discorso sulla pellicola, mi sono ritrovato ad un certo punto, all’incirca a metà del percorso al buio della sala, a pensare ad Hitchcock. Certo all’inizio non ne capivo il motivo, ma finita la destabilizzazione (perdendo qualche frammento di pellicola) ho capito che tutto sommato un motivo, seppur forzato, c’era.
Il film ha un soggetto molto semplice, di quelli che si incontrano facilmente: uno stuntman tutto tatuaggi e arroganza, Luke il bello, incontra nuovamente una ragazza con il quale si capisce avere un legame che intanto si è fatta un’altra vita e che inizialmente tiene nascosto allo scapestrato il frutto neonato dal loro ambiguo amore. Un’inspiegabile coscienza muove il neo padre che dapprima cerca onestamente lavoro e poi frustrato, per riconquistare ragazza e figlio, rapina banche con l’aiuto di un impensabile mentore. Fatale però è una rapina gestita senza partner e il poliziotto da poco in servizio si trasforma in eroe per la comunità locale grazie all’uccisione del bandito in motocicletta. Il poliziotto quindi fa carriera, ma ha sulle spalle una famiglia distrutta, un bambino senza padre e cerca di gestire vita privata, vita pubblica e vita interiore. Il salto temporale finale, vede poi una sfida velata all’O.K. Corral tra i due figli, il primo delinquente come il padre, il secondo delinquente per mancanza di un padre che pensava, volente o nolente, al figlio dell’uomo che aveva ucciso. E qui bene o male, non andando oltre, termina la narrazione.
Proprio nel momento della morte di Luke il bello, terminato anzitempo dal poliziotto di quartiere (interpretati dalle due star nascenti Gosling e Cooper), il moto perpetuo sempre fissato nella mente e nel cuore dei fruitori, viene deviato.
Normalmente si assiste alla vita, alla vicenda, al percorso, di un uomo o di una donna, di un gruppo o di una coppia che attraverso vicissitudini e felicità momentanee, scazzottate e esplosioni gratuite, termina la sua corsa poco prima dei titoli di coda o addirittura nel bel mezzo delle scritte su sfondo nero.
Pensare che un protagonista, in più molto conosciuto soprattutto per la sua estromissione dalla corsa agli Oscar per Drive, venga ucciso quando ancora le luci dell’intervallo non sono accese, è un momento che gioco forza costringe lo spettatore ad un percorso diverso. Per le menti abituate (male) il risultato è una noiosa seconda parte di pellicola, recuperata forse solo dall’aggancio finale dei due figli, per i cervelli illusi, due mediometraggi l’uno di seguito all’altro.
Ricordando però appunto il già nominato e compianto Hitchcock, solito nell’utilizzare attori e attrici famose, seguiti dalla telecamera per una buona fetta di tempo e poi assurti a ruolo di semplici vittime, si viene portati in un turbinio di emozioni che tendono ad un’abitudine illusa. Nel caso di Hitchcock quasi sempre queste buone abitudini si tramutano in illusione futura, mentre nel caso di Cianfrance dapprima sembrano due mediometraggi staccati l’un l’altro, incollati a forza nel finale da uno strascico simile al velo della sposa, poi riflettendo sul perché di tale scelta, cambiano forma, diventano un unico mandato, un film a staffetta, a triplice soggetto, strizzato in un corpetto per far entrare la ciccia in eccesso che inspiegabilmente non fa danno, ma compatta il tutto attraverso una scelta non sbagliata, ma solamente fuori dagli schemi prefissati e di difficile digestione.
Persino il titolo The Place Beyond the Pines, sforza un doppio significato, una doppia confidenza con lo spettatore. La prima semplice, dedicata al pubblico abituato, descrittiva e ambientale e la seconda, per il povero illuso, dove il sostantivo Pines trascina con sé il verbo to pine, fallire che dopotutto è il moto trascinante del film.
E se il protagonismo del film rilascia una chiusura a tre vettori, anche il titolo racchiude, forzando ancora un poco, un terzo elemento sintattico, una “pena” che colpisce il poliziotto assassino, che frusta il tatuato genitore, che colpisce i figli a causa delle scelte dei padri.
Il momento di riflessione su Hitchcock era dunque terminato quando la ragione del titolo originale è sopraggiunta, tralasciando il reinventare italiano de Come un tuono (che si concentra sul primo attante), ma ha dato modo di arricchire la mia idea di sfaccettature che lo stesso film premeva in modo da essere carpite. Certo è che le riflessioni, o almeno la metà di queste, sono frutto delle decisioni a posteriori degli stessi fruitori e spesso non c'entrano con le idee iniziali dei creatori, ma dopotutto sono sempre idee che possono in qualche modo e maniera essere trasmesse come creazioni per essere in seguito utilizzate da ulteriori creatori che guardano indietro per aumentare l’avanti.
