Le
elezioni sono all’ordine del giorno. Il Governo cade, si rialza, spazza i
pantaloni dalla polvere e continua a fare quello per cui era caduto, o buttato
a terra, a seconda.
Le
elezioni sono all’ordine di un giorno, un solo giorno e potremmo inoltrarci nei
meandri dell’impossibile, dove tutto è quello che non sembra e viceversa.
Bersani
sta avanti con la sua spider, Berlusconi sta dietro in Porches, ma è in scia,
in corsia di sorpasso, mentre Monti e Grillo corrono con le loro berline, il
primo ligio, paga al casello, l’altro prova a recuperare in corsia d’emergenza,
mentre in strade provinciali Giannino e Ingroia in sella alle loro utilitarie,
cercano la strada dal loro tom tom.
Ognuno,
anche i pantofolai si ritrovano alla meta, aspettandoli al traguardo, ansiosi
di vedere chi arriva prima, ma il tifo non è uniforme, né convinto, niente ole,
niente cori e striscioni, solo tifo e urla incomprensibili disseminate al
traguardo.
Il
Gran Premio è ormai caduto in disuso, ma va visto, perché il canale è uno solo
e ci si deve pagare pure il canone, quindi almeno sfruttiamolo e vediamo chi
vince.
La
corsa dunque è quasi alle battute finali e terminerà con ogni probabilità al
foto finish, cosicché i direttori di gara dovranno cimentarsi in una rilettura
attenta e doviziosa dei millimetri che separano l’uno dall’altro concorrente
che con ogni probabilità rimarranno alla guida di spider e Porches, dopotutto
non c’è traffico e la corsia d’emergenza non serve a nulla.
Un
saluto prima dell’arrivo e del gran finale è doveroso, un saluto a quelli che
hanno concorso e non avevano le auto per farlo, perché la loro percentuale di
successo è così bassa da non essere calcolabile, ma poi entrano nelle varie
scuderie, quelle più blasonate, entrano come meccanici e quindi se loro non
oliano bene il motore, la macchina non arriva più al traguardo e il campione
cambia sempre.
Quindi
vediamo chi sono stati i principali concorrenti, quelli che al traguardo ci
arrivano, o che almeno completano la maggior parte del percorso. Andiamoli a
conoscere, dopotutto i concorrenti bisogna conoscerli, altrimenti come si fa a
tifarli.
Per
farlo però abbandonare le metafore, servite come preambolo, è oltremodo
d’obbligo, altrimenti ci si addentra in un meandro politichese che ancora le
sue radici nelle menti deboli del popolo e che fa crescere semi, fiori e frutti
amari nel migliore dei casi, marci per la maggior parte.
Quindi
vediamo chi concorre a “salvare” il Paese. C’è chi lo conosce da tempo dal suo
seminascosto scranno, chi è conosciuto e passa la vita sul terrazzo a farsi
rimirare, chi ritorna prepotente cambiando mestiere, chi ritorna in sordina
cambiando mestiere e chi prova a giocare con le parole che non è abituato ad
usare.
L’Italia
è un revival, i sei massimi candidati, quelli del quorum al 4% (che non ne
sentiamo veramente né il bisogno né la logica), quelli che concorrono come
principali, quindi senza contare altri secondi partiti coadiuvanti, sono tutti
già visti. Berlusconi non ha bisogno di presentazioni, Bersani nemmeno, ma come
premier è tutto da scoprire, Grillo ci ha deliziato con la sua poco tirchia
foga genovese, Monti ci ha donato una full immersion di sé, Ingroia è
espatriato dalla Sicilia dove combatteva i cattivi e Giannino tra una
comparsata e l’altra in tv, come giornalista iscritto all’Albo, prova anche lui
la carriera politica, già intrapresa.
Insomma
un revival che si presenta però come rivoluzione: Berlusconi è l’alternativa
alla catastrofe Monti, Bersani l’alternativa alla catastrofe Berlusconi, Monti
l’alternativa politica alla dittatura di se stesso, Grillo la rivoluzione
incivile, Ingroia la rivoluzione civile e Giannino la rivoluzione estetica.
