sabato 18 febbraio 2012

Dawson isla 10

Siamo nel 1973: una delle più controverse storie militari-politiche del secolo passato vengono trascritte, decodificate e proposte in chiave semiromanzata.
Pinochet indice un golpe e rovescia il neo presidente Allende insediandosi al suo posto, guidato anche da una non passiva America, regalando pagine di storia legate allo spionaggio industriale, ai servizi segreti e ovviamente alla Guerra Fredda.
Da El Chacal de Nahueltoro, suo film d'esordio, Miguel Littin ha sempre condiviso a suo modo e maniera la riluttanza per i soprusi. Essendo un patriota a tutti gli effetti dedica la sua carriera a mostrare le vicende scabrose del suo Paese, dandogli un effetto che intreccia documentario e finzione, donando spessore ad ogni suo personaggio.
Già con Actas de Marusia e Alsinio y el condor, entrambi in concorso agli Oscar come miglior film straniero, ci eravamo resi conto della bravura e della maestria con cui Lattin giocava con silenzi e personaggi, dissipando dubbi e rancori attraverso gli sguardi degli stessi.
Nel 2009 era uscito nelle sale con Dawson Isla 10 incorniciando la sua trama attraverso il colpo di Stato propugnato da Pinochet parlando della storia singolare di un gruppo di magistrati legati ad Allende che, rapiti, vengono imprigionati in un'isola al largo dello stretto di Magellano. Seviziati e trattati come bestie, riescono a far emergere le proprie parole e i  propri pensieri attraverso l'autobiografia di Sergio Bitar (Benjamin Vicuña), membro del Governo presente sull'isola che da voce a sé e ai suoi compagni di sventure.
Littin continua imperterrito a mostrarci eventi dimenticati della storia cilena, delegando a volte la stessa storia a spiegare un percorso filmico di vero effetto. Votato a elevare la dignità dei personaggi schiacciati da questioni troppo più grandi di loro (lo scambio di vitamine per una matita, simbolo di libertà di espressione, ne è la prova).
Questo prodotto cinematografico è a tratti intenso, intervallato da sequenze di repertorio del '73 dello stesso golpe che Littin chiama (affiancandosi al JFK di Oliver Stone) per concludere il suo vero discorso che fino alla fine pare nascosto: Allende non si è suicidato, ma è stato ucciso.
I magistrati subiscono gli abusi senza poter fare niente e tramite silenzi e paesaggi uggiosi il regista regala spezzoni fantasiosi di una storia vera, anche se a volte si rilassa troppo nell'immergersi in quel percorso mentale chiamato psicologia.
Infatti in alcuni momenti la pellicola si ingolfa mostrando lacune discorsive che nonostante tutto esaltano le doti di Littin che si prodiga nel rendere omaggio ai deceduti di quell'insana strage politica per ripercorre le parole strazianti del magistrato-scrittore.
Non segue molto le orme dei suoi due precedenti film premiati, né l'altro interessante lungometraggio Tierra de fuego, ma attraverso un percorso anche biografico (considerando che proprio a seguito del golpe venne esiliato in Messico) trasporta lo spettatore in una docu-fiction di buon livello che aumenta grazie alla caratura degli attori e alla distribuzione della psicologia della macchiette nel film.
Attendiamo con ansia il suo prossimo lavoro.

Voto: 7/10

Andrea Bandolin

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