Se Cianfrance abbia guardato Hitchcock e lo abbia emulato, come terzo seguace dopo De Palma, non ve lo so dire, ma certamente la casualità di alcuni eventi in molti casi rispecchia le illazioni susseguenti e ne determina le visioni che si frappongono tra il buio in sala e i commenti davanti alla biglietteria del cinema dopo la visione.

sabato 23 febbraio 2013

L’Italia dei revival e della rivoluzione (Chiave ossimorica di un lento divenire)


Le elezioni sono all’ordine del giorno. Il Governo cade, si rialza, spazza i pantaloni dalla polvere e continua a fare quello per cui era caduto, o buttato a terra, a seconda.
Le elezioni sono all’ordine di un giorno, un solo giorno e potremmo inoltrarci nei meandri dell’impossibile, dove tutto è quello che non sembra e viceversa.
Bersani sta avanti con la sua spider, Berlusconi sta dietro in Porches, ma è in scia, in corsia di sorpasso, mentre Monti e Grillo corrono con le loro berline, il primo ligio, paga al casello, l’altro prova a recuperare in corsia d’emergenza, mentre in strade provinciali Giannino e Ingroia in sella alle loro utilitarie, cercano la strada dal loro tom tom.
Ognuno, anche i pantofolai si ritrovano alla meta, aspettandoli al traguardo, ansiosi di vedere chi arriva prima, ma il tifo non è uniforme, né convinto, niente ole, niente cori e striscioni, solo tifo e urla incomprensibili disseminate al traguardo.
Il Gran Premio è ormai caduto in disuso, ma va visto, perché il canale è uno solo e ci si deve pagare pure il canone, quindi almeno sfruttiamolo e vediamo chi vince.
La corsa dunque è quasi alle battute finali e terminerà con ogni probabilità al foto finish, cosicché i direttori di gara dovranno cimentarsi in una rilettura attenta e doviziosa dei millimetri che separano l’uno dall’altro concorrente che con ogni probabilità rimarranno alla guida di spider e Porches, dopotutto non c’è traffico e la corsia d’emergenza non serve a nulla.
Un saluto prima dell’arrivo e del gran finale è doveroso, un saluto a quelli che hanno concorso e non avevano le auto per farlo, perché la loro percentuale di successo è così bassa da non essere calcolabile, ma poi entrano nelle varie scuderie, quelle più blasonate, entrano come meccanici e quindi se loro non oliano bene il motore, la macchina non arriva più al traguardo e il campione cambia sempre.
Quindi vediamo chi sono stati i principali concorrenti, quelli che al traguardo ci arrivano, o che almeno completano la maggior parte del percorso. Andiamoli a conoscere, dopotutto i concorrenti bisogna conoscerli, altrimenti come si fa a tifarli.
Per farlo però abbandonare le metafore, servite come preambolo, è oltremodo d’obbligo, altrimenti ci si addentra in un meandro politichese che ancora le sue radici nelle menti deboli del popolo e che fa crescere semi, fiori e frutti amari nel migliore dei casi, marci per la maggior parte.
Quindi vediamo chi concorre a “salvare” il Paese. C’è chi lo conosce da tempo dal suo seminascosto scranno, chi è conosciuto e passa la vita sul terrazzo a farsi rimirare, chi ritorna prepotente cambiando mestiere, chi ritorna in sordina cambiando mestiere e chi prova a giocare con le parole che non è abituato ad usare.
L’Italia è un revival, i sei massimi candidati, quelli del quorum al 4% (che non ne sentiamo veramente né il bisogno né la logica), quelli che concorrono come principali, quindi senza contare altri secondi partiti coadiuvanti, sono tutti già visti. Berlusconi non ha bisogno di presentazioni, Bersani nemmeno, ma come premier è tutto da scoprire, Grillo ci ha deliziato con la sua poco tirchia foga genovese, Monti ci ha donato una full immersion di sé, Ingroia è espatriato dalla Sicilia dove combatteva i cattivi e Giannino tra una comparsata e l’altra in tv, come giornalista iscritto all’Albo, prova anche lui la carriera politica, già intrapresa.
Insomma un revival che si presenta però come rivoluzione: Berlusconi è l’alternativa alla catastrofe Monti, Bersani l’alternativa alla catastrofe Berlusconi, Monti l’alternativa politica alla dittatura di se stesso, Grillo la rivoluzione incivile, Ingroia la rivoluzione civile e Giannino la rivoluzione estetica.
Insomma, mille gusti fatti tutti con un unico latte, e per giunta scaduto o in via di scadenza. Come ogni scadenza però, dipende sempre dal prodotto, qualche giorno o mese in più potrebbe durare e magari si attende la prossima fornitura. Ecco che si presentano le due categorie di politici: i latte avariati, che senza giri di parole potremmo definire poco seri, e i latte aperti da qualche giorno, quelli che la loro credibilità cercano di crearsela. Ma andiamo a vederli con le loro proposte, le loro frasi fatte e i loro lati positivi.

