Partiamo
dalla fine. Oltre le luci spente, oltre i commenti post titoli di coda, oltre
il tragitto fino alle rispettive case e proprio al termine della lettura
curiosa di alcune recensione tra web e quotidiani. Proprio lì, alla voce Kingsman – Secret Service, trovate
alcune informazioni non captate durante la proiezione, ma questo accade
sostanzialmente ad ogni visione. Leggendo anche io svariate critiche su questa
pellicola diretta da Matthew Vaughn, ho notato però che la curiosità nella fruizione
non sia stata soddisfatta, in quanto molteplici visioni si sono affastellate
per delucidare il voto finale dato. Si è parlato di citazioni
pulp-tarantiniane, di ovvie intromissioni fumettistiche da cui l’opera trae e
nel 90% dei casi, di semplice prodotto di intrattenimento, facile da svelare.
In realtà, o meglio, nella mia personale visione, gli agenti segreti della
tavola rotonda usano citazioni, spy action puro, dialoghi classici tra
delatori, ma se si osserva in profondità, questo film non è il solito film
d’azione. Ha un’anima dettata principalmente dallo stile di Vaughn che da Kick ass gioca con lo stereotipo,
cambiandone forma ed aggiungendo quella vivace forma di cinismo che tanto
alberga nel cinema moderno. Kingsman –
Secret Service è un film sulle spie, su un gruppo di agenti super segreti,
eleganti, acculturati e armi letali. Artù ne è il capo, Galahad l’uomo che
vuole vivere di espiazione, Eggsy il giovanotto tutto strada e bullismo che
scopre di voler prendere il posto di Lancillotto, un tempo ruolo del padre,
mentre il cattivone miliardario di turno è Valentine, un cinico e spietato
distruttore di mondo, dal singolare abbigliamento hip hop. La trama è semplice
e divisa in due tranche. Un addestramento di Lancillotto, una spia all’interno
delle spie, un uomo che vuole purificare il mondo da se stesso e un gruppo
eterogeneo di eroi che vuole fermare l’apocalisse. Se vogliamo scovare
intromissioni del B-movie tarantiniano, dobbiamo soffermarci solamente sulle
protesi della violenta Gazelle, dalle acrobatiche movenze e soprattutto dalle
caratteristiche lame, sostituzione dei propri limiti inferiori, che ricordano
vagamente il fucile innestato a Rose McGowan in Planet Terror. Tolto questo, è puro stile vaughniano, con fusioni
classiche e moderne, passando dal found footage al montaggio sveglio e ritmato.
Kingsman è sì un prodotto di
intrattenimento, ma lontano dall’essere un mero film dall’oblio facile. Finendo
con l’inizio infatti, durante la proiezione, non si può fare a meno di
ripensare, profondamente divertiti, alla lunga battle royale di Colin Firth in
chiesa o alla detonazione seriale e colorata dei microchip. Peccato per
quell’ostentato citazionismo del protagonista verso il proprio mentore e
tutore, ma è una pecca perdonabile, soprattutto se alla fine, prima dei titoli
di coda, la chiusura del contiuum ci strappa un sorriso malizioso.
VOTO: 7/10

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