Insomma,
mille gusti fatti tutti con un unico latte, e per giunta scaduto o in via di
scadenza. Come ogni scadenza però, dipende sempre dal prodotto, qualche giorno o
mese in più potrebbe durare e magari si attende la prossima fornitura. Ecco che
si presentano le due categorie di politici: i latte avariati, che senza giri di
parole potremmo definire poco seri, e i latte aperti da qualche giorno, quelli
che la loro credibilità cercano di crearsela. Ma andiamo a vederli con le loro
proposte, le loro frasi fatte e i loro lati positivi.
1.1
“Io antidemocratico? La porta è quella”
Si
parla spesso di pifferai, di adulatori, di incitatori delle folle, imbonitori,
come quelli che al cinema invitavano la gente ad entrare nelle sale Lumiere,
che imbastiscono una linea di condotta tutta loro, in linea con il programma (o
pseudo tale) elettivo, che abbindola le folle attraverso giochi di parole,
dedicandosi ad un unico pensiero comune, realizzato dal cardine del partito.
Questi è Grillo, nascente comico e movente politico. Ma lui non è un politico,
ma ha un partito. Ma lui non ha un partito, ma si candida. Ma lui non si
candida, ma ha i finanziamenti. Ma lui, non quelli ce li ha come tutti. La sua
politica è figlia del fascismo come molti hanno osato dire. Non nel senso
stretto del termine, non con ideali mussoliniani fedeli agli anni della Guerra,
ma simile nel concetto “astratto” che molti chiamano dittatura.
Grillo
con foga vuole la rivoluzione, grida sulla folla, la stimola apparentemente, ma
in realtà sono tanti topi che seguono il loro pifferaio, mentre Grillo solo con
le sua urla e i suoi vaffa trasmette odio e rancore (per nulla represso o
mancante), verso la casta alta. La sua idea è figlia di un pensiero comune come
dicevo, ma stimolata da diversi intenti rispetto alla masnada di gente che lo
ascolta, lo difende e lo segue.
Lo
hanno definito antidemocratico, lui ha risposto che è il più democratico tra i
candidati. Lo hanno appunto definito fascista, lui ha risposto che i suoi
valori sono ecumenici. Insomma c’è da dire che le parole le sa usare, ma
ricorda in molte caricature quell’uomo che da 20 anni “consente” di votare il
male minore.
Non
è fascista, ma apre i suoi comizi stimolato dalle originalità mediatiche di
Mussolini (“Italiani!”). Ripudia i giornalisti non perché la stampa sta andando
allo sfascio, ma perché, a differenza del dittatore passato, i giornali, non
sono di sua proprietà.
Unico
pensiero dunque, comune, interessante e doveroso, quello della lotta ai
partiti, quello che vorrebbe eliminare i vitalizi, i finanziamenti, i giri di
soldi, le pensioni anticipate ai politici inventati e tutto quello che concerne
l’estromissione forzata dalla politica… di tutti i politici, ha un non senso di
fondo.
D’accordo
che tutti vorremmo questo, d’accordo che ha incitato la folla alla rivoluzione
ideologica, d’accordo anche che sta acquisendo talmente tanto potere da far
paura veramente ai politici, ma i grillini, quelli che lo votano, forse non si
sono chiesti una particolare, semplice e non inutile questione: se Grillo vince
le elezioni, che cosa farà oltre a questo? Come sistemerà l’economia di
recessione? Come affronterà i partiti d’opposizione che il quorum l’hanno
raggiunto? Come potrà avere solo opposizione senza coalizione? Sono tutte
questioni più che doverose, che molti votanti grillini dovrebbero tenere in
considerazione.
Il
programma di Grillo è come il Santo Graal, tutti lo vogliono, ma nessuno l’ha
mai visto. Non esiste un programma fondamentalmente, il suo è un legalizzato e
finanziato Colpo di Stato. Lui è un soverchiatore, decide per il suo partito
come unico essere senziente, se qualcuno sbaglia una virgola è fuori, fuori
dalla porta. La democrazia dicono che sia discussione, opinione e confronto; è
possibile governare un paese democratico senza democrazia? Forse, ma la gente
in fin dei conti non sarebbe troppo contenta (non tutti ovviamente).