1.1   “Io antidemocratico? La porta è quella”
Si parla spesso di pifferai, di adulatori, di incitatori delle folle, imbonitori, come quelli che al cinema invitavano la gente ad entrare nelle sale Lumiere, che imbastiscono una linea di condotta tutta loro, in linea con il programma (o pseudo tale) elettivo, che abbindola le folle attraverso giochi di parole, dedicandosi ad un unico pensiero comune, realizzato dal cardine del partito. Questi è Grillo, nascente comico e movente politico. Ma lui non è un politico, ma ha un partito. Ma lui non ha un partito, ma si candida. Ma lui non si candida, ma ha i finanziamenti. Ma lui, non quelli ce li ha come tutti. La sua politica è figlia del fascismo come molti hanno osato dire. Non nel senso stretto del termine, non con ideali mussoliniani fedeli agli anni della Guerra, ma simile nel concetto “astratto” che molti chiamano dittatura.
Grillo con foga vuole la rivoluzione, grida sulla folla, la stimola apparentemente, ma in realtà sono tanti topi che seguono il loro pifferaio, mentre Grillo solo con le sua urla e i suoi vaffa trasmette odio e rancore (per nulla represso o mancante), verso la casta alta. La sua idea è figlia di un pensiero comune come dicevo, ma stimolata da diversi intenti rispetto alla masnada di gente che lo ascolta, lo difende e lo segue.
Lo hanno definito antidemocratico, lui ha risposto che è il più democratico tra i candidati. Lo hanno appunto definito fascista, lui ha risposto che i suoi valori sono ecumenici. Insomma c’è da dire che le parole le sa usare, ma ricorda in molte caricature quell’uomo che da 20 anni “consente” di votare il male minore.
Non è fascista, ma apre i suoi comizi stimolato dalle originalità mediatiche di Mussolini (“Italiani!”). Ripudia i giornalisti non perché la stampa sta andando allo sfascio, ma perché, a differenza del dittatore passato, i giornali, non sono di sua proprietà.
Unico pensiero dunque, comune, interessante e doveroso, quello della lotta ai partiti, quello che vorrebbe eliminare i vitalizi, i finanziamenti, i giri di soldi, le pensioni anticipate ai politici inventati e tutto quello che concerne l’estromissione forzata dalla politica… di tutti i politici, ha un non senso di fondo.
D’accordo che tutti vorremmo questo, d’accordo che ha incitato la folla alla rivoluzione ideologica, d’accordo anche che sta acquisendo talmente tanto potere da far paura veramente ai politici, ma i grillini, quelli che lo votano, forse non si sono chiesti una particolare, semplice e non inutile questione: se Grillo vince le elezioni, che cosa farà oltre a questo? Come sistemerà l’economia di recessione? Come affronterà i partiti d’opposizione che il quorum l’hanno raggiunto? Come potrà avere solo opposizione senza coalizione? Sono tutte questioni più che doverose, che molti votanti grillini dovrebbero tenere in considerazione.
Il programma di Grillo è come il Santo Graal, tutti lo vogliono, ma nessuno l’ha mai visto. Non esiste un programma fondamentalmente, il suo è un legalizzato e finanziato Colpo di Stato. Lui è un soverchiatore, decide per il suo partito come unico essere senziente, se qualcuno sbaglia una virgola è fuori, fuori dalla porta. La democrazia dicono che sia discussione, opinione e confronto; è possibile governare un paese democratico senza democrazia? Forse, ma la gente in fin dei conti non sarebbe troppo contenta (non tutti ovviamente).
Ma l’annoso problema che attanaglia l’Italia, oltre ai politici corrotti e segregati dalla mafia, è l’economia che non ha modo di liberarsi da quel giogo costrittivo che la attanaglia da quando alleanza ed opposizione si sono alternate senza continuità e senza possibilità di un risvolto positivo. La gente ha fretta, vuole tutto e subito. E quindi cari grillini, come pensate che il vostro dittatore (perché non ditemi che questa è democrazia) sistemi l’economia, senza un piano finanziario, senza un soggetto esperto che lo aiuti in tal senso.
La falla però, del suo unico punto di programma (simile in tutto e per tutto all’IMU come idea mediatica), è riassunta nel post elezioni. I grillini non si accorgono o non sanno che una volta deciso il premier, chiunque esso sia, Pdl, Pd, Scelta civica, Rivoluzione civile e forse, dico forse, Fare per fermare il declino, raggiungeranno il fatidico e basso e inutile 4%, così da avere voce in capitolo all’interno di Camera e Senato (o una solo dei due). In che modo pratico può un fantomatico premier Grillo adoperarsi a togliere tutti questi partiti che il quorum l’hanno raggiunto e che votati dagli italiani sono insieme a lui a governare?
