mercoledì 11 marzo 2015

Automata: un conflitto evitabile

Lo ammetto, di primo acchito anche io ho pensato che Automata dello spagnolo Ibàñez, interpretato e diretto da Antonio Banderas, fosse uno snodo per intraprendere ancora una volta la ribellione della macchina creata dall’uomo, senza pensare che viviamo in un periodo, in un filone, che vuole districarsi nell’analisi filosofica dell’umanità, portando con sé proprio quei circuiti assemblati, rendendoli benevoli e creando un quieto vivere, padre fondatore di un’evoluzione possibile. Nel 2044 Jacq Vaucan è un detective a libri in una società di assicurazioni che gestisce le diatribe sull’utilizzo dei pilgrim, androidi utilizzati nelle più disparate situazioni in un quotidiano post apocalittico. Un gruppo sparuto di robot però viola un fondamentale protocollo, che non permette agli stessi di evolversi e di gestire in proprio i circuiti di cui sono costituiti, di ripararsi. Questa anomalia stravolge la megalopoli in cui vive Jacq e la sua vita da frustrato assicuratore in attesa di diventare padre. Sarà però, proprio grazie alla nascente coscienza di questi compagni inusuali che, attraverso il deserto che circonda la sua città, scopre quanto involuzione ci sia nell’umanità dei suoi simili. Automata quindi, non è una rivolta del popolo cibernetico contro l’umanità, ma una richiesta di indipendenza, un’umanità collaterale che scaturisce dalla violazione dei limiti imposti da una specie in pericolante via di estinzione. Per spezzare una lancia in favore dei robot, bistrattati e trattati come babau dentro l’armadio, Ibàñez cita Asimov e la coscienza androidica da lui creata, cita Blade Runner e l’ambientazione noir di una distopica Los Angeles, cita Ghost in the Shell per quella fondamentale voglia di emancipazione robotica. Il regista gestisce bene il tutto, si interroga attraverso un incipit che si protrae per consentire al fruitore di assorbire la sua personale mitologia, ma cede in seguito al dilungarsi, allo spiegare quello che già dalle splendide immagini del deserto contaminato, si poteva carpire. Film pregevole anche per originalità, o più precisamente, per l’evoluzione di un’idea già consegnata tempo addietro alle menti comuni. Purtroppo, come detto, si perde nel raccontarsi, ma sintomaticamente si chiede cosa succederebbe se questi robot che hanno violato il secondo protocollo, violassero anche il divieto di fare danno all’umano padrone.

VOTO: 6.5/10

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