Ma
l’annoso problema che attanaglia l’Italia, oltre ai politici corrotti e
segregati dalla mafia, è l’economia che non ha modo di liberarsi da quel giogo
costrittivo che la attanaglia da quando alleanza ed opposizione si sono
alternate senza continuità e senza possibilità di un risvolto positivo. La
gente ha fretta, vuole tutto e subito. E quindi cari grillini, come pensate che
il vostro dittatore (perché non ditemi che questa è democrazia) sistemi
l’economia, senza un piano finanziario, senza un soggetto esperto che lo aiuti
in tal senso.
La
falla però, del suo unico punto di programma (simile in tutto e per tutto
all’IMU come idea mediatica), è riassunta nel post elezioni. I grillini non si
accorgono o non sanno che una volta deciso il premier, chiunque esso sia, Pdl,
Pd, Scelta civica, Rivoluzione civile e forse, dico forse, Fare per fermare il
declino, raggiungeranno il fatidico e basso e inutile 4%, così da avere voce in
capitolo all’interno di Camera e Senato (o una solo dei due). In che modo
pratico può un fantomatico premier Grillo adoperarsi a togliere tutti questi
partiti che il quorum l’hanno raggiunto e che votati dagli italiani sono
insieme a lui a governare?
Avere
tutti contro poi non giova, lo sa chi è stato estromesso, chi è stato
detronizzato e il Movimento 5 stelle, finirà alle stalle in un batter di
ciglia, senza possibilità di presa, risucchiato da una folla inferocita di
oppositori, senza alleati a cui darsi. Insomma, già solo per questi motivi di
superficie, non ci sono ragioni per vederlo all’interno della politica. Come
voce fuori dal coro, esterno alla politica stessa però, è tutt’altro discorso.
1.2 “Smacchiamo il giaguaro”
In
senso lato, ma non troppo, la politica di Bersani si può riassumere in questa
metafora (una delle tante, caricaturata a dovere da Crozza). Andare contro il
tanto odiato/amato Silvio.
Nelle
precedenti elezioni, ogni occasione era buona per nominarlo e dire qualcosa che
lui o il suo partito non aveva fatto, compiuto o promesso, niente di più, come
fosse già pronto in partenza per fare l’oppositore del premier, già deciso ad
abdicare per la corsa al trono.
Quest’anno,
la sua idea politica è partita nel segno del nome del suo stesso partito,
creata tramite primarie che hanno stabilito chi fosse il leader tra lui, Renzi,
Vendola, Tabacci e Puppato, grazie al voto italiano, vero è con poco spazio di
manovra, ma l’idea di partenza era quantomeno da lodare.
Bersani
dunque è il leader, Gargamella, il saggio delle metafore, il barzellettiere
eterno secondo, insomma quello che, nonostante stia davanti, sembra sempre che
debba inseguire.
Ma
la sua voglia di riscossa era tale da non volersi cimentare in mere accuse
all’altro primo concorrente e le sue frasi a difetto indirizzate alla
concorrenza per un lasso di tempo indefinibile sono sparite e lui in poco tempo
è assurto a ruolo maggioritario nel cuore degli italiani, poi il patatrac.
“Smacchiamo
il giaguaro”, simbolo della frustrazione contro la bella faccia del Cavaliere,
è ritornata prepotente, in seguito ai fatti del Mps e da quel momento in poi,
la remuntada è tornata prepotente, stimolata dai sorrisoni tirati (liftati)
dell’ex premier e dall’assenteismo politico e considerato già vincitore di
Bersani.
Lo
stimolo politico era terminato, i sondaggi passano da un distacco massimo ad un
distacco “in corsia di sorpasso” che fa tremare l’Italia intera o forse no,
dopotutto.
Anche
in questo caso l’idea di partenza era la più solida che si potesse immaginare:
democratica, al lavoro con gli italiani e non senza, indirizzata verso un
ideale politico ormai perso da tempo, ma il tanto sentito patatrac ha rovinato
tutto e ha immerso Bersani in quel vortice politico da cui si era distaccato
per un momento.
Basta
entrare poi nel sito di riferimento del suo programma per capire quanto faccia
affidamento alle parole e poco o nulla ai fatti. Un programma se c’è, va
spiegato, va completamente esaurito per il popolino, non promosso da slogan
figli dei social network, ma ormai l’andazzo è quello.
Bersani
ha un programma, ha le idee di base, ma non ha una spiegazione di rimbalzo, che
definisca dove i soldi che si useranno per le varie istituzioni, dove vengono effettivamente
presi.