Avere tutti contro poi non giova, lo sa chi è stato estromesso, chi è stato detronizzato e il Movimento 5 stelle, finirà alle stalle in un batter di ciglia, senza possibilità di presa, risucchiato da una folla inferocita di oppositori, senza alleati a cui darsi. Insomma, già solo per questi motivi di superficie, non ci sono ragioni per vederlo all’interno della politica. Come voce fuori dal coro, esterno alla politica stessa però, è tutt’altro discorso.

1.2 “Smacchiamo il giaguaro”
In senso lato, ma non troppo, la politica di Bersani si può riassumere in questa metafora (una delle tante, caricaturata a dovere da Crozza). Andare contro il tanto odiato/amato Silvio.
Nelle precedenti elezioni, ogni occasione era buona per nominarlo e dire qualcosa che lui o il suo partito non aveva fatto, compiuto o promesso, niente di più, come fosse già pronto in partenza per fare l’oppositore del premier, già deciso ad abdicare per la corsa al trono.
Quest’anno, la sua idea politica è partita nel segno del nome del suo stesso partito, creata tramite primarie che hanno stabilito chi fosse il leader tra lui, Renzi, Vendola, Tabacci e Puppato, grazie al voto italiano, vero è con poco spazio di manovra, ma l’idea di partenza era quantomeno da lodare.
Bersani dunque è il leader, Gargamella, il saggio delle metafore, il barzellettiere eterno secondo, insomma quello che, nonostante stia davanti, sembra sempre che debba inseguire.
Ma la sua voglia di riscossa era tale da non volersi cimentare in mere accuse all’altro primo concorrente e le sue frasi a difetto indirizzate alla concorrenza per un lasso di tempo indefinibile sono sparite e lui in poco tempo è assurto a ruolo maggioritario nel cuore degli italiani, poi il patatrac.
“Smacchiamo il giaguaro”, simbolo della frustrazione contro la bella faccia del Cavaliere, è ritornata prepotente, in seguito ai fatti del Mps e da quel momento in poi, la remuntada è tornata prepotente, stimolata dai sorrisoni tirati (liftati) dell’ex premier e dall’assenteismo politico e considerato già vincitore di Bersani.
Lo stimolo politico era terminato, i sondaggi passano da un distacco massimo ad un distacco “in corsia di sorpasso” che fa tremare l’Italia intera o forse no, dopotutto.
Anche in questo caso l’idea di partenza era la più solida che si potesse immaginare: democratica, al lavoro con gli italiani e non senza, indirizzata verso un ideale politico ormai perso da tempo, ma il tanto sentito patatrac ha rovinato tutto e ha immerso Bersani in quel vortice politico da cui si era distaccato per un momento.
Basta entrare poi nel sito di riferimento del suo programma per capire quanto faccia affidamento alle parole e poco o nulla ai fatti. Un programma se c’è, va spiegato, va completamente esaurito per il popolino, non promosso da slogan figli dei social network, ma ormai l’andazzo è quello.
Bersani ha un programma, ha le idee di base, ma non ha una spiegazione di rimbalzo, che definisca dove i soldi che si useranno per le varie istituzioni, dove vengono effettivamente presi.
La serietà si vede anche dalla disponibilità al dialogo e la sua apparente voglia di democrazia, consiste quasi solamente nel simbolo del suo partito, nel suo sito e nelle metafore che giocano a rimpiattino con il nemico.
La sua campagna elettorale come detto è divisa in tre filoni: la parte giocata d’astuzia, lavorata a dovere e che ha interessato gli italiani senza sforzo o battute politiche, quella attendeista, che aspetta il nemico passare morto e scorrere sul pelo dell’acqua (quando in verità a cavallo passa sull’altra sponda), e quella di rincorsa da fermo. Il vantaggio è considerevole, ma la vittoria dipenderà dai meccanici che lavorano con lui.
Proprio per cercare di avere una maggiore spinta, anche lui ha tirato in ballo l’IMU, il fattore cardine di questa politica fatta di parole e promesse (non mantenute). Lui vuole dimezzare l’imposta sulla prima casa, giusto e costituzionale (anche se andrebbe tolta, ma al momento non è possibile economicamente parlando), lui vuole annullare l’imposta sull’abitazione principale fino a 500 euro, giusto, ma se la sua “politica di rigore” è figlia dell’austerity montiana, come fare per far avverare questo punto interessante? Boh?!
