Il tema del destino ha sempre regalato al cinema linguaggi interessanti da sviluppare; più precisamente la possibiltà per l'uomo di poterlo cambiare a proprio piacimento.
Già Bill Murray in Groundhog Day aveva saggiato suo malgrado questa esperienza e Gwyneth Paltrow aveva scelto la sua strada (apparentemente giusta) per cambiare così eventi negativi nel film Sliding Doors.
Quasi sempre però, questo genere nasconde un animo incurabile, radicato fin nell'osso in moralismi del più classico dei pessimisti.
Source Code, secondo lungometraggio del talentuoso Duncan Jones, ammirato per la sua versione psicologica e monologica del viaggio lunare in Moon, rielabora in chiave fantascientifica il modus operandi del dover affrontare sempre gli stessi momenti. In questo caso 8 minuti, spiegati dall'aura di memoria che giace in un individuo dopo la sua morte e che può essere riutilizzata attraverso un marchingegno d'altri tempi, per prendere possesso dei pensieri in questione e tornare quindi indietro nel tempo.
Il capitano Colter Stevens, interpretato da un buon Jake Gyllenhaal (Jarhead), morto in battaglia si ritrova sospeso in un mondo (concretizzato nel film da una capsula), in cui viene utilizzato dal Governo per capire chi aveva messo un ordigno nel treno che la stessa mattina aveva fatto molte vittime.
Tra queste c'era un insegnante, compatibile con Stevens, quindi idoneo a quel trasporto temporale e psichico che consente al protagonista di sventare il secondo e futuro atto terroristico. Una sorta di Quantum Leap in versione più personalizzante.
Quegli 8 minuti sono pochi e dettati probabilmente da un'incoscia voglia di mettersi per forza i bastoni fra le ruote, anche quando si prova a cambiare il fato avverso.
Finiti i preamboli di questo falsamente intricato plot, quello che rimane non è un nulla come può accadere nei vani tentativi di un prodotto da business, ma emerge un'intricato e studiato percorso del personaggio principale che si districa tra realizzazioni di morte, tentativi di chiamate al padre da un mondo parallelo e innamoramenti precoci con la vicina di sedile (la Michelle Monaghan di Eagle Eye).
Duncan predilige, e si vede, un approccio più votato alla caratterizzazione dei suoi individui, portando una trama al servizio degli sguardi del traghettatore della vicenda.
Aggiunge inoltre un sistema che nel cinema rimaneva obsoleto. Infatti, non è mai stata trovata una soluzione al banale countdown che porta all'esplosione di una bomba. O viene fatta esplodere ad un secondo dalla fine, cosa che ammazza la suspense (invece di crearla), o brilla nei secondi successivi, disorientando lo spettatore.
Il regista qui crea un gioco d'angoscia attraverso quegli 8 minuti che sono infinitesimali a confronto del tempo che servirebbe per scoprire un attentatore e ciò manifesta un movimento adrenalinico efficace.
Per concludere, segnalando una nota stonata (tutto sommato però soggettiva), il film termina con il classico lieto fine banalizzato, dopo una scena, d'impatto, che avrebbe tenuto il gioco di sospensione temporale ancora più attivo, anche al di fuori della sala. Invece Duncan ha preferito discostarsi da quel tratto pessimistico che raggruma tutta questa serie di pellicole dedicate al destino, formulando la creazione di un universo parallelo che riporta in vita il capitano, l'innamoramento precoce e la tanto agognata chiamata al padre.
Se non altro si tenta di dare speranza, che in questo mondo può veramente fare la differenza per cambiare il proprio futuro.
Voto: 7/10
Andrea Bandolin

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