Spesso
i film sono spunti, tendenzialmente per discorsi più ampi, per ragionare su
quanto ci si sia evoluti o regrediti, sul perché di certe scelte, sintomo di un
irreversibile moto nascosto e raramente su quante analogie ci siano tra un
determinato stile e il suo contraltare passato.
In
questo caso però, uscendo dalla sala, o meglio, già in itinere durante la
proiezione (motivo di una momentanea destabilizzazione), le scene di The Place Beyond the Pines, del neofita
americano Derek Cianfrance, mi hanno portato alla mente questioni irrisolte che
avevo preso in considerazione e lasciate poi lì a fermentare, colpevolmente non
ragionandovi su.
Da
qui in poi l’avvertimento al lettore è che non mi limiterò per evitare spoiler
sgraditi, ma proprio analizzando il percorso filmico sviscererò (più a me
stesso che altro) quella famosa questione irrisolta. Quindi, se la vostra
intenzione è godervi la proiezione, smettete di leggere e ritornate in futuro,
dopo la visione, se ne avrete voglia.
Mi
scuseranno gli amanti del gran cinema per questo accostamento irriverente,
anche se di accostamento non si tratta, ma il pensiero vola e spesso non c’è
modo di bloccarlo, massimo celarlo per un coraggioso futuro.
Riprendendo
il discorso sulla pellicola, mi sono ritrovato ad un certo punto, all’incirca a
metà del percorso al buio della sala, a pensare ad Hitchcock. Certo all’inizio
non ne capivo il motivo, ma finita la destabilizzazione (perdendo qualche
frammento di pellicola) ho capito che tutto sommato un motivo, seppur forzato,
c’era.
Il
film ha un soggetto molto semplice, di quelli che si incontrano facilmente: uno
stuntman tutto tatuaggi e arroganza, Luke il bello, incontra nuovamente una
ragazza con il quale si capisce avere un legame che intanto si è fatta un’altra
vita e che inizialmente tiene nascosto allo scapestrato il frutto neonato dal
loro ambiguo amore. Un’inspiegabile coscienza muove il neo padre che dapprima
cerca onestamente lavoro e poi frustrato, per riconquistare ragazza e figlio,
rapina banche con l’aiuto di un impensabile mentore. Fatale però è una rapina
gestita senza partner e il poliziotto da poco in servizio si trasforma in eroe
per la comunità locale grazie all’uccisione del bandito in motocicletta. Il
poliziotto quindi fa carriera, ma ha sulle spalle una famiglia distrutta, un
bambino senza padre e cerca di gestire vita privata, vita pubblica e vita
interiore. Il salto temporale finale, vede poi una sfida velata all’O.K. Corral tra i due figli, il primo
delinquente come il padre, il secondo delinquente per mancanza di un padre che
pensava, volente o nolente, al figlio dell’uomo che aveva ucciso. E qui bene o
male, non andando oltre, termina la narrazione.
Proprio
nel momento della morte di Luke il bello, terminato anzitempo dal poliziotto di
quartiere (interpretati dalle due star nascenti Gosling e Cooper), il moto
perpetuo sempre fissato nella mente e nel cuore dei fruitori, viene deviato.
Normalmente
si assiste alla vita, alla vicenda, al percorso, di un uomo o di una donna, di
un gruppo o di una coppia che attraverso vicissitudini e felicità momentanee,
scazzottate e esplosioni gratuite, termina la sua corsa poco prima dei titoli
di coda o addirittura nel bel mezzo delle scritte su sfondo nero.
Pensare
che un protagonista, in più molto conosciuto soprattutto per la sua
estromissione dalla corsa agli Oscar per Drive,
venga ucciso quando ancora le luci dell’intervallo non sono accese, è un
momento che gioco forza costringe lo spettatore ad un percorso diverso. Per le
menti abituate (male) il risultato è una noiosa seconda parte di pellicola,
recuperata forse solo dall’aggancio finale dei due figli, per i cervelli illusi,
due mediometraggi l’uno di seguito all’altro.
Ricordando
però appunto il già nominato e compianto Hitchcock, solito nell’utilizzare
attori e attrici famose, seguiti dalla telecamera per una buona fetta di tempo
e poi assurti a ruolo di semplici vittime, si viene portati in un turbinio di
emozioni che tendono ad un’abitudine illusa. Nel caso di Hitchcock quasi sempre
queste buone abitudini si tramutano in illusione futura, mentre nel caso di
Cianfrance dapprima sembrano due mediometraggi staccati l’un l’altro, incollati
a forza nel finale da uno strascico simile al velo della sposa, poi riflettendo
sul perché di tale scelta, cambiano forma, diventano un unico mandato, un film
a staffetta, a triplice soggetto, strizzato in un corpetto per far entrare la
ciccia in eccesso che inspiegabilmente non fa danno, ma compatta il tutto
attraverso una scelta non sbagliata, ma solamente fuori dagli schemi prefissati
e di difficile digestione.
Persino
il titolo The Place Beyond the Pines,
sforza un doppio significato, una doppia confidenza con lo spettatore. La prima
semplice, dedicata al pubblico abituato, descrittiva e ambientale e la seconda,
per il povero illuso, dove il sostantivo Pines
trascina con sé il verbo to pine,
fallire che dopotutto è il moto trascinante del film.
E
se il protagonismo del film rilascia una chiusura a tre vettori, anche il
titolo racchiude, forzando ancora un poco, un terzo elemento sintattico, una
“pena” che colpisce il poliziotto assassino, che frusta il tatuato genitore,
che colpisce i figli a causa delle scelte dei padri.
Il
momento di riflessione su Hitchcock era dunque terminato quando la ragione del
titolo originale è sopraggiunta, tralasciando il reinventare italiano de Come un tuono (che si concentra sul
primo attante), ma ha dato modo di arricchire la mia idea di sfaccettature che
lo stesso film premeva in modo da essere carpite. Certo è che le riflessioni, o
almeno la metà di queste, sono frutto delle decisioni a posteriori degli stessi
fruitori e spesso non c'entrano con le idee iniziali dei creatori, ma dopotutto
sono sempre idee che possono in qualche modo e maniera essere trasmesse come
creazioni per essere in seguito utilizzate da ulteriori creatori che guardano
indietro per aumentare l’avanti.
Se
Cianfrance abbia guardato Hitchcock e lo abbia emulato, come terzo seguace dopo
De Palma, non ve lo so dire, ma certamente la casualità di alcuni eventi in
molti casi rispecchia le illazioni susseguenti e ne determina le visioni che si
frappongono tra il buio in sala e i commenti davanti alla biglietteria del
cinema dopo la visione.

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