E quindi questo “boh?!” costante pervade la testa e non fa capire quale sia lo sbocco finanziario a cui aspira Bersani. Come tutti l’IMU l’ha votata, come tutti pensa che sia normale avere una patrimoniale (che dopotutto hanno quasi tutti i Paesi), ma pensa anche che sia giusto non gravare sui “deboli” e ci si domanda quindi se questo sia l’ennesimo slogan politico o sia una questione pensata a tavolino da tempo, questione che come lo spread è saltata fuori di punto in bianco, quando ce n’era di bisogno.
Votare Bersani un senso ce l’ha, la serietà del leader è tutta da verificare si intenda, ma almeno una parvenza di logica e una coerenza con quanto detto finora l’ha dimostrata, trasmettendo però l’esatto opposto della sua apparente convinzione. E certamente le tre lettere Mps, non aiutano.

1.3 “Io sono l’uomo più perseguitato della storia”
È l’altro pifferaio, quello che non ha bisogno di presentazioni, quello che all’estero è conosciuto per il bunga bunga, per le barzellette e per l’attaccatura dei capelli, quello che ci dà modo nel mondo di non avere una parvenza alcuna di serietà.
Come Grillo ha scelto una linea di condotta, motivata differentemente, ma pure sempre totalitaria. L’IMU è la chiave d’accesso per il potere, la sua dipartita è il pezzo mancante per la maggioranza, quel fantomatico antagonista del vivere sano che perdura con vari nomi.
Non molti sanno che l’ICI, quando gravava anche sulla prima casa, aveva ripercussioni economiche maggiori sugli italiani medio-bassi, rispetto al neonato IMU, per via delle detrazioni sulla prima casa e per via delle detrazioni per figli sotto i 26 anni che nella prima patrimoniale non erano contati, cosicché la prima casa era valutata poco meno della seconda e i “ricchi” ne traevano beneficio, ora invece stanga soprattutto chi di case ne ha due.
La restituzione di questa patrimoniale (triste sapere che molti votano Silvio per questo e ancor più triste conoscere che alcuni di loro sono in affitto) dimostra quanto l’italiano non sia attento all’evolversi negli anni della politica, badando solo e soltanto al precedente mandato.
Che Monti abbia ammortizzato e salvato l’Italia dal tracollo finale non ci è dato di sapere, soprattutto non ci è dato di sapere se l’IMU sia stato il salvatore della patria o meno. Fatto è che in poco tempo non si può distruggere un Paese, se non con un aiuto importante precedente.
La verità è che i detentori della casa principale che hanno un figlio (diciamo la metà di quelli che hanno una sola casa) si ritrovano a sborsare allo Stato cifre pressoché irrisorie; le rendite catastali, a meno di pazzie economiche all’interno della famiglia, sono contenute e con le dovute detrazioni assottigliano considerevolmente il debito statale, se poi uno ha due figli, non paga nulla. I più colpiti dall’IMU sono i single con casa propria, i pensionati con la minima (con figli ovviamente sopra i 26 anni) e gli eredi con già una casa, una percentuale di italiani da non sottovalutare, ma il succo è che questa IMU non è un marziano pronto a distruggere il nostro Pianeta, ma un meccanismo di difesa finanziaria troppo esposto e troppo forzante.
Berlusconi quindi scrive una bella lettera a 9 milioni di italiani (alcuni erano morti da 25 anni, ma è il gesto che conta), o meglio ne scrive due, una per le regioni dove la sua vittoria è in bilico (più dettagliata e autocelebrativa) e una per il resto del Paese (scarna e stringata), promettendo entro maggio/giugno la restituzione di tutto il “mal tolto”.
Il piano per farlo? Semplice. Lui ha un accordo con la Svizzera che porterebbe 25/30 miliardi nel nostro Stivale. Il problema è che questo accordo ce l’ha solo lui, smentito in tempi record dalla ministra elvetica delle finanze. Quindi quella lettera diventa in un batter di ciglio carta straccia, come carta straccia è quel famoso Contratto con gli italiani che dà sempre si porta dietro come biglietto da visita e che racconta come fiaba della buonanotte (o buona sorte), la sua rivoluzione (revival) per il male del Paese. Grande uomo dice la gente. Lui parla con gli italiani, l’unico continuano. Lui è il solo che ci rispetta e che ci propone un contratto finiscono. Ma un contratto, di solito dico (anche se in un Paese con 46 tipi di contratti di lavoro diversi non si può mai sapere), non ha bisogno di una controfirma? Non c’è bisogno di un rappresentante degli italiani che ponga la sua X sul foglio. Eh no, non si può, se no come fa a ricandidarsi.
L’uomo più perseguitato della storia, quello che colleziona processi e prescrizioni come fossero figurine Panini, dice però che anche fosse, anche fosse un contratto poco valido, lui i suoi punti sempre e comunque li ha rispettati.
Maggiorazione delle pensioni minime (parliamo del 2001 per fare un esempio), abbattimento della pressione fiscale, dimezzamento della disoccupazione, aumento dei poliziotti di quartiere. Infatti, questi punti sono stati rispettati, niente da dire, ma sono specchietti per le allodole (sono veramente tante queste allodole), giochi di parole per nascondere quello che di grave poi è scaturito.