La
serietà si vede anche dalla disponibilità al dialogo e la sua apparente voglia
di democrazia, consiste quasi solamente nel simbolo del suo partito, nel suo
sito e nelle metafore che giocano a rimpiattino con il nemico.
La
sua campagna elettorale come detto è divisa in tre filoni: la parte giocata
d’astuzia, lavorata a dovere e che ha interessato gli italiani senza sforzo o
battute politiche, quella attendeista, che aspetta il nemico passare morto e
scorrere sul pelo dell’acqua (quando in verità a cavallo passa sull’altra
sponda), e quella di rincorsa da fermo. Il vantaggio è considerevole, ma la
vittoria dipenderà dai meccanici che lavorano con lui.
Proprio
per cercare di avere una maggiore spinta, anche lui ha tirato in ballo l’IMU, il
fattore cardine di questa politica fatta di parole e promesse (non mantenute).
Lui vuole dimezzare l’imposta sulla prima casa, giusto e costituzionale (anche
se andrebbe tolta, ma al momento non è possibile economicamente parlando), lui
vuole annullare l’imposta sull’abitazione principale fino a 500 euro, giusto,
ma se la sua “politica di rigore” è figlia dell’austerity montiana, come fare
per far avverare questo punto interessante? Boh?!
E
quindi questo “boh?!” costante pervade la testa e non fa capire quale sia lo
sbocco finanziario a cui aspira Bersani. Come tutti l’IMU l’ha votata, come
tutti pensa che sia normale avere una patrimoniale (che dopotutto hanno quasi
tutti i Paesi), ma pensa anche che sia giusto non gravare sui “deboli” e ci si
domanda quindi se questo sia l’ennesimo slogan politico o sia una questione
pensata a tavolino da tempo, questione che come lo spread è saltata fuori di
punto in bianco, quando ce n’era di bisogno.
Votare
Bersani un senso ce l’ha, la serietà del leader è tutta da verificare si
intenda, ma almeno una parvenza di logica e una coerenza con quanto detto finora
l’ha dimostrata, trasmettendo però l’esatto opposto della sua apparente
convinzione. E certamente le tre lettere Mps, non aiutano.
1.3 “Io sono l’uomo più perseguitato
della storia”
È
l’altro pifferaio, quello che non ha bisogno di presentazioni, quello che
all’estero è conosciuto per il bunga bunga, per le barzellette e per
l’attaccatura dei capelli, quello che ci dà modo nel mondo di non avere una
parvenza alcuna di serietà.
Come
Grillo ha scelto una linea di condotta, motivata differentemente, ma pure
sempre totalitaria. L’IMU è la chiave d’accesso per il potere, la sua dipartita
è il pezzo mancante per la maggioranza, quel fantomatico antagonista del vivere
sano che perdura con vari nomi.
Non
molti sanno che l’ICI, quando gravava anche sulla prima casa, aveva
ripercussioni economiche maggiori sugli italiani medio-bassi, rispetto al
neonato IMU, per via delle detrazioni sulla prima casa e per via delle detrazioni
per figli sotto i 26 anni che nella prima patrimoniale non erano contati,
cosicché la prima casa era valutata poco meno della seconda e i “ricchi” ne
traevano beneficio, ora invece stanga soprattutto chi di case ne ha due.
La
restituzione di questa patrimoniale (triste sapere che molti votano Silvio per
questo e ancor più triste conoscere che alcuni di loro sono in affitto)
dimostra quanto l’italiano non sia attento all’evolversi negli anni della
politica, badando solo e soltanto al precedente mandato.
Che
Monti abbia ammortizzato e salvato l’Italia dal tracollo finale non ci è dato
di sapere, soprattutto non ci è dato di sapere se l’IMU sia stato il salvatore
della patria o meno. Fatto è che in poco tempo non si può distruggere un Paese,
se non con un aiuto importante precedente.
La
verità è che i detentori della casa principale che hanno un figlio (diciamo la
metà di quelli che hanno una sola casa) si ritrovano a sborsare allo Stato
cifre pressoché irrisorie; le rendite catastali, a meno di pazzie economiche
all’interno della famiglia, sono contenute e con le dovute detrazioni
assottigliano considerevolmente il debito statale, se poi uno ha due figli, non
paga nulla. I più colpiti dall’IMU sono i single con casa propria, i pensionati
con la minima (con figli ovviamente sopra i 26 anni) e gli eredi con già una
casa, una percentuale di italiani da non sottovalutare, ma il succo è che
questa IMU non è un marziano pronto a distruggere il nostro Pianeta, ma un
meccanismo di difesa finanziaria troppo esposto e troppo forzante.
