
Il cinema italiano spesso imbastisce i multiplex e le monosale di tutto lo Stivale con pellicolucce, filmetti, lungometraggiucoli che anche solo dalle locandine si può capire quanto possano essere irritanti e poco funzionali alla salvaguardia di un'arte in via di decadimento.
Infatti porsi davanti a quattro, cinque, sei attori, messi in fila su di una superficie colorata e monodimensionale, sorretti da un titolo che gioca sulle parole amore-natale-felicità, spiega quanta fantasia mettano i produttori nell'esporre ad un pubblico ormai abituato male, operazioni mediatiche di scarso linguaggio, di scarso interesse, di scarsa fruibilità.
Il duo Immaturi e Immaturi – Il viaggio, assecondano in pieno questo gergo da business dedicato al presente; come se fosse impossibile salvare la settima arte da un tracollo senza eguali e ci si affanna a racimolare quanti più soldi prima di chiudere baracca e burattini.
Il lavoro sintomatico di questa commedia d'oggi viene distribuito nell'arco di circa due ore da Paolo Genovese, che in passato aveva già lavorato con Luca Miniero (quello dei due film con l'accoppiata Bisio-Siani), portando situazioni stereotipate attraverso un incipit che nel primo capitolo pare interessante, ma che viene mano a mano distrutto dall'alternarsi di scene “che ci devono essere”.
All'inizio la storia ha contorni originali, dove sette ex compagni di scuola del liceo, si ritrovano a dover ripercorrere (quarantenni) il tremendo giorno degli esami, visto che gli viene revocato il diploma; poi complice attori senza personalità (eccezion fatta per il Paolo Kessisoglu che non ti aspetti), una stesura con dialoghi alquanto obsoleti e un secondo capitolo figlio di un buon successo al botteghino, ma alquanto forzato nell'esposizione, portano queste due pellicole ad affiancarsi ai vari Boldi-De Sica-Pieraccioni-Aldo, Giovani e Giacomo.
Spunti interessanti per fortuna ce ne sono, tralasciando il già citato incipit: la storia tra l'impenitente Kessisoglu e la malata Anita Caprioli ne Il viaggio o alcune battute del bamboccione Ricky Memphis del primo film (in discoteca rivolto a Barbara Bobulova: “io volevo invitarti a ballare, ma aspettavo il lento”).
Il problema, che come già detto attanaglia il nostro panorama artistico quasi in toto, risiede proprio nel voler a tutti i costi distribuire pellicole che apparentemente potrebbero fare la fortuna dei nostri imprenditori, ma tornando anche solo poco indietro nel tempo, ci si accorge di come Gomorra e Il divo, non solo abbiano portato una considerevole ventata artistica, ma hanno oltremodo stuzzicato il pubblico in sala, grazie ad ascolti record.
Non ci vuole dunque molto a guardare ai veri talenti nostrani, a publicizzarli, e dopotutto non sarebbe nemmeno un azzardo, visti i risultati delle poche pellicole narrativamente valide di questi dieci anni, esaltare all'estero le nostre abilità.
Almeno nel cinema saremmo considerati degni di fiducia. Monti docet.
Voto: 5.5/10
Andrea Bandolin

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