Maggiorazione delle pensioni minime, sì, ma solo per pochi eletti, ma il numero di pensionati minimi (sotto un milione di lire al mese) sono aumentati da 5 a 8 milioni. Abbattimento della pressione fiscale, sì, ma solo secondo i calcoli dei suoi statisti, secondo l’ISTAT rimasti invariati, secondo enti minori invece, la pressione è aumentata. Dimezzamento della disoccupazione, no (difficile anche solo pensarlo), però di due punti di percentuali è diminuita, sì, ma questo dato è dovuto all’avvio della stroncatura dei tempi indeterminati che poi ha perdurato fino ad oggi, gioco che ha permesso la diminuzione della disoccupazione. Aumento dei poliziotti di quartiere, sì, ma i reati nel Governo Berlusconi sono aumentati del 6,7% annui. Così si potrebbe discutere per mesi, ma i dati sono dati e così è successo anche nelle sue successive e precedenti candidature.
Promettere mari e monti (non Monti) è una sua prerogativa, crederci è una nostra colpa. “Farsi ingannare una volta è spiacevole, due volte stupido, tre volte vergognoso” diceva Cicerone, ma quattro? Il pifferaio magico quindi sta colpendo ancora una volta e non a caso io ho parlato solo di IMU, non tanto perché è quello di cui si parla sempre ormai, ma perché è l’unico punto a cui vuole puntare, perché il resto delle sue idee permangono da anni (irrisolte) e sono dettate da una voglia di strafare. Le proposte che fa sono sacrosante, per carità, ma attualizzabili attraverso fondi che o prende dai suoi conti corrente (Lario permettendo) o dalla creazione istantanea di oro fuso, prerogativa di tal Re Mida.
L’ICI c’è, lui lo toglie, l’Italia fa fatica, viene rimessa. Lui toglie l’ICI, l’Italia fa fatica, viene rimessa. Lui toglie l’ICI, l’Italia fa fatica, vediamo se cambiando nome se ne accorge. E giungiamo all’IMU.
Separandoci però da questa benedetta patrimoniale, ci si accorge di come Berlusconi e Grillo siano pressoché uguali nel modo di gestirsi, nel modo di gestire il loro partito, nel modo di gestire gli italiani. Entrambi agiscono sulle paure e le ingiustizie (IMU e casta), entrambi decidono per il loro partito, senza possibilità di sgarro (al pari di Grillo, la democrazia è un piano interrato e chiuso a chiave), entrambi confezionano un’immagine forte da proporre al popolino ignaro (uno simpatico e carismatico, l’altro focoso e volgare).
Ma a quanto pare, basta l’IMU per votare.

1.4 “Sono sicuro che non sfugge a nessuno, tra quanti ascoltino”
O professore, contestato e odiato, è comunque facente parte del lato serio e composto della politica italiana, colui che cambierebbe almeno la faccia butterata di un’Italia in mano a comici, transessuali, pervertiti, soubrette, analfabeti e mafiosi.
La sua prima esperienza è motivata da decisioni vicine alla dittatura, quando Napolitano per ragioni ovvie non a molti ha estromesso Berlusconi (per l’ennesima volta) dal suo seggiolino dorato.
L’Italia era contenta, stimolata da una nuova faccia, tutta d’un pezzo, ironicamente inglese, saggia in alcuni casi, un viso che mostrava un altro volto, più pulito e sistemato, anche al di fuori dell’Italia stessa.
Ma gli spettri sono tanti e a volte si celano dietro i muri. IMU e spread quindi nascono a disturbare i sogni nazionali. Il primo (a quasi dovere) esplicato, il secondo mai pronunciato in annali di politica a magicamente poi salito agli albori. Monti dice bah, lo spread sale, doveva dire beh, Berlusconi risponde uff, lo spread sale, doveva dire ok. Lo spread quindi viene legato ad ogni decisione o presunta tale che un uomo in vista nella nostra politica intraprende e questo influisce sulla valutazione del nostro Paese. A dirla così non sembra una cosa da poco.
Infatti l’Italia è poco considerata, presa per i fondelli dalle alleanze europee, ma Monti crede fermamente che l’Europa vada tenuta cara, e così, da buon lobbista, anche le banche.
Quindi c’è bisogno di credibilità, di misure care all’Europa stessa che facciano scendere lo spread e che quindi aumentino l’importanza del nostro Paese. Lui lavora dritto in questo senso. Va a Bruxelles e gli dicono che deve maggiorare la pressione, per dar modo agli italiani di figurare come vogliosi di riscatto. E lui dice sì, perché si può fare, poi vede che Grecia, Portogallo e Spagna coltivano e attuano l’idea dell’austerity, parola che un figuro austero come lui, sembra come il pane a tavola ogni giorno e quindi la tassazione diventa imperante.