Berlusconi
quindi scrive una bella lettera a 9 milioni di italiani (alcuni erano morti da
25 anni, ma è il gesto che conta), o meglio ne scrive due, una per le regioni
dove la sua vittoria è in bilico (più dettagliata e autocelebrativa) e una per
il resto del Paese (scarna e stringata), promettendo entro maggio/giugno la
restituzione di tutto il “mal tolto”.
Il
piano per farlo? Semplice. Lui ha un accordo con la Svizzera che porterebbe
25/30 miliardi nel nostro Stivale. Il problema è che questo accordo ce l’ha
solo lui, smentito in tempi record dalla ministra elvetica delle finanze.
Quindi quella lettera diventa in un batter di ciglio carta straccia, come carta
straccia è quel famoso Contratto con gli italiani che dà sempre si porta dietro
come biglietto da visita e che racconta come fiaba della buonanotte (o buona
sorte), la sua rivoluzione (revival) per il male del Paese. Grande uomo dice la
gente. Lui parla con gli italiani, l’unico continuano. Lui è il solo che ci
rispetta e che ci propone un contratto finiscono. Ma un contratto, di solito
dico (anche se in un Paese con 46 tipi di contratti di lavoro diversi non si
può mai sapere), non ha bisogno di una controfirma? Non c’è bisogno di un
rappresentante degli italiani che ponga la sua X sul foglio. Eh no, non si può,
se no come fa a ricandidarsi.
L’uomo
più perseguitato della storia, quello che colleziona processi e prescrizioni
come fossero figurine Panini, dice però che anche fosse, anche fosse un
contratto poco valido, lui i suoi punti sempre e comunque li ha rispettati.
Maggiorazione
delle pensioni minime (parliamo del 2001 per fare un esempio), abbattimento
della pressione fiscale, dimezzamento della disoccupazione, aumento dei
poliziotti di quartiere. Infatti, questi punti sono stati rispettati, niente da
dire, ma sono specchietti per le allodole (sono veramente tante queste
allodole), giochi di parole per nascondere quello che di grave poi è scaturito.
Maggiorazione
delle pensioni minime, sì, ma solo per pochi eletti, ma il numero di pensionati
minimi (sotto un milione di lire al mese) sono aumentati da 5 a 8 milioni.
Abbattimento della pressione fiscale, sì, ma solo secondo i calcoli dei suoi
statisti, secondo l’ISTAT rimasti invariati, secondo enti minori invece, la
pressione è aumentata. Dimezzamento della disoccupazione, no (difficile anche
solo pensarlo), però di due punti di percentuali è diminuita, sì, ma questo
dato è dovuto all’avvio della stroncatura dei tempi indeterminati che poi ha
perdurato fino ad oggi, gioco che ha permesso la diminuzione della
disoccupazione. Aumento dei poliziotti di quartiere, sì, ma i reati nel Governo
Berlusconi sono aumentati del 6,7% annui. Così si potrebbe discutere per mesi,
ma i dati sono dati e così è successo anche nelle sue successive e precedenti
candidature.
Promettere
mari e monti (non Monti) è una sua prerogativa, crederci è una nostra colpa.
“Farsi ingannare una volta è spiacevole, due volte stupido, tre volte
vergognoso” diceva Cicerone, ma quattro? Il pifferaio magico quindi sta colpendo
ancora una volta e non a caso io ho parlato solo di IMU, non tanto perché è
quello di cui si parla sempre ormai, ma perché è l’unico punto a cui vuole
puntare, perché il resto delle sue idee permangono da anni (irrisolte) e sono
dettate da una voglia di strafare. Le proposte che fa sono sacrosante, per
carità, ma attualizzabili attraverso fondi che o prende dai suoi conti corrente
(Lario permettendo) o dalla creazione istantanea di oro fuso, prerogativa di
tal Re Mida.
