All’incirca
un anno e mezzo fa esce in Italia un’opera cinematografica dal forte senso morale, dalla speranza infranta che palesa un vivere totale dell’umanità stessa,
poco avvezza alla risalita. Faust,
ultimo di una trilogia, del regista russo Sokurov, prende possesso del mito
letterario, descritto in righe e strofe da numerosi grandi romanzieri e la
travisa rendendola sua, accattivandola sotto una chiave tutta diversa.
Lo
scorso 16 maggio invece approda lo sfavillante luccichio degli anni ’20 e della
cultura del proibizionismo, buona solamente ad alimentare i sogni di una vita
spensierata. Il Grande Gatsby,
corredato del sempre presente 3D, del regista Baz Luhrmann prende in prestito
uno dei capisaldi letterari del ‘900 e ne stravolge parte dell’essenza,
soppiantandola con un gusto eccessivo tutto personale. Apparentemente
queste due pellicole hanno scopi diversi, ragioni opposte se vogliamo, ma
analogie sintomatiche che danno la base per un successo critico.
Entrambi
pescano dalla letteratura ovviamente, ma lo fanno non trasferendo l’opera
intera nell’universo cinematografico, ma tagliuzzandola nelle parti in cui lo
stile e il pensiero dei due cineasti non si va a sposare con quello degli
sfruttati scrittori. Come Sokurov, Luhrmann fa sua la letteratura di
Fitzgerald, racconta di eccessi, di colori sgargianti propri di quell’epoca, di
un personaggio incline all’onnipotenza, di un’America disturbata dalla
scissione tra ceto basso e ceto alto, integrando il tutto in chiave semi
moderna, con costumi fedeli all’epoca e adattamenti musicali propri del nostro
secolo.
Se
da un lato Sokurov assembra e moralizza ancor più le parole di Goethe o Mann
rendendoci partecipi e colpevoli della discesa del mondo mancante di speranza,
Luhrmann estromette lo spettatore dalle sue emozioni e dalle sue idee ostentando
una magnificenza visiva difficile da trovare e palesando infine la speranza che
sembrava perduta; entrambi infine si accordano con i loro predecessori,
accontentando il loro stile, mischiandolo però al proprio.
Staccandoci
un attimo dalla stupenda e distruttiva opera di Sokurov, per verificare quali altri
pregi e difetti presenta la nuova pellicola del regista australiano, troviamo
quanto simili, nonostante la chiave modernizzata, possano essere Luhrmann e
Fitzgerald.
Chi
ha letto il romanzo trova sì enorme differenze, non può essere che ovvio,
considerate le idee talvolta contrastanti di scrittura del primo e la messa in
scena del secondo, ma ciò nonostante la figura del sempre ottimo Di Caprio
emana una potenza unica e indelebile, coadiuvata dalle inquadrature che ne
favoriscono l’ascesa alla leggenda, un mito che viene immaginato allo stesso
modo e maniera. Il racconto per la cornice storica è semplice, ma efficace,
distribuito a dovere nel corso della pellicola, senza troppe digressioni fuori
tema. L’approccio visivo è unico, impreziosito stranamente dall’utilizzo del
3D, che esercita la sua presenza attraverso una profondità di campo che amplia
gli spazi e non gioca solamente al mero gioco dell’oggetto contro lo schermo.
Una profondità di campo, anima del cinema, spesso snobbata, ma fortuna di molte
pellicole, grandi o meno, che hanno costellato la storia della settima arte.
I
critici americani Eddie Harrison e Pete Hammond catturano attraverso le loro
parole l’essenza del film. “L’approccio sgargiante di Luhrmann è appropriato al
materiale” riferendosi certo ad una trasposizione non completamente fedele, ma
organizzando una pellicola che alimenta Gatsby sotto una nuova luce; “Non c’è
mai stato un film di questo genere” perché all’uscita della sala ti trovi di
fronte ad un unicum strabiliante, una gioia di colori e di immagini, uno stile
presente e una tecnica perfetta nell’esporre l’ostentazione di quegli anni tra
le note della dance del nuovo millennio.
La
trasposizione però ha sempre delle difficoltà e Luhrmann come ogni altro si
scontra con quel qualcosa che tra libro e cinema difficilmente è fattibile. Il grande Gatsby letterario è un misto di pathos e satira, due
universi opposti che si attraggono grazie alla maestria dello scrittore. Il
regista ci prova, asseconda le vicende e le rende vivide agli occhi del
fruitore, ma riuscire nell’impresa di collegare la tensione tra gli sguardi
degli attanti che attendono le reazioni dei protagonisti (i momenti nella
pellicola sono di alto cinema, perfettamente riusciti) agli ironici e
divertenti imbarazzi tra Daisy e Gatsby ritrovati dopo una pausa forzata (qui
Luhrmann zoppica leggermente) è una faccenda di tutt’altro peso e il regista
non sempre riesce ad unire le parti.
Il Grande Gatsby di Luhrmann è allo stesso tempo il suo grande Gatsby
e Il Grande Gatsby di Fitzgerald,
togliendo un po’ delle dinamiche letterarie dove le menzogne sospingono e
creano il mito del protagonista, ma acquisendo materiale visivo e scenografie perfette
proprie dell’universo di argento e pixel.
Forse
l’unico appunto che destabilizza il film sono proprio le parole dello stesso
Fitzgerald che passano sovraimpressione, come dattiloscritti animati da
Carraway (Tobey Maguire, nella sua prima interpretazione interessante) o camuffati
nella neve che scende sulla città. Parole che sembrano sterili accorpate alle
immagini, che rendono vano lo sforzo grafico elegante e potente di Luhrmann che
esce da questa sfida certamente vincente dopo il deludente e alquanto pesante
passaggio nella terra natale.
Grazie anche ad un cast ottimo, con la migliore
interpretazione attoriale del sempre snobbato Di Caprio e gli ammiccanti
sguardi della sorpresa Mulligan, il film cattura lo spettatore, lo immerge nell’epoca
e gli racconta le vicende di Gatsby, imprenditore di se stesso, amante timido,
amico unico e scostante quanto basta per amarlo, che come modello di vita ha
Dio stesso e la sua grandezza. Luhrmann riesce nell’impresa, anche se una
riserva, dovuta ai collegamenti narrativi, fa mancare al regista l’appuntamento con la
storia.

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