Non c’è dubbio alcuno che pescando più soldi da tutti il debito pubblico si risani o comunque abbia un respiro, ma avrà necessariamente un breve respiro.
Come diceva Churchill la crescita del Paese è l’unico modo per aumentarne la credibilità e soprattutto "Una nazione che si tassa nella speranza di diventare prosperosa, è come un uomo in piedi in un secchio che cerca di sollevarsi tirando il manico". Frasi sacrosante, ma Monti chiede sacrificio, abbiamo fatto i discoli per anni e abbiamo bisogno di una punizione (a tratti idea condivisibile) e lui in primis decide che tutto il Paese, compresa la politica, i sacrifici li deve fare.
Un incipit se non fantastico, quantomeno degno di interesse, ma la delusione cocente è lì pronta a farsi sentire.
La recessione è una bestia difficile da ammaestrare, ma Monti sembra l’uomo giusto. Ha polso ed è tecnicamente valido, una ventata nuova, non politica, per cambiare l’onda. Ma la politica esiste, sta lì sotto ad ascoltarlo e ad istruirlo su alcuni punti che lui, non del ramo, non conosce appieno e quindi il burattino europeo diventa burattino italiano, manovrato dagli stessi politici che gli impediscono o meglio, gli fanno credere, che togliere i loro privilegi sia un errore, errore che pagherebbe pure lui, lui che intanto matura l’idea di candidarsi a premier finito il mandato.
E quindi è lì dove stanno tutti, conserva il suo aplomb, il suo fare distaccato che ora non alimenta sogni di una facciata nuova, ma imbestialisce l’italiano medio che non crede non si sente ascoltato dal professore e quindi il contraltare di questo snobbismo politico e mediatico diventa proprio Berlusconi/Grillo.
Lui però decide di rimanere impopolare, non gioca a rimpiattino, se non qualche alzata di testa quando troppo provocato, rimane convinto delle sue idee (sbagliate o giuste che siano) e propone il suo programma, ma non lo alimenta con sogni o paroloni, ma allestendo un sito, al contrario di Bersani, quasi privo di slogan e nettamente più motivante nelle sue parti, esibendo il suo modus operandi e le parti che completano il percorso che vuole continuare.
La scelta di voto qui è plausibile, come anche la scelta di non voto, se non altro la credibilità e la serietà ne guadagnerebbe, ma l’austerità propagandata ha destabilizzato la fiducia su quest’uomo e qui non si può certo dare torto, se poi si aggiunge che ora la sua impopolarità nei sondaggi si è abbassata quasi a toccare la soglia sotto il 10%, vuol dire che proprio gli italiani, il professore saccente non lo vogliono più vedere.

1.5 “Abbiamo oggi una mafia più civile e una società più mafiosa”
È uno dei nuovi, è il magistrato accusato di conflitto di interessi, è quello che a detta di alcuni porta avanti la lotta vera contro la mafia, che ha ingabbiato molti che andavano distrutti, insomma un personaggio già in vista che ha dalla sua di non essere un politico fatto e finito, né un tecnico dalla fredda aspirazione, ma un magistrato coadiuvato da suoi simili, per portare avanti un’idea completamente differente.
È un assemblato dei vari partiti. Ricorda Grillo per la lotta contro i partiti, Monti per la serietà, si sposa con alcune idee bersaniane e come tutti dà contro a Berlusconi.
Ingroia è certamente il più democratico di tutti, vicino all’ex rifondazione comunista e per tanto aiutato da partiti affini come il Partito dei Comunisti Italiani, imposta il suo programma non come dato di fatto, ma come discussione aperta all’italiano che lancia idee e ne spiega le argomentazioni.
Un’idea che in democrazia dovrebbe essere doverosa, ma che spesso si dimentica. Lui ha la serietà e l’immagine per l’esterno, ma ancor poca mano per dar vita ad una rivoluzione civile duratura e ampia, ma l’idea di fondo c’è.
Dopo il fallimento di partenza, quando riceve il no da Bersani per l’alleanza, si mostra da solo, con un suo logo, guidando De Magistris, Orlando e Licandro, chiarendo una posizione politica tutta giuridica, fatta di riforme e cambiamento costituzionale.
Si aggregano alle sue idee molteplici partiti come Italia dei Valori, che si stacca dunque dalla sinistra centrale di Bersani, il Partito dei Pirati, movimento internazionale, vera e propria idea di civilizzazione del mondo attraverso conoscenza a diritto, e l’attivista Borsellino, fratello del compianto magistrato, che però strizza l’occhio al mattatore Grillo. Il loro programma ha ideali simili, ma concetti di Governo pressoché opposti, l’uno democratico, l’altro dittatoriale.