L’ICI
c’è, lui lo toglie, l’Italia fa fatica, viene rimessa. Lui toglie l’ICI,
l’Italia fa fatica, viene rimessa. Lui toglie l’ICI, l’Italia fa fatica,
vediamo se cambiando nome se ne accorge. E giungiamo all’IMU.
Separandoci
però da questa benedetta patrimoniale, ci si accorge di come Berlusconi e
Grillo siano pressoché uguali nel modo di gestirsi, nel modo di gestire il loro
partito, nel modo di gestire gli italiani. Entrambi agiscono sulle paure e le
ingiustizie (IMU e casta), entrambi decidono per il loro partito, senza
possibilità di sgarro (al pari di Grillo, la democrazia è un piano interrato e
chiuso a chiave), entrambi confezionano un’immagine forte da proporre al
popolino ignaro (uno simpatico e carismatico, l’altro focoso e volgare).
Ma
a quanto pare, basta l’IMU per votare.
1.4 “Sono sicuro che non sfugge a
nessuno, tra quanti ascoltino”
O
professore, contestato e odiato, è comunque facente parte del lato serio e
composto della politica italiana, colui che cambierebbe almeno la faccia
butterata di un’Italia in mano a comici, transessuali, pervertiti, soubrette,
analfabeti e mafiosi.
La
sua prima esperienza è motivata da decisioni vicine alla dittatura, quando
Napolitano per ragioni ovvie non a molti ha estromesso Berlusconi (per
l’ennesima volta) dal suo seggiolino dorato.
L’Italia
era contenta, stimolata da una nuova faccia, tutta d’un pezzo, ironicamente
inglese, saggia in alcuni casi, un viso che mostrava un altro volto, più pulito
e sistemato, anche al di fuori dell’Italia stessa.
Ma
gli spettri sono tanti e a volte si celano dietro i muri. IMU e spread quindi
nascono a disturbare i sogni nazionali. Il primo (a quasi dovere) esplicato, il
secondo mai pronunciato in annali di politica a magicamente poi salito agli
albori. Monti dice bah, lo spread sale, doveva dire beh, Berlusconi risponde
uff, lo spread sale, doveva dire ok. Lo spread quindi viene legato ad ogni
decisione o presunta tale che un uomo in vista nella nostra politica
intraprende e questo influisce sulla valutazione del nostro Paese. A dirla così
non sembra una cosa da poco.
Infatti
l’Italia è poco considerata, presa per i fondelli dalle alleanze europee, ma Monti
crede fermamente che l’Europa vada tenuta cara, e così, da buon lobbista, anche
le banche.
Quindi
c’è bisogno di credibilità, di misure care all’Europa stessa che facciano
scendere lo spread e che quindi aumentino l’importanza del nostro Paese. Lui lavora
dritto in questo senso. Va a Bruxelles e gli dicono che deve maggiorare la
pressione, per dar modo agli italiani di figurare come vogliosi di riscatto. E
lui dice sì, perché si può fare, poi vede che Grecia, Portogallo e Spagna
coltivano e attuano l’idea dell’austerity, parola che un figuro austero come
lui, sembra come il pane a tavola ogni giorno e quindi la tassazione diventa
imperante.
Non
c’è dubbio alcuno che pescando più soldi da tutti il debito pubblico si risani
o comunque abbia un respiro, ma avrà necessariamente un breve respiro.
Come
diceva Churchill la crescita del Paese è l’unico modo per aumentarne la
credibilità e soprattutto "Una nazione che si tassa nella speranza di
diventare prosperosa, è come un uomo in piedi in un secchio che cerca di
sollevarsi tirando il manico". Frasi sacrosante, ma Monti chiede
sacrificio, abbiamo fatto i discoli per anni e abbiamo bisogno di una punizione
(a tratti idea condivisibile) e lui in primis decide che tutto il Paese,
compresa la politica, i sacrifici li deve fare.
Un
incipit se non fantastico, quantomeno degno di interesse, ma la delusione
cocente è lì pronta a farsi sentire.
La
recessione è una bestia difficile da ammaestrare, ma Monti sembra l’uomo
giusto. Ha polso ed è tecnicamente valido, una ventata nuova, non politica, per
cambiare l’onda. Ma la politica esiste, sta lì sotto ad ascoltarlo e ad
istruirlo su alcuni punti che lui, non del ramo, non conosce appieno e quindi
il burattino europeo diventa burattino italiano, manovrato dagli stessi politici
che gli impediscono o meglio, gli fanno credere, che togliere i loro privilegi
sia un errore, errore che pagherebbe pure lui, lui che intanto matura l’idea di
candidarsi a premier finito il mandato.