Ingroia prova dunque a cimentarsi in questo mondo politico, lui che di fatto è illeggibile, ma tant’è, arrivare alla carica di premier è un utopia fatta e finita, quindi candidarsi lui stesso come leader è una mossa che palesa anche un’intenzione di rivoluzione connessa con una furba gestione delle regole.
Il suo credo è europeizzante, ma senza il dipeso vivere sulle banche, ha un’intenzione forzata di andare contro Berlusconi e Monti e questo la dice lunga su quanto quest’ultimo e Bersani si possano coalizzare.
Ha interesse, seppur secondario verso la scuola a la ricerca, verso il ritorno alle attività artigianali ed agricole, ma non si sofferma su quanto e su come attualizzare queste scelte.
La lotta alla mafia ovviamente è il suo punto d’onore, e non poteva essere altrimenti, ma forse in alcuni giri viziosi, soprattutto giochi politici, cade, andando a danneggiare se stesso e la sua immagine, affiancandosi a tutto il cucuzzaro.
Votarlo ha certamente senso, il suo spirito è nuovo, non ha sbalzi d’umore ed è credibile, ma proprio la sua poca esperienza come uomo politico potrebbe dare peso negativo al suo mandato che poi, essendo illeggibile, non sussiste logicamente come percorso.

1.6 “Senza globalizzazione saremmo semplicemente fottuti”
Terminiamo con l’uomo che fa del suo vestire, la sua arma principale. I suoi baffoni e la pelata, il bastone con fregi in vista, i colori sgargianti delle sue divise da politicante/giornalista, sono il motivo di dibattito dietro la sua figura.
Oltre a questo, un master che non si capisce da che parte viene e dove va e un’idea fissa, la globalizzazione, generata da un credo poco ragionato forse, ma alimentato a dovere, magari cercando di studiare movimenti e parlantina tipica degli imbonitori di cui sopra.
Parlare di questo Oscar da votare, proprio nel giorno dell’Academy Awards, non è facile, anzi dilungarsi troppo è affare difficile, non tanto per quanto possa essere stato attivo in passato nella politica o quanto sia visibile al pubblico votante, ma proprio perché il suo scarno programma politico, non ha un corpo, una massa, tale da riservargli parole e parole.
Prima presidente del suo movimento, poi falsamente dimesso, poi dimesso come carica, ma rimasto candidato premier, Giannino ha in testa liberismo e liberalismo, senza, parole sue, compromessi, che in alcuni casi risulta forse infattibile, ma dopotutto, idee in questo senso non sono state rese note.
Il punto però che assurge a ruolo importante, nonostante sia partito in sordina, è l’idea di una scuola e di un’istruzione che abbia un’immagine più vivida per riprendere i fasti passati, immagine ormai persa da tempo, grazie ai numerosi tagli che hanno di certo poco giovato alla crescita del Paese e alla famosa fuga di cervelli.
Gli altri punti sono, levate qua e là piccole differenze, simili a tutti i programmi, forse da non dilungarsi troppo, se non leggendo passo passo i vari punti.
Lui appartiene alla schiera degli intrattenitori, lo dice il look e lo dicono i modi, un personaggio che in poco tempo ha acquisito visibilità e per alcuni credibilità, grazie a questo modo di essere che agli italiani, indubbiamente, piace.
Sono riusciti anche con lui a trovare la pecca, il risvolto negativo per farlo apparire sbagliato agli occhi della gente, quel master di cui tanto si parla, ma tutto sommato, nonostante look e modi di essere, il programma, seppur scarno, rispecchia un ideale ben preciso, assecondando un’ulteriore fetta di gente che odia l’affossamento dell’istruzione.
Votarlo ha certamente un senso, anche se forse la credibilità delle sue movenze risulterebbero solo un revival trito e ritrito che per anni ha danneggiato la nostra immagine, ma dopotutto completo nessuno c’è, ma si può auspicare un discreto operato.

1.7 Conclusioni
Non sarò certo io a dirvi chi o cosa votare, ma certamente ho i miei pensieri e certamente si evincono dalle mie battute e dai miei paragrafi. L’unica cosa che chiedo, è che la motivazione di un voto per il nostro capo di Stato, il nostro uomo che dovrà avere in mano le sorti del Paese, quello che avrà un entourage di uomini, sia concreta, stabile e votata al futuro.
Promesse per l’immediato futuro non esistono, non sono attuabili in questo stato delle cose, ma bisogna certo ragionare su cosa sia meglio per il Paese e per la crescita, per l’economia e per la nostra immagine, per quelli che si troveranno nelle future situazioni e per quelli che termineranno nelle presenti.
Insomma, leggete, leggete, leggete, leggete, non soffermatevi ai battibecchi, ma leggete, leggete, leggete, leggete.