E
quindi è lì dove stanno tutti, conserva il suo aplomb, il suo fare distaccato
che ora non alimenta sogni di una facciata nuova, ma imbestialisce l’italiano
medio che non crede non si sente ascoltato dal professore e quindi il
contraltare di questo snobbismo politico e mediatico diventa proprio Berlusconi/Grillo.
Lui
però decide di rimanere impopolare, non gioca a rimpiattino, se non qualche
alzata di testa quando troppo provocato, rimane convinto delle sue idee
(sbagliate o giuste che siano) e propone il suo programma, ma non lo alimenta
con sogni o paroloni, ma allestendo un sito, al contrario di Bersani, quasi
privo di slogan e nettamente più motivante nelle sue parti, esibendo il suo
modus operandi e le parti che completano il percorso che vuole continuare.
La
scelta di voto qui è plausibile, come anche la scelta di non voto, se non altro
la credibilità e la serietà ne guadagnerebbe, ma l’austerità propagandata ha
destabilizzato la fiducia su quest’uomo e qui non si può certo dare torto, se
poi si aggiunge che ora la sua impopolarità nei sondaggi si è abbassata quasi a
toccare la soglia sotto il 10%, vuol dire che proprio gli italiani, il
professore saccente non lo vogliono più vedere.
1.5 “Abbiamo oggi una mafia più
civile e una società più mafiosa”
È
uno dei nuovi, è il magistrato accusato di conflitto di interessi, è quello che
a detta di alcuni porta avanti la lotta vera contro la mafia, che ha ingabbiato
molti che andavano distrutti, insomma un personaggio già in vista che ha dalla
sua di non essere un politico fatto e finito, né un tecnico dalla fredda
aspirazione, ma un magistrato coadiuvato da suoi simili, per portare avanti
un’idea completamente differente.
È
un assemblato dei vari partiti. Ricorda Grillo per la lotta contro i partiti,
Monti per la serietà, si sposa con alcune idee bersaniane e come tutti dà
contro a Berlusconi.
Ingroia
è certamente il più democratico di tutti, vicino all’ex rifondazione comunista
e per tanto aiutato da partiti affini come il Partito dei Comunisti Italiani,
imposta il suo programma non come dato di fatto, ma come discussione aperta
all’italiano che lancia idee e ne spiega le argomentazioni.
Un’idea
che in democrazia dovrebbe essere doverosa, ma che spesso si dimentica. Lui ha
la serietà e l’immagine per l’esterno, ma ancor poca mano per dar vita ad una
rivoluzione civile duratura e ampia, ma l’idea di fondo c’è.
Dopo
il fallimento di partenza, quando riceve il no da Bersani per l’alleanza, si
mostra da solo, con un suo logo, guidando De Magistris, Orlando e Licandro,
chiarendo una posizione politica tutta giuridica, fatta di riforme e
cambiamento costituzionale.
Si
aggregano alle sue idee molteplici partiti come Italia dei Valori, che si
stacca dunque dalla sinistra centrale di Bersani, il Partito dei Pirati,
movimento internazionale, vera e propria idea di civilizzazione del mondo
attraverso conoscenza a diritto, e l’attivista Borsellino, fratello del
compianto magistrato, che però strizza l’occhio al mattatore Grillo. Il loro
programma ha ideali simili, ma concetti di Governo pressoché opposti, l’uno
democratico, l’altro dittatoriale.
Ingroia
prova dunque a cimentarsi in questo mondo politico, lui che di fatto è
illeggibile, ma tant’è, arrivare alla carica di premier è un utopia fatta e
finita, quindi candidarsi lui stesso come leader è una mossa che palesa anche
un’intenzione di rivoluzione connessa con una furba gestione delle regole.
Il
suo credo è europeizzante, ma senza il dipeso vivere sulle banche, ha
un’intenzione forzata di andare contro Berlusconi e Monti e questo la dice
lunga su quanto quest’ultimo e Bersani si possano coalizzare.
Ha
interesse, seppur secondario verso la scuola a la ricerca, verso il ritorno
alle attività artigianali ed agricole, ma non si sofferma su quanto e su come
attualizzare queste scelte.
La
lotta alla mafia ovviamente è il suo punto d’onore, e non poteva essere
altrimenti, ma forse in alcuni giri viziosi, soprattutto giochi politici, cade,
andando a danneggiare se stesso e la sua immagine, affiancandosi a tutto il
cucuzzaro.
Votarlo
ha certamente senso, il suo spirito è nuovo, non ha sbalzi d’umore ed è
credibile, ma proprio la sua poca esperienza come uomo politico potrebbe dare
peso negativo al suo mandato che poi, essendo illeggibile, non sussiste
logicamente come percorso.
1.6 “Senza globalizzazione saremmo
semplicemente fottuti”
Terminiamo
con l’uomo che fa del suo vestire, la sua arma principale. I suoi baffoni e la
pelata, il bastone con fregi in vista, i colori sgargianti delle sue divise da
politicante/giornalista, sono il motivo di dibattito dietro la sua figura.
Oltre
a questo, un master che non si capisce da che parte viene e dove va e un’idea
fissa, la globalizzazione, generata da un credo poco ragionato forse, ma
alimentato a dovere, magari cercando di studiare movimenti e parlantina tipica
degli imbonitori di cui sopra.
Parlare
di questo Oscar da votare, proprio nel giorno dell’Academy Awards, non è
facile, anzi dilungarsi troppo è affare difficile, non tanto per quanto possa
essere stato attivo in passato nella politica o quanto sia visibile al pubblico
votante, ma proprio perché il suo scarno programma politico, non ha un corpo,
una massa, tale da riservargli parole e parole.
Prima
presidente del suo movimento, poi falsamente dimesso, poi dimesso come carica,
ma rimasto candidato premier, Giannino ha in testa liberismo e liberalismo,
senza, parole sue, compromessi, che in alcuni casi risulta forse infattibile,
ma dopotutto, idee in questo senso non sono state rese note.
Il
punto però che assurge a ruolo importante, nonostante sia partito in sordina, è
l’idea di una scuola e di un’istruzione che abbia un’immagine più vivida per
riprendere i fasti passati, immagine ormai persa da tempo, grazie ai numerosi
tagli che hanno di certo poco giovato alla crescita del Paese e alla famosa
fuga di cervelli.
Gli
altri punti sono, levate qua e là piccole differenze, simili a tutti i
programmi, forse da non dilungarsi troppo, se non leggendo passo passo i vari
punti.
Lui
appartiene alla schiera degli intrattenitori, lo dice il look e lo dicono i
modi, un personaggio che in poco tempo ha acquisito visibilità e per alcuni
credibilità, grazie a questo modo di essere che agli italiani, indubbiamente,
piace.
Sono
riusciti anche con lui a trovare la pecca, il risvolto negativo per farlo
apparire sbagliato agli occhi della gente, quel master di cui tanto si parla,
ma tutto sommato, nonostante look e modi di essere, il programma, seppur
scarno, rispecchia un ideale ben preciso, assecondando un’ulteriore fetta di
gente che odia l’affossamento dell’istruzione.
Votarlo
ha certamente un senso, anche se forse la credibilità delle sue movenze
risulterebbero solo un revival trito e ritrito che per anni ha danneggiato la
nostra immagine, ma dopotutto completo nessuno c’è, ma si può auspicare un
discreto operato.
1.7 Conclusioni
Non
sarò certo io a dirvi chi o cosa votare, ma certamente ho i miei pensieri e
certamente si evincono dalle mie battute e dai miei paragrafi. L’unica cosa che
chiedo, è che la motivazione di un voto per il nostro capo di Stato, il nostro
uomo che dovrà avere in mano le sorti del Paese, quello che avrà un entourage
di uomini, sia concreta, stabile e votata al futuro.
Promesse
per l’immediato futuro non esistono, non sono attuabili in questo stato delle
cose, ma bisogna certo ragionare su cosa sia meglio per il Paese e per la
crescita, per l’economia e per la nostra immagine, per quelli che si troveranno
nelle future situazioni e per quelli che termineranno nelle presenti.
Insomma,
leggete, leggete, leggete, leggete, non soffermatevi ai battibecchi, ma
leggete, leggete, leggete